Italia. Rasta e cannabis, altre reazioni alla sentenza della Cassazione

luglio 13, 2008

Continuano le reazioni alla sentenza della Corte di Cassazione, che ha annullato la condanna per possesso di oltre un etto di cannabis per un adepto rasta.

“Sono stati usati tutti gli aggettivi possibili e immaginabili per commentare la sentenza della Cassazione che stabilisce il diritto di drogarsi per motivi religiosi”. Lo dice in una nota Gabriella Carlucci del Pdl.

“La sentenza apre scenari inquietanti sui quali dobbiamo interrogarci, infatti, se secondo la Corte la religione e’ giustificazione plausibile, significa che infibulazione e bigamia possono essere leciti e condivisi.

Drogarsi e’ un reato punto e basta, se ai giudici non riesce proprio d’immaginare gli effetti devastanti delle loro sentenze si rileggano la confessione, proprio ieri dell’assassino di Federica Squarise; ‘Ero strafatto e l’ho uccisa’.

Non mi pare ci sia altro da aggiungere – ha concluso Carlucci -, tranne una palese contraddizione nelle sentenze della Corte stessa che sempre ieri dichiarava illecita la coltivazione di cannabis”.    

“L’Onorevole Carlucci lamenta che la sentenza della Cassazione sancisce il diritto di drogarsi per motivi religiosi.

Ora, posto che fumare del Ganja, provare per credere, possa essere considerato ‘drogarsi’, non credo che riconoscere diritti ‘comunitari’ possa consentire il governo di qualsiasi fenomeno, neanche per i presunti tutelati”: lo dichiara in un comunicato Marco Perduca, esponente del Partito Radicale eletto al Senato col Pd.

 “I giudici della Cassazione hanno ritenuto di limitare i danni della legislazione italiana in merito alle sostanze stupefacenti creando dei diritti speciali per un gruppo religioso”, prosegue Perduca.

“La sentenza del 6 luglio scorso rappresenta peró il perfetto contrario di ció che lo Stato di diritto dovrebbe affermare e garantire, e cioè che la legge è uguale per tutti, legge che peró dovrebbe regolamentare le libere scelte dei cittadini – purch‚ queste non ledano la libertó e/o le scelte altrui – e non imporre visioni etiche.

Assumere sostanze stupefacenti, di per s‚, non lede le libertà di alcuno, proibire tale attività ha invece creato una serie di danni che vanno ben oltre l’eventuale tossicità delle sostanze”.

 “Ricordo allo stesso tempo – conclude l’esponente radicale – che in Italia, in virtú del Concordato, per i rappresentanti del clero cattolico esistono privilegi e immunità che li pongono al di fuori, o al di sopra, della legge molto di piú di quanto dall’altro giorno non lo siano i rasta”.    

“E’ al tempo stesso allarmante e disarmante rilevare l’assoluta superficialita’ e la totale ignoranza della legge dimostrata dai numerosi parlamentari, della maggioranza cosi’ come dell’opposizione, che non sono riusciti a trattenersi dal commentare, a sproposito, la recente sentenza della Sesta Sezione Penale della Cassazione in materia di detenzione di sostanze stupefacenti.

Se solo ci si prendesse la briga di leggere quanto affermato dalla Suprema Corte, ci si accorgerebbe facilmente che non e’ stato fatto altro che applicare la legge attualmente in vigore”. Cosi’ Marco Contini, segretario dell’Associazione Politica Antiproibizionisti.it, commenta la sentenza della Cassazione che consente l’uso dell’ hashish per i rasta. 

“Non soltanto, dunque, non e’ mutata la giurisprudenza in materia, ma si e’ ribadito un principio fondamentale, ovvero che non basta il semplice possesso di una quantita’ piu’ o meno rilevante di sostanza per poter affermare ‘automaticamente’ che questa e’ detenuta a fini di spaccio.

Volendo fare una considerazione politica a questo riguardo -aggiunge Contini- non si puo’ che evidenziare come il tentativo di introdurre dei parametri rigidi, perpetrato attraverso le modifiche introdotte dalla legge 49/2006, si sia rivelato un completo fallimento”.

“Tuttavia, cio’ non significa affatto che chi pratica la religione rastafariana sia ‘esente’ dall’applicazione della legge. In base alla cosiddetta ‘Fini-Giovanardi’, infatti -commenta ancora il segretario di Antiproibizionisti.it- il puro e semplice consumo delle sostanze indicate in tabella non e’ mai consentito e il superamento delle soglie relative a ciascuna di esse ha il solo scopo di rappresentare un ‘potenziale discrimine’ tra l’uso personale e lo spaccio”.

Per Contini tuttavia non “si puo’ fare a meno di considerare le circostanze di tempo, luogo e modalita’ comportamentali dell’imputato, quelle che l’art. 73 descrive come ‘altre circostanze dell’azione’, fondamentali per stabilire se l’illecito commesso sia di natura penale o amministrativa.

D’altra parte -aggiunge- un’altra recente sentenza della Suprema Corte, la n.17899, gia’ aveva rilevato come le modifiche apportate nel 2006 non avessero inciso minimamente sulla struttura del concetto di detenzione ad uso personale, cosi’ come prevista dal d.p.r. 309/90, la quale e’ rimasta condizione di non punibilita’ della condotta”.

Non e’ vero, quindi secondo il segretario di Antiproibizionisti.it che “sono stati riconosciuti ‘diritti speciali’ per un gruppo religioso, semplicemente si e’ ritenuto che chi, in virtu’ di una propria abitudine o credenza religiosa, fa regolarmente uso di una determinata sostanza, verosimilmente possa detenerne dei quantitativi, anche consistenti, per il proprio uso personale, senza avere alcuna intenzione di cederli a terzi”.

“Per questo motivo potra’ subire una sanzione amministrativa, anche pesante, ma non incorrera’ in un reato penale, con tutto cio’ che questo comporta.

Va detto, infine, che, alla luce di questo pronunciamento, non si puo’ escludere che in futuro ci possa essere qualcuno che, nascondendosi strumentalmente sotto una presunta appartenenza religiosa a cui e’ del tutto estraneo, tenti di coprire subdolamente delle condotte realmente criminose.

Resto pero’ dell’idea -conclude Contini- che cio’ non e’ sufficiente per sovvertire il principio per cui si resta innocenti fino a prova del contrario”.

fonte: Aduc droghe

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