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Fuoriluogo è a una svolta…

luglio 1, 2008

Cari amici e amiche siamo giunti al bivio

Da Fuoriluogo, di Grazia Zuffa – 29 giugno 2008

Fuoriluogo è a una svolta. O riesce a fare il salto e a diventare punto di riferimento per un network sociale più ampio, al di là di Forum droghe. Oppure cessa di esistere, senza mezzi termini. Un poco come accade al manifesto, fatte le differenze. D’altronde non potrebbe essere diversamente, considerati i dodici anni di convivenza. Fuoriluogo è cresciuto e maturato, grazie a e insieme con il manifesto: è parte della storia del giornale.
Veniamo ai fatti. Il recente rilancio editoriale del quotidiano ci obbliga a ripensare la nostra collocazione all’interno. C’è anche un problema economico. Attualmente le spese di Fuoriluogo sono ripartite più o meno a metà. Forum droghe sostiene completamente i costi redazionali, di grafica e di impaginazione, quelli di carta e stampa sono a carico del manifesto. D’ora in poi, ci viene chiesto l’autofinanziamento completo.
Non è solo una questione economica, comunque assai rilevante per noi; è innanzitutto una questione politica. Troppe cose sono accadute e stanno accadendo sui temi che ci stanno a cuore, è inevitabile che anche Fuoriluogo vada ridiscusso. Pensiamo alla mancata abrogazione della legge Fini Giovanardi, su cui aveva puntato il movimento di riforma della politica della droga; fino al crescendo pauroso della “sicurezza” declinata come paura/esecrazione/odio dei tanti “altri da sé”. Certo, se Fuoriluogo chiudesse, verrebbe a mancare una delle poche voci che cercano di contrastare la deriva e che si sforzano di agganciare il discorso sulle droghe ai fatti, alle evidenze, alla ragione. Ma non possiamo nasconderci che una delle nostre idee forti – la sicurezza intesa come l’arte di “gettare i ponti” con l’altro/l’altra da sé, nocciolo vero della riduzione del danno – si è eclissata dalla scena politica ed è impallidita nelle coscienze dei cittadini. Così come una delle nostre sfide più ambiziose – saper parlare ai policy makers offrendo spunti e prospettive internazionali – è in larga parte caduta nel vuoto. È vero che anche la riflessione sulla sconfitta sarebbe più difficile senza uno strumento come il nostro, specie pensando alla preoccupante afasia dei soggetti che operano nel sociale. Sulle droghe la frantumazione si avverte ancora di più: il movimento della canapa quale “non-droga” tende a separarsi da quello per la riduzione del danno (buono solo per le droghe-droghe, si dice); nel mezzo l’allarme cocaina (un tempo droga a metà, oggi la droga per eccellenza), che conquista un po’ tutti. Così, da qualsiasi parte ti giri è sempre la Sostanza (buona o maledetta) al centro: che il rischio (ma anche il piacere) dipendano solo in parte dalla chimica è verità troppo complicata per i nostri giorni, parrebbe.
Una impasse di questa portata necessita di una risposta all’altezza. C’è bisogno di un nuovo strumento che, ben oltre le droghe, sappia creare collegamenti stretti con altri settori del sociale, oggi in sofferenza. Abbiamo sempre cercato di mantenere una panoramica ampia, fra penale e sociale: ne è riprova questo stesso numero in gran parte dedicato all’immigrazione e all’integrazione degli stranieri, in Europa e in Italia. Non sempre ci siamo riusciti però. In ogni modo, ci aspetta una verifica. Se ci saranno altri soggetti, gruppi, associazioni disposti a lavorare con noi (con idee, con uomini e donne nuovi e qualche fondo), allora Fuoriluogo potrà ripartire in autunno da un nuovo progetto editoriale. Altrimenti, non c’è spazio per lo “speriamo che me la cavo”. Il giornale è uscito per tanti anni grazie all’impegno volontario di una redazione compatta e di collaboratrici e collaboratori generosi. Per parte nostra, vogliamo lavorare ancora. Ma non dipende solo da noi.

Droghe e diritti umani 25/06 Roma

giugno 24, 2008

Comunicato stampa: Droghe e diritti umani

Verso la revisione delle strategie Onu sulla droga: la sfida di Vienna 2009
in occasione della giornata mondiale sulla droga

Sala stampa del Senato
Roma, Corso Rinascimento
Mercoledì 25 giugno 2008, ore 11.30-12.30

Mercoledì 25 giugno si terrà presso la sala stampa del Senato (ore 11.30-12.30) un incontro sul tema Droghe e diritti umani. Verso la revisione delle strategie Onu sulla droga: la sfida di Vienna 2009.
Promuove l’incontro l’associazione Forum Droghe in collaborazione con i senatori radicali del gruppo Pd e con: Antigone; Arci; Cnca Lazio; Cgil nazionale, Dipartimento welfare e diritti; Comunità San Benedetto al Porto di Genova; Gruppo Abele; Itaca Europa; Lia; Parsec.
Per adesioni: Marina Impallomeni mimpallomeni@fuoriluogo.it Nel corso dell’incontro le associazioni promotrici presenteranno una piattaforma di riforma delle politiche internazionale sulle droghe che abbiano come fulcro il superamento delle violazioni dei diritti umani, ad iniziare dalla abolizione della pena di morte per reati di droga.

Quest’anno la giornata internazionale di contrasto alla droga cade infatti mentre è in corso il processo di valutazione del piano decennale antidroga delle Nazioni Unite, approvato nel 1998 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla droga a New York. Nel 2009, a Vienna, verrà lanciato il nuovo piano dell’Onu.

Interverranno:

Vittorio Agnoletto, parlamentare europeo RC-Sinistra Europea; Stefano Anastasia, Forum Droghe; Rita Bernardini, Segretaria Radicali Italiani; Giuseppe Bortone, Cgil nazionale, Franco Corleone, Segretario Forum Droghe; Toni Dall’Olio, Gruppo Abele; Carlo De Angelis, Presidente Cnca Lazio; Patrizio Gonnella, Presidente Antigone; senatore Marco Perduca, Lia; Edo Polidori, Itaca Europa; senatrice Donatella Poretti, radicali-Pd; Fabio Scaltritti, Comunità S. Benedetto al Porto di Genova; Marco Solimano, Arci nazionale; Ingo Stockel, Parsec.

La piattaforma programmatica

La giornata internazionale del 2008 cade mentre è in corso il processo di valutazione del piano decennale antidroga delle Nazioni Unite, lanciato nel 1998 all’Assemblea Generale Onu sulla droga di New York. Il processo di valutazione è iniziato nel marzo 2008 nella sede Onu di Vienna e lì si concluderà nello stesso mese del 2009, alla presenza dei ministri e capi di governo di tutto il mondo.

E’ ormai chiaro che l’obiettivo, stabilito a New York, di “eliminare o almeno significativamente ridurre entro dieci anni” la produzione delle principali sostanze illegali, non è stato raggiunto e il mercato illegale delle droghe non ha subito contrazioni; emergono invece i danni di un approccio internazionale fortemente centrato sulla repressione delle coltivazioni, del traffico e del consumo anche a scapito di diritti umani fondamentali.

Come organizzazioni impegnate nella riforma della politica della droga e nella difesa dei diritti, poniamo al centro della ricorrenza internazionale del 2008 il tema dei diritti umani quale fulcro di nuove strategie sulla droga più razionali e umane.

Le attuali politiche antidroga violano i diritti umani con:

La pena di morte per reati di droga. Nonostante diminuisca il numero degli stati che applicano la pena capitale, si è esteso il numero dei paesi che la applicano per reati di droga. Più di 30 paesi hanno la pena di morte per reati di droga, compreso il possesso. Negli anni recenti ci sono state esecuzioni per droga in Cina, Egitto, Indonesia, Iran, Kuwait, Malesia, Arabia Saudita, Singapore, Tailandia e Vietnam.

L’eradicazione forzata delle coltivazioni illegali con l’impoverimento e l’abbandono dei terreni e delle case da parte di migliaia di contadini. Il piano antidroga lanciato a New York dieci anni fa, nello sforzo di “eliminare” le coltivazioni ha promosso strategie centrate sull’eradicazione forzata, costate miliardi di dollari, a scapito di programmi di sviluppo alternativo. E’ stato pagato un prezzo umano e sociale altissimo a fronte di risultati infimi: lo stesso rapporto ufficiale del direttore dello Unodc, Antonio Costa, presentato nel marzo 2008, riconosce che “la coltivazione di oppio e coca è rimasta largamente immutata nei dieci anni passati”.

La criminalizzazione degli usi tradizionali di alcune sostanze nelle culture indigene. La persecuzione della secolare tradizione della masticazione della foglia di coca in Sud America costituisce una discriminazione delle minoranze e viola il loro diritto a preservare la loro identità culturale.

La inadeguata difesa della salute dei consumatori. Se in molti paesi mancano o sono fortemente carenti programmi di scambio siringhe, altrettanto si può dire per la prevenzione delle overdose, mentre è spesso negato ai consumatori di droghe l’accesso alle cure per l’infezione da HIV. Più in generale, la stigmatizzazione e la criminalizzazione dei consumatori costituiscono un ostacolo a programmi efficaci di tutela della salute.

Tra gli obiettivi prioritari che il governo italiano dovrebbe sostenere al prossimo meeting Onu indichiamo:

– stabilire che la pena di morte per reati di droga è contraria alla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici.

– stabilire che la repressione dei reati di droga avvenga nel rispetto delle regole dello stato di diritto e della proporzionalità delle pene.

– porre fine all’eradicazione forzata e aumentare l’assistenza allo sviluppo. Promuovere programmi alternativi quali l’utilizzo della produzione di oppio afghana a scopo medico.

– rimuovere la foglia di coca dalla Tabella I della Convenzione internazionale sulle droghe narcotiche del 1961

– riequilibrare l’attenzione e le risorse finanziarie dalla legge penale alla tutela della salute. Questo obiettivo vale per tutti gli stati membri, compresa l’Europa e l’Italia. (Nel 2006, in Italia, i costi socio-sanitari sono stati di 1 miliardo e 743 milioni di euro, mentre la repressione penale ha assorbito quasi il doppio delle risorse, 2 miliardi e 798 milioni di euro).

Chi è veramente contro la droga?

giugno 13, 2008

di Emma Bonino

Credo che ormai sia stato detto tutto pro e contro il proibizionismo delle droghe.
Mettendo da parte le posizioni esclusivamente strumentali e demagogiche credo che sia i “proibizionisti” che gli “antiproibizionisti” abbiano obiettivi comuni, vogliono la riduzione del consumo di droga, vogliono combattere il narcotraffico, la criminalità che si alimenta con il traffico di stupefacenti. Diversi invece sono i mezzi con i quali vogliono ottenere questi risultati.
Per non rischiare di ripetere cose dette mille volte propongo un esempio molto semplice per spiegare perché ritengo più efficace la politica antiproibizionista per ottenere quegli obiettivi comuni.
Il tabacco ha effetti devastanti sulla salute umana, produce dipendenza e provoca danni sociali immensi. La mortalità nel mondo a causa, diretta e indiretta, del fumo non è neppure paragonabile con quella delle droghe. Solo negli Usa 320 mila persone muoiono ogni anno a causa del fumo mentre poco meno di 4.000 a causa delle droghe.
Sulla base quindi delle stesse, medesime valutazioni che spingono a vietare la droga, sarebbe non solo legittimo ma urgentissimo vietare il commercio e l’uso del tabacco. Subito dopo, sempre calcolando il livello del danno sociale, bisognerebbe vietare il commercio e l’uso degli alcoolici. Solo alla fine della graduatoria della pericolosità sociale verrebbe la questione della droga.
Ma sappiamo tutti che vietare il fumo o l’alcool non produrrebbe la scomparsa di questi due “vizi” ma aggiungerebbe al danno sulla salute che provocano il danno derivante dal commercio clandestino che immediatamente sorgerebbe. Accanto ai narco-trafficanti avremmo i tabacco-trafficanti e gli alcool-trafficanti. I fumatori, occasionali o dipendenti, i consumatori di alcool, quelli occasionali come gli alcolisti, invece di recarsi dal tabaccaio o nell’enoteca per soddisfare il loro “vizio”, dovrebbero fornirsi dal mercato nero. I costi salirebbero e per acquistare tabacco e alcool molti sarebbero costretti a compiere reati, a fare rapine o spacciare tabacco o alcol, fare proseliti.
Non credo che alcuno possa dubitare che questo scenario, a parte dettagli, sarebbe perfettamente corrispondente alla realtà. Infatti nessuno è oggi così folle da proporre il divieto del fumo o dell’alcool. Tutti i governi cercano di avvicinarsi a questo risultato con mezzi più efficaci: campagne informative, induzione di mode comportamentali, divieti della pubblicità, limitazioni all’uso pubblico di queste droghe.
Perché allora queste stesse considerazioni non valgono per le altre droghe, per gli stupefacenti?
Perché non si provvede subito a riportare nella legalità il “vizio” della droga al pari degli altri vizi? Legalizzare, preciso, non liberalizzare. Non si tratta infatti, come qualcuno sostiene per screditare la posizione antiproibizionista, di mettere in distribuzione nei supermercati gli stupefacenti. Legalizzare vuol dire infatti regolamentare e non, come accade di fatto oggi, abbandonare il mercato alla legge del far west. Oggi infatti la droga è praticamente liberalizzata: si vende ad ogni angolo di strada, basta avere i soldi.
Legalizzare significa invece controllare, significa separare il problema sociale e sanitario del tossicodipendente da quello giudiziario e criminale. Legalizzare significa trovare, per ogni Paese, in relazione alla situazione del suo mercato e del tipo di consumatori di droga, l’equilibrio giusto fra disincentivazione della droga e sua reperibilità. In alcuni casi si tratterà di sola distribuzione controllata da parte delle strutture sanitarie, in altri paesi, di vendita su ricetta o con altre forme di controllo. Il prezzo della droga dovrà poi essere superiore al suo costo di produzione. Così i profitti della vendita potranno essere utilizzati per i recupero dei tossicodipendenti e per le campagne informative.
Ma in ogni caso questo equilibrio fra costo della droga e sua reperibilità dovrà impedire la convenienza del commercio clandestino, la necessità di compiere atti criminali o di proselitismo per acquisire la droga.
E’ quindi veramente incomprensibile, dal punto di vista teorico e alla luce dei risultati catastrofici della “drug war”, perché si perseveri nell’errore del proibizionismo, perché si alimenti consapevolmente il narcotraffico, perché s’incentivi la diffusione capillare della droga fra gli individui più indifesi, perché si faciliti la diffusione dell’Aids, perché si consenta la paralisi della magistratura e della polizia, ormai costretti ad occuparsi quasi esclusivamente di droga.
Vi sono certo difficoltà di ordine psicologico e politico per modificare di 180 gradi una posizione adottata da tutti i governi. A questo proposito molto convincenti sono le parole di John Golibert, da 21 anni senatore in rappresentanza del West Bronx: “Non è facile, dopo che si sono spesi miliardi di miliardi di dollari, dopo che si è fatta per anni la voce grossa, ammettere che la strada intrapresa era sbagliata. Non è facile ammettere il fallimento, riconoscere che il Re è nudo e guardare in faccia la nuda realtà”. Ma da sola, questa giustificazione, non è sufficiente. Perché infatti esporsi ad una sconfitta sicura, sperperare ancora miliardi di dollari.
Due sole possono allora essere le risposte:
Il proibizionismo è il nuovo volto del totalitarismo. Dietro la volontà di salvaguardare la salute dei cittadini si nasconde la tentazione, sempre purtroppo presente, di limitare le libertà individuali. Lo si è fatto in nome della religione, della classe, dello stato, della patria, della rivoluzione. Oggi questi miti sono piuttosto in disgrazia. Ecco che il demone della droga ben si adatta per ottenere lo stesso risultato.
Il proibizionismo è il nuovo alibi dell’imperialismo. Dopo l’autoscioglimento del nemico storico, il comunismo, serviva un nuovo nemico che consentisse agli eserciti di giustificare la propria esistenza, alle politiche di difesa dell’ordine democratico” di esercitarsi nella “liberazione” militare di altri paesi. La guerra alla droga, il “fraterno” aiuto militare ai paesi colpiti dai narcotrafficanti è l’alibi giusto per perseverare nel vecchio vizio dell’imperialismo.
Per tutti e due queste finalità serve la droga, servono i tossicodipendenti, servono i narcotrafficanti. Se non ci fossero si dovrebbero inventare.

Chi è allora veramente contro la droga?

Fonte: emmabonino.it