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Se la Cannabis arrivasse dallo spazio, i Dogon e Sirio

maggio 22, 2008

MALI, SIRIO, CANNABIS E EVOLUZIONE

Dall’inizio della civilizzazione, gli individui hanno capito che vivere in gruppo o in tribù aumentava le loro possibilità di sopravvivenza e la loro qualità di vita. Sicuramente, le tribù e i popoli raggruppano generalmente delle persone di una stessa regione geografica, di una stessa religione o di uno stesso sistema di valori. È l’appartenenza. Ad un certo punto, le tribù erano di fatto composte più da gruppi di predatori che altro. E noi potremmo praticamente dire la stessa cosa delle nostre “tribù moderne”, anche chiamate governi e nazioni, che si combattono costantemente tra di loro. La maggior parte delle tribù antiche sono ora scomparse o sono state industrializzate e ora fanno parte della società moderna. Tuttavia, in certi continenti, ma particolarmente in Africa, in America del sud o in altre regioni meno “commercialmente corrotte” del globo, certe tribù vivono ancora in isolamento, nello stesso modo in cui vivevano i loro antenati. La maggior parte di queste tribù non sono conosciute dalla “civilizzazione”, o sono state dimenticate.

Mali
I Dogon sono una di loro, e possiede un sistema di credenze e di valori molto specifico e particolare. Vivono in Mali nel continente africano, a sud del deserto del Sahara, vicino a Timbuctù. La scienza moderna è venuta a conoscenza dell’esistenza di questo popolo probabilmente nel 1931, in seguito ad un spedizione francese guidata dagli antropologi Dr. Marcel Griaule e Dr. Germane Dieterlen. Da allora questa tribù affascina gli scienziati di tutto il mondo.
Una breve presentazione Non si sa in quale epoca precisa si è formata la tribù. Secondo certi scienziati ed archeologi erano egiziani che si erano stabiliti a sud, dalla Libia verso il Mali, nell’Africa occidentale. La scoperta di artefatti vecchi di circa 4500 anni, sembra indicare che vivono in Mali circa dal 2200 avanti Cristo.
Si tratta di una regione desertica , circondata dalle montagne Homburi, specialmente sui pendii Biandagara. Le falde della catena Homburisono un sito protetto dal programma di conservazione del patrimonio mondiale dell’UNESCO. La temperatura è molto arida e la vegetazione particolarmente scarsa. La pioggia cade irregolarmente da giugno a settembre. La sola risorsa d’acqua nella regione è il fiume Niger, alcune centinaia di chilometri a nord. I Dogon vivono in case fabbricate in blocchi di fango che sembrano dei giganteschi castelli di sabbia. La popolazione della tribù è stimata in circa 10000 individui, principalmente agricoltori e preti, loro guide filosofiche e religiose. Isolati topograficamente e culturalmente dal resto del mondo da innumerevoli secoli, la loro comprensione della vita e le loro percezioni sono considerevolmente diversi dalle nostre. Anche se la maggior parte dei Dogon praticano unicamente il loro “cammino spirituale” così particolare, alcuni di loro sono musulmani, altri cristiani. Attualmente la più grande minaccia per i Dogon e la loro cultura è il turismo improvvisato nella regione, che sconvolge in maniera considerevole il loro ambiente ed il loro sistema “non-economico”
Le loro conoscenze Da quando gli archeologi hanno scoperto Bandiagara, il principale villaggio della regione, hanno rapidamente cominciato a studiare la popolazioni e le loro conoscenze. A quanto pare, erano profondi conoscitori dell’astronomia e del “comportamento della terra”. All’epoca (gli anni ’30) queste informazioni sembravano tanto impossibili quanto l’idea, prima della scoperta di Galileo, che la terra fosse sferica. I Dogon sostenevano che la terra è unita al resto dell’universo da un legame molto speciale con una stella, SIRIO, che è considerata come una sorta di “parente”, o di “gemello” della Terra. Per localizzare questa stella bisogna trovare la cintura di Orione, le tre stelle allineate, e seguire questa linea scendendo verso sinistra, dove si può trovare una stella molto brillante, Sirio. Se si segue questa linea verso l’alto (e verso destra) per una distanza circa doppia, si possono scorgere le Pleiadi. I Dogon conservano e possiedono ancora dei dati molto specifici, particolari e ancora sconosciuti sulla natura e composizione di Sirio. Questa stella è a 46000000000 km. (8,6 anni luce) dalla terra.
I Dogon avevano da lungo tempo delle conoscenze astronomiche impressionanti: – La stella Sirio ha in orbita attorno ad essa un’altra piccola stella che chiamano ”Po” e che si considera essere composta dalla materia più pesante dell’universo. Rappresentazioni di queste stelle appaiono su numerosi artefatti dogon, tra l’altro su una statua che si pensa avere almeno 500 anni, esaminata da scienziati americani. I dogon riproducevano l’orbita ellittica della piccola stella e potevano dire il tempo esatto che impiegava per completarla (circa 50 anni ). Celebravano questo avvenimento come noi facciamo per il nuovo anno. La piccola stella in orbita attorno a Sirio è stata scoperta dalla scienza moderna attorno al 1862 dall’astronomo americano Alvan Clark, che, con un telescopio molto potente si accorse di una piccola luce attorno alla prima stella. Gli studi successivi hanno dimostrato che Sirio B (il nome dato dagli scienziati alla seconda stella) completa la sua orbita attorno a Sirio in 50 anni ed è 100000 volte più piccola. Così piccola, infatti, che non può essere vista ad occhio nudo. Nel 1926, la scienza moderna occidentale ha identificato Sirio B come una nana bianca, una categoria di stelle caratterizzata dalla loro alta densità. Gli astronomi hanno stimato che un solo metro cubo della materia di Sirio B pesa circa 20000 tonnellate. La prima fotografia della stella è stata scattata soltanto nel 1970.

La conoscenza precisa delle quattro lune maggiori di Giove. La conoscenza che i pianeti del nostro sistema solare orbitano attorno al sole. Possiedono già , e da circa 1000 anni, quattro calendari molto precisi; uno per il Sole, uno per la Luna, uno per Venere ed uno per Sirio. I Dogon descrivono anche una terza stella nel sistema di SIRIO, che chiamano “Emme Ya”. In orbita attorno a questa stella si trova un altro satellite. (Emme Ya è stata scoperta solo nel 1995 dai nostri astronomi N.D.T.) I Dogon affermano anche che quando l’orbita di Sirio B la fa avvicinare a Sirio, le due diventino più brillanti del solito, e che Sirio B impiega un anno ad effettuare una rotazione completa sul proprio asse. Questo non ha potuto, fino ad oggi, essere stato provato dalla scienza.

Le “Petroforme”

Le “Petroforme” (Petroforms) sono delle pietre con una disposizione misteriosa ma precisa. Possono essere comparate a dei circoli di pietre “celtiche”, o tutt’altre disposizioni di materiale precedente lasciato dalle civilizzazioni passate. Si può fra l’altro accennare ad una similitudine fra i famosi “cerchi nel grano” e le Petroforme. Alcune sono state ritrovate nella parte occidentale dell’Africa, nella terra dei Dogon, ma anche in altre parti del mondo. Niente, tuttavia, collega direttamente le petroforme ai Dogon, ma comparando l’immagine di una petroforma con l’orbita particolare delle stelle Sirio e Sirio B, si constata una strana somiglianza.

L’acquisizione delle conoscenze, un racconto fiabesco? Può sembrare irrazionale, per non dire impossibile, che tante informazioni, da così lungo tempo, siano detenute da una tribù così primitiva . Ma prima bisogna chiarire che non tutti gli individui della tribù Dogon possiedono tutte queste conoscenze, e la maggior parte non fa che praticare uno stile di vita e delle cerimonie nel rispetto dei valori dei loro antenati, molto incentrate sull’astronomia, e particolarmente verso Sirio. Le persone incaricate di conservare queste informazioni, e apparentemente di conservare altre informazioni segrete per il momento, sono i preti. Il solo posto dove la tribù conserva le tracce di tutte queste affermazioni è una grotta nei pendii di Biandagar, dove dei disegni sui muri raccontano tutta la loro storia. Questa grotta è protetta dal sacerdote della tribù giorno e notte. La tribù lo nutre e se ne prende cura, ma nessuno lo può toccare o avvicinarlo. Quando muore, un altro sacerdote prende il suo posto. Le rappresentazioni sulle pareti sono state testate al carbonio 14 e si è stabilito che la loro età è di almeno 700 anni. Su un lato della grotta si trovano tutte le informazioni astronomiche che possiedono. Delle mappe del sistema solare, delle informazioni su Sirio e anche dei disegni di sistemi planetari sconosciuti (fino ad ora).Dall’altro lato della grotta, si trova tutta la storia che racconta come hanno ricevuto tali informazioni. I disegni di questa sezione mostrano dei “dischi volanti”, molti altri oggetti volanti e delle grandi creature marine metà uomini/ metà pesci, che qualcuno crede siano l’origine della storia delle sirene.

In realtà la comunità Dogon dichiara di aver ricevuto queste conoscenze da extraterrestri (organismi viventi provenienti da altre parti che non la terra). Spiegano che dopo aver raggiunto collettivamente una specie di “paradiso sulla terra” vivendo in armonia con la terra, e sentendo un amore incondizionato verso tutti gli aspetti dell’universo avrebbero raggiunto un punto di comunicazione dove la telepatia è diventata possibile. Sarebbero in seguito entrati in “comunione” con il popolo di Sirio, chiamato i NOMMOS. Secondo i Dogon, in una sera di luna piena è apparso nel cielo un vascello spaziale molto particolare ed è atterrato nelle pianure. I visitatori avrebbero allora scavato un enorme buco nel sole e l’avrebbero riempito d’acqua. L’avrebbero attraversato e si sarebbero avvicinati alla riva per prendere contatti con i Dogon. Questo incontro avrebbe avuto luogo un 23 luglio, il giorno in cui la Terra, il Sole e Sirio sono allineati. Affermano anche che le sfingi e molti templi egizi antichi sono costruiti su questo asse. Bisogna anche sapere che l’antica cultura egiziana celebrava il suo “nuovo anno” il 23 luglio.
I Dogon credono che questo “contatto” sia stato effettuato con l’intento di portare i popoli della terra a comprendere la loro vera natura divina, e per aiutarli a ritrovare la loro “unità” globale che li porti, lentamente ma sicuramente alla comunione e alla comprensione di Dio. Affermano anche che i NOMMOS ad un certo punto torneranno sulla terra.

La connessione cannabica
L’aiuto che i Nommos avrebbero voluto darci per effettuare questa grande evoluzione, avrebbe preso la forma di una visita per trasmettere dapprima un messaggio di speranza e di felicitazioni ai Dogon per il loro agire, ma può darsi anche per diversificare il nostro ecosistema.
I Dogon affermano che i semi della pianta di canapa sarebbero stati portati sulla terra dai Nommos per aiutare la gente ad evolversi. Si tratterebbe di un mezzo utilizzato in altri tempi e in altri luoghi e ridato ai Dogon , tra l’altro perché lo conservassero. La maggior parte delle cerimonie Dogon contempla l’uso o la combustione della pianta. Il THC, il principio attivo della Cannabis, è una molecola molto complessa, per esempio molto più dello zucchero raffinato, che è prodotto artificialmente. Il THC è naturale. Come per il sistema di Sirio, la scienza moderna ha impiegato molto tempo a capire il funzionamento delle molecole presenti nella Cannabis.

Come nella filosofia Rastafarian, i Dogon associano molto chiaramente l’uso della canapa con una “comunione divina”. Certi spiriti cartesiani sostengono che forse certe conoscenze dei Dogon siano arrivate sul pianeta dall’esterno, oppure siano frutto del caso… è una possibilità, ma ciò non toglierebbe nulla al popolo Dogon e al loro sistema di valori, al quale le “tribù moderne” avrebbero vantaggio ad ispirarsi.

Fonte: www.wipeoutlifestyle.com

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Utilizzo Terapeutico della Cannabis nella Medicina Araba

maggio 15, 2008

UTILIZZO TERAPEUTICO DELLA CANNABIS NELLA MEDICINA ARABA
di Indalecio Lozano

Gli scienziati arabi spiegavano le proprietà curative della canapa secondo i principii della teoria degli umori tramandata dai greci. Come è noto, secondo questa teoria ogni erba medicinale possiede un temperamento specifico, determinato dai gradi di calore, umidità, freddo e secchezza. Inoltre, gli arabi accettavano in linea di massima l’opinione di Galeno sul potere riscaldante e rinsecchente del seme di canapa. Ciò nonostante, alcune autorità riverite avevano opinioni divergenti e spiegavano che i semi di canapa sono di natura fredda oppure una miscela di parti calde e fredde.8 Ancora maggiore è il disaccordo nella determinazione dei gradi di calore e secchezza della pianta dal momento che i medici arabi parlano di gradi che vanno dal primo al terzo. Non è però tanto strano visto che non potevano trovare informazioni in materia nelle opere di Galeno o Dioscoride e che il concetto di temperamento e relativi gradi non ammette una valutazione empirica paragonabile a quella dei metodi scientifici odierni.
Le parti della pianta più usate in terapia erano i semi e in minor misura le foglie. La preparazione variava a seconda della malattia, e si usavano l’olio ricavato dai semi e il succo estratto dalle foglie o dai semi verdi.
Veniva poi somministrata per uso topico in forma di pomata, per via nasale, orale, instillata nelle orecchie oppure ingerita in forma liquida o solida. È raro che siano citate le dosi specifiche del trattamento, anche se sembra che fosse usata di solito come semplice medicazione.

1. Trattamento delle infezioni auricolari
Il primo utilizzo terapeutico della canapa documentato nella letteratura araba risale ai secoli VIII-IX, agli anni di Yuhanna b. Masawayh (161-243/777-857), il quale sostiene che l’olio ricavato dal seme di canapa instillato nell’orecchio prosciuga l’“umidità” (rutuba) generata all’interno dell’organo, una proprietà che i medici successivi attribuiranno invece al succo dei semi medesimi. Negli stessi anni di Ibn Masawayh venivano tradotte in arabo le opere di Galeno e Dioscoride, da cui i medici arabi avrebbero imparato l’utilità del succo dei semi della canapa verde nel trattamento dei dolori auricolari causati dall’ostruzione del canale. In conformità a questa tradizione Ishaq b. Sulayman al-Isra’ili (morto dopo il 341/953 ) afferma che l’olio di semi di canapa seda il dolore all’orecchio causato dal “freddo” (bard) e dall’umidità nell’organo, e ci riferisce anche per la prima volta le sue doti fluidificanti per facilitare la liberazione del canale ostruito. Nel XII secolo il botanico di Malaga Ibn al-Baytar (morto nel 1248 ) prescrive l’olio di semi di canapa per curare i “gas” (rih) nell’orecchio. Un secolo dopo un altro andaluso, il poligrafo di Granada Lisan al-din b. al-Jatib (713-776/1313-1374) raccomanderà l’uso di questo olio misto a “galbano” (una resina aromatica giallognola estratta da alcune piante asiatiche della famiglia del sedano e del prezzemolo) per sedare il “dolore rovente” (al-waya al-harr) associato al tinnitus aurium. Verso la fine del XVI secolo Dawud al-Antaki (morto nel 1008/1599) parla del modo in cui le foglie della “canapa anatolica” (al-qinnab al-rumi), come la definisce, uccide i vermi entrati nell’orecchio, aggiungendo che queste foglie hanno proprietà evacuative, e se le si usa per imbottire l’orecchio ogni materia estranea in esso annidata sarà espulsa.

2. Vermicida e vermifugo
Le proprietà vermicide e vermifughe della pianta sono citate per la prima volta nella letteratura medica araba da Abu l-Hasan Isa b. Hakam, più noto come Masih al-Dimasqi (morto dopo il 225/840), il quale spiega che la canapa uccide i vermi (al-didan) che crescono nel corpo. Tra l’XI e il XII secolo l’autore anonimo dell’Umdat al-tabib sostiene che chiunque abbia i vermi nell’ano dovrebbe assumere i semi di canapa visto che i loro gusci si riempiranno di parassiti che saranno quindi espulsi con le feci. Due secoli dopo, il lessicografo Muhammad b. Yaqub al-Firuzabadi (729-817/1329-1415) afferma che i semi della pianta, se ingeriti o spalmati sul ventre sotto forma di unguento, uccideranno gli ascaridi (habb al-qar).

3. Trattamento delle infezioni della pelle
Ibn Masawayh ha anche il merito di essere stato il primo a parlare dell’utilità della canapa nel trattamento delle infezioni della pelle, sostenendo che si rivela utile quando si desidera rimuovere la forfora dalla testa e dalla barba, per il quale scopo consiglia di lavare la parte affetta con il succo ottenuto schiacciando le foglie della pianta. Comunque non era questa l’unica parte della pianta usata per questa terapia, e nel X e XI secolo Ibn Sina (370-428/980-1037) raccomanda allo stesso scopo l’olio dei semi. Tre secoli dopo, al-Firuzabadi sostiene che i semi sono utili per il trattamento della vitiligine (al-bahaq) e della lebbra (al-baras).
Per quanto riguarda la cura delle infezioni della pelle a metà tra la dermatologia e la cosmetica, dovremmo ricordare che al-Razi (251-313/865-925) è stato il primo a consigliare le foglie di canapa come sostituto dell’azadirajt (Melia azadirachta L.) per stimolare la crescita dei capelli. Le foglie dovrebbero essere messe a mollo in acqua prima di venire applicate alla radice dei capelli, come indicato da Yahya Ibn Yazla (morto nel 493/1100).

4. Depurativo
Le prime notizie sulle proprietà depurative della canapa risalgono al summenzionato al-Dimasqi, secondo il quale il succo dei semi di canapa somministrato per via nasale sarebbe un depurativo del cervello. Questo uso è citato anche da Tabit b. Qurra al-Harrani (219-288/834-901), che inserisce la canapa tra i semplici strumenti per la purificazione della porzione superiore del fegato dato che eliminerebbe le eventuali ostruzioni dell’organo. A questo scopo consiglia l’assunzione di semi di canapa con un metical di “ojimiel” (in spagnolo arcaico, indica una medicina con il miele).

5. Diuretico
La prima menzione delle proprietà diuretiche della canapa risale al IX secolo ed è dovuta a Ishaq b. Imran (morto nel 294/907), che anticipa di undici secoli le scoperte della farmacologia moderna. Secondo il già citato Ishaq b. Sulayman, questa proprietà dei semi della canapa sarebbe dovuta al suo potere riscaldante.

6. Antiepilettico
I medici e farmacisti arabi anticiparono di parecchi secoli anche le attuali scoperte riguardanti il potenziale terapeutico della canapa nel trattamento dell’epilessia. Sappiamo che tra il X e l’XI secolo esso è citato da Ali b. al-Abbas al-Mayusi (morto attorno al 400/1010), che per il trattamento di questo morbo consiglia la somministrazione per via nasale del succo estratto dalle foglie. Tuttavia nel Quattrocento al-Basri riporta nel suo Rahat al-arwah un caso (che sostiene di citare dall’al-Mansuri di al-Razi) in cui le foglie di canapa sono introdotte come rimedio pertinente la cura diretta dell’epilessia. Tuttavia, data la natura della fonte che riporta l’episodio, abbiamo motivo di dubitare dell’autenticità dell’attribuzione ad al-Razi.

Storia della canapa

maggio 10, 2008

Storia della Canapa
da E’ ora di piantarla

Il primo tessuto conosciuto

La Canapa è una pianta dioica originaria dell’ Asia Centrale e, molto probabilmente, è stata una delle prime ad essere coltivata dall’ uomo. Secondo la Columbia History of World “Il primo tessuto conosciuto fu fatto di Canapa che cominciò ad essere lavorata nell’ ottavo millennio a.c.”.

Utilizzazione della pianta come farmaco

Il più antico testo conosciuto, dove vengono elencati alcuni possibili usi della Cannabis in campo medico, è un trattato cinese di Farmacologia pubblicato nel 2737 a.c. durante il regno dell’ imperatore Chen Nung. Altri riferimenti alla Canapa sono contenuti nel testo indiano Atharia Vedafrom [II mill. a.c] e dalle tavole della biblioteca reale di Ashurbanipal, un re assiro vissuto intorno al 650 a.c.

La diffusione nel continente africano

L’introduzione della Canapa nel continente africano risale al V-VI secolo a.c. I primi a farne uso, in medicina e nelle cerimonie religiose, furono gli egiziani. Nei secoli successivi la pianta si diffuse su tutto il continente: i Pigmei, gli Zulu e gli Ottentotti la usano tuttora come medicamento in caso di crampi, epilessia, gotta, mentre per i Bantù era una sostanza sacra.

Introduzione della Canapa in Europa

Finora non è stato possibile stabilire in quale periodo la Cannabis sia stata introdotta in Europa. Il reperto archeologico più antico consiste in un’urna contenente foglie e semi di Canapa, ritrovata vicino a Berlino, datata intorno al 500 a.c., mentre la più antica testimonianza sull’uso psicotropo della Pianta viene riferito da Erodoto d’Alicarnasso.

Uso psicotropo nell’antichità

Il noto storico greco vissuto nel V sec. a.c., nel quarto libro de Le Storie, descrive una pianta simile al Lino, da lui denominata Kannabis, che cresceva nelle terre degli sciiti (regione caspica e coste del mar Nero) e di cui questi ultimi erano soliti fare un uso singolare dopo le cerimonie funebri:
“[…] Innalzano tre pali, inclinati l’uno verso l’altro, e vi stendono sopra delle coperte di feltro, che uniscono l’una all’altra più strettamente possibile. Poi, in un vaso posto al centro dei pali e delle coperte, pongono delle pietre arroventate dal fuoco. […] Di questa canapa, dunque, gli sciiti prendono il seme e, entrati sotto le coperte, lo gettano sulle pietre arroventate dal fuoco; allora il seme libera un fumo odoroso e produce un vapore tale che nessuna stufa greca potrebbe fare altrettanto; inebriati da questa sauna, gli sciiti lanciano urla di gioia.”.

La diffusione nell’Europa centrale

Prima dell’impero romano la Cannabis era coltivata ed usata nelle isole britanniche dalle tribù dei Celti e dei Pitti: un gran numero di pipe di varie forme e dimensioni sono state ritrovate in questa regione.
Purtroppo, per volontà dei monaci emanuensi incaricati di stilare gli annali della storia ufficiale, le tracce storiche di tali popolazioni sono state cancellate.
Alcune tribù celtiche (Galli cispadani e transalpini) in seguito hanno provveduto a diffondere la coltivazione della Canapa in Francia e nell’Italia settentrionale.

Uso medico nell’antica Roma

Chiari riferimenti alla Cannabis sono contenuti anche nella Storia naturale di Plinio il Vecchio (III sec. a.c.), ma per trovare riferimenti in un testo scientifico europeo, dobbiamo arrivare fino al I secolo d.c. quando Dioscoride, medico di Nerone, nel suo trattato I materiali della medicina (III vol., 165-166), ne elenca le proprietà farmacologiche e gli impieghi terapeutici.

La Canapa e il Lino nel medioevo

La fibra di Canapa è stata sin dal V secolo a.c., fino all’invenzione dei battelli a vapore (XIX secolo), il materiale con cui venivano tessute la maggior parte delle vele. L’Italia per quasi un millennio è stata uno dei maggiori produttori ed esportatori di tessuti fatti con tale fibra; il suo miglior “cliente” è stata , per oltre cinque secoli, la Marina inglese.
I vestiti fatti di Canapa erano d’uso comune nell’Europa centro-meridionale già nel XIII secolo. I tessuti di lino italiani di prima qualità erano fatti sia di fibre di canapa sia di lino e in alcuni casi il tessuto veniva ricavato mescolandole entrambe tra loro.

La Chiesa e la Cannabis

Il clima di terrore instaurato dai tribunali dell’ inquisizione colpì anche la Cannabis: in Spagna ne fu vietata l’ingestione nel tardo XII secolo; mentre in Francia ne fu vietato ogni uso medicinale nel XIII secolo.
Infine, nel 1484, una Bolla papale ne proibì l’uso ai fedeli, non riuscendo comunque ad impedire la diffusione della canapa nel nord-Europa.

Uso psicotropo e tentativi di proibizione

Tra il XIII ed il XIX secolo, l’uso psicotropo della canapa fu proibito temporaneamente, sempre con il risultato di aumentare il numero dei consumatori, in Egitto, Arabia, e Turchia.
Nel 1533, Enrico VIII, nonostante la Bolla papale emessa 50 anni prima, ordinò di coltivare un quarto di acro a Cannabis per ogni sessanta acri di altre coltivazioni. Nel 1800 in India, colonia Inglese, fu vietato l’uso della resina di canapa, ma la restrizione fu annullata nel 1824.

Gli Assassinii

Nel 1809 Sylvestre De Sacy suggerì per primo la derivazione del termine “assassini” dall’Arabo hashishiyyun, riferendosi ad una setta musulmana dissidente, citata anche da Marco Polo nel Milione, che terrorizzava in quegli anni le popolazioni della Siria, della Persia, e dell’India. Il nome del gruppo deriva dal fatto che esso agiva, si dice, sotto l’influsso dell’Hashish, ma studi recenti e dettagliati (sarebbe bastato il buonsenso !!!!) hanno chiarito come non ci fosse alcun tipo di relazione tra l’uso di hashish e le violente scorribande.

Gargantua e Pantagruel

Durante la metà del secolo XVI, lo scrittore francese FranVois Rabelais pubblicò Gargantua e Pantagruel, un ampia ed ilare opera di narrativa ; nel terzo libro troviamo una dettagliata descrizione tassonomica e delle qualità psicoattive della Cannabis, l’erba Pantagruelion, insieme a varie notizie sui suoi vari usi e sulla sua coltivazione. Di certo l’opera rappresenta la prima completa esposizione storico-culturale della Canapa del mondo Occidentale. Allo stesso filone possiamo collegare la nascita di quella cultura popolare che prende l’avvio in quegli anni nell’area marocchina, fatta di situazioni divertenti ed imbarazzanti, che coinvolgono i consumatori di Cannabis, non risparmiando ironia sulla rigidità mentale di chi non la usa.

Uso medico in Europa

Contemporaneamente i viaggiatori provenienti da Asia e Africa ne introdussero l’impiego in Europa come medicina. Il famoso The Anatomy of Melancholy, del sacerdote inglese Robert Burton (1621) la consigliava per il trattamento della depressione, il New English Dispensatory del 1764 descriveva l’applicazione di radici di Canapa Indiana per infiammazioni della pelle. Fu però il giovane professore indiano W. B. O’Shaughnessey che fece acquistare fama e diffusione alle virtù terapeutiche della pianta in Occidente. In una relazione del 1839 egli descrisse usi e benefici della Cannabis appresi in India. Egli la definì, tra l’altro, “il perfetto rimedio anticonvulsivo”, per le sue qualità analgesiche e rilassanti.
Ciò portò ad una diffusione molto vasta della Cannabis per uso medico, specialmente in Inghilterra (preparazioni a base di Canapa si potevano acquistare nei Drug Stores e persino il medico della regina Vittoria la usava regolarmente per i dolori mestruali della sua paziente) e successivamente anche negli USA.

Uso medico in Italia

In Italia l’uso medico dell’Hashish venne citato per primo dal dottor Nicola Porta del manicomio di Aversa (Annali, Volume CLXVII, 1858 ), ma fu il professor R. Valieri, dell’ospedale degli Incurabili a Napoli, ad impiegarlo diffusamente ed a raccomandarne l’utilizzo. Tuttavia, pare che nessuna traccia di questi usi sia rimasta nella farmacopea e nella cultura popolare del Sud Italia.

La Cannabis in America

Cambiando continente, si fissa la data d’arrivo della Cannabis nel nuovo mondo quando i Vichinghi raggiunsero le coste della Nuova Inghilterra nel X secolo, mentre successivamente le spedizioni Spagnole comandate da Diego De Almagro e Pedro De Valdiva (1530-1545 ) la diffusero presso i nativi dell’odierno Cile. Inoltre, nel Traité du Tabac ou Panacée Universelle (Lione 1626 ), il dottor Leander descrive l’uso cerimoniale di alcune erbe da parte dei nativi Nord Americani, “…Erbe che portano all’estasi ed alla comunicazione con gli dei “. Intorno al 1600 il farmacista canadese di Champlain, Mr. Hebert coltivava un vasto campo di Cannabis per i suoi preparati e nel 1611 a Jamestown i primi coloni la piantarono per fibra. In quegli anni, la Virginia (1629) e il Connecticut (1637) emanarono le prime leggi che imponevano la coltivazione della pianta per favorire lo sviluppo dell’industria dei tessuti: la Cannabis si diffuse ovunque rapidamente (George Washington scriveva nel suo diario, 12-13 Maggio 1765 :”seminato Canapa” ed ancora il 7 Maggio “iniziato a separare i maschi dalle femmine ma forse è troppo tardi”).

Uso tessile

D’altronde era un uso ben radicato da secoli anche in Europa quello di produrre tessuti di Cannabis per vestiti e l’Italia era nota per essere il produttore dei tessuti migliori (erano famose le qualità “Carmagnola”, “Bolognese “, “Napoletana” , ecc.). In quegli anni era comunque la Russia a produrre l’ottanta per cento di Cannabis nel mondo, vendendone anche i migliori manufatti (vele, reti, corde, tappeti), e la Gran Bretagna ne diventò presto il principale acquirente.

Napoleone e la Canapa

Nel 1798, durante la campagna in Egitto, Napoleone emanò un decreto che vietava ai soldati francesi di “bere il forte liquore fatto dai musulmani con un erba detta Hashish e fumare le foglie della Cannabis”. Al ritorno della spedizione in Europa, l’uso dell’hashish prese a diffondersi in tutta la Francia. Durante la guerra Franco-Inglese, conclusasi con la definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815, la Francia iniziò a premere sullo Zar Alessandro I così da bloccare gli indispensabili rifornimenti di Canapa alla flotta Inglese.
Costretto a vendere la Lousiana agli Usa ad un prezzo ridicolo (5 cent per ettaro) ed in cerca di finanziamenti, nel 1810 Napoleone decise d’intervenire con le armi nei confronti della tentennante Russia. La flotta USA ne approfittò subito, vendendo allo Zar rum, zucchero, caffè, tabacco, avendone in cambio Cannabis, ceduta prontamente agli Inglesi. Questi ultimi, però trovarono un nuovo accordo con Alessandro I, garantendosi il rifornimento di Canapa a costi più bassi : il congresso USA rispose con l’entrata in guerra al fianco di Napoleone, con l’obiettivo finale di conquistare il Canada.
La disastrosa campagna di Napoleone in Russia, però, liberò presto gli Inglesi dagli impegni europei ed i tentativi bellici americani vennero parati con successo. Il trattato di Ghent (1814) chiuse la partita, garantendo definitivamente l’inviolabilità dei confini canadesi da una parte e la libertà di commercio per le navi americane dall’altra.

Uso medico nel XIX secolo

Nel frattempo, gli studi scientifici sui composti chimici della pianta presero a diffondersi e le sue applicazioni in medicina conobbero larga diffusione in tutta l’Europa, grazie soprattutto all’opera di O’Shaughnessey, come più sopra riportato. Nel 1840 il chimico Louis Aubert-Roche pubblicò uno studio sull’efficacia dell’Hashish nel trattamento delle piaghe e della febbre tiroidea. Il medico J. J. Moreau de Tours, intuendone le potenzialità curative nei malati di mente, lo sperimentò su se stesso: “… è vera felicità quel che l’Hashish produce…”.

La letteratura sull’hashish del XIX secolo

Queste ricerche porteranno alla nascita del famoso Club des Hachischins, fondato da T. Gautier nei locali dell’Hotel Pimodan, Ile Saint-Louis, Parigi. Il primo resoconto delle riunioni mensili dei membri del circolo, tra cui A. Dumas padre, V. Hugo, H. de Balzac e C. Baudelaire, venne pubblicato nel 1845 su La Presse. Da allora le successive opere di Gautier (Il Club dei mangiatori di Hashish), Baudelaire (I paradisi artificiali) e Dumas (Il Conte di Montecristo ) sui vari aspetti connessi agli effetti della sostanza acquistarono fama ed ego internazionale, diventando presto dei classici della letteratura moderna. Lo stesso accadde con Fitz Hugh Ludlow che, nel 1855, scrisse un’articolo sul tema in Putnam’s Magazine e l’anno seguente pubblicò The Hasheesh Eater, primo classico statunitense sui usi ed effetti dell’Hashish. In realtà, nel 1834 era stato lo scrittore e viaggiatore Bayard Taylor ( 1825-1878 ) il primo americano a descrivere gli effetti della resina di Cannabis su di sé, pubblicando i resoconti dei suoi viaggi intorno al mondo. E fu proprio leggendo tra questi scritti che il giovane Ludlow, figlio di un pastore protestante, decise di sperimentare personalmente la sostanza curiosando nella bottega dell’amico farmacista Anderson, nella cittadina di Poughkeepsie, stato di New York, riuscì a scovare una fiala di Tilden Extract Of Cannabis Indica e la usò per i propri esperimenti. Ciò portò ad una grossa diffusione dell’impiego della Canapa sia nei campi tradizionali (tessuti, fibra, carta, oli vegetali, medicina tradizionale), sia per usi medico-terapeutici “ufficiali”, sia per usi psicotropi.

Diffusione nel XIX secolo

Nel 1860 la Ganja Wallah Hasheesh Candy Company lanciò sul mercato dei dolcetti fatti con hashish e zucchero d’acero: vennero prodotti e venduti in USA per oltre 40 anni. Un po’ ovunque furono inoltre aperti gli Hashish smoking parlors, sullo stile di quelli turchi. In pratica, alla metà del XIX, la Cannabis era ormai entrata negli usi quotidiani di quasi quattro generazioni di americani, soprattutto per le sue applicazioni terapeutiche, tramandate da pionieri del nuovo mondo.