Barbano, un grave esempio di malainformazione (versione integrale)

giugno 13, 2008

Riceviamo e pubblichiamo :

“Sono l’autore di questo articolo. Sono contento che l’abbiate scelto, vi chiederei solo di sostituirlo con la versione adesso in linea su aduc.droghe, che presenta argomentazioni più dettagliate e circostanziate. Debbo precisare inoltre in oltre che, pur lavorando per il Gruppo Abele, quelle espresse sono mie opinioni professionali che non rispecchiano necessariamente quelle del Gruppo.” Luca Borello

ecco la versione aggiornata, fonte: aduc.droghe

Mi ha sorpreso molto la recensione del volume di Alessandro Barbano “Degenerazioni – Droga, padri e figli nell’Italia di oggi” (ed. Rubettino).

La tesi di fondo (la ‘questione morale’, la mancanza di valori, la necessità di punire il consumatore e via dicendo), è vagamente stantia, generica e superficialmente ideologica: buona per la retorica dei quotidiani,per aumentare le tirature a colpi di allarmismo, o per ergersi a facili ‘difensori dei costumi’. Magari fa scalpore, e attira facili consensi: ma non aiuta affatto a capire.

La realtà del consumo di cannabis è ben più ampia e complessa (e molto meno drammatica) di quella, pur reale, dei ‘consumatori problematici’ (ma siamo sicuri che il problema di un adolescente oggi sia davvero la cannabis?) descritti da Barbano. Il quale usa l’espediente capzioso,da pessimo giornalismo, della ‘storia scandalosa/strappalacrime’ come unica argomentatazione nel tentativo di trasformare le proprie opinioni personali (e quelle di Gervaso: noto esperto in materia di sostanze…) in verità oggettive.
E’ un pò come se io,per dimostrare che le automobili uccidono, portassi solamente il caso dei giovani che si schiantano il sabato sera e ignorassi tutti quelli che guidano senza incidenti e rispettando la segnaletica. Sarebbe semplicemente un’aberrazione, anche se mossa dai più nobili ideali (‘lastrada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni’, ha ricordato Todorov in un suo libro).

Il problema più grave, però, è che Barbano non si limita ad argomentare le sue tesi mediante espedienti retorici. Fa molto di peggio. Soprattutto se sipensa che è il vicedirettore di un quotidiano, ossia che, in quanto giornalista, dovrebbe per prima cosa controllare le proprie fonti e assicurarsi di non travisarne il contenuto, piegandolo (consapevolmente o meno, non so cos’è peggio) alle sue teorie.

Mi spiego:Barbano supporta la sua tesi citando (tra gli altri) il famoso articolo di David Nutt apparso su Lancet, quello che anche il quotidiano inglese ‘Independent’ travisò un anno fa, suscitando grande scalpore, per giustificare il suo cambio difronte in materia di liberalizzazione delle droghe leggere.
Come ormai si dovrebbe sapere, quell’articolo non riguardava affatto la pericolosità della cannabis: anzi, la smentiva,proponendo il suo spostamento (insieme all’ecstasy!) nel novero delle sostanze poco pericolose, e lo spostamento dell’alcol (sì, è una droga)nel numero delle più nocive. Inoltre tale ricerca era incentrata sulle modalità con cui viene valutata la pericolosità delle sostanze, non sulle sostanze stesse: e dimostrava che i criteri usati fino ad ora(quelli su cui Barbano basa le sue magari legittime, ma strampalate opinioni)non hanno un bel niente di scientifico. Il vicedirettore del’Messaggero’ ritira poi fuori la storia della ‘skunk’ (la ‘supercannabis’), vicenda già ridimensionata, se non smentita, in ambito accademico, ma ancora buona per i giornalisti, a quanto pare (si veda, a questo proposito: E. Farinetti, ‘Oltre l’allarme (e le pubbliche scuse)’, in Narcomafie n. 6, 2007).

Barbano ci riferisce le sue opinioni (ben vengano, viva la libertà), ma lungi dal dichiararle tali,finge che siano supportate evidenze scientifiche (la bibliografia del suo volume è incredibilmente breve e mirata). Così facendo mente, e mentendo viene meno al suo mandato di giornalista.
Ritengo che questo sia molto grave. Un giornalista non può raccontare menzogne, nemmeno per sbaglio, e nemmeno per il più nobile degli ideali. Credo che in un Paese civile questo dovrebbe portare a delle conseguenze, quantomeno all’interesse da parte dell’Ordine dei Giornalisti. Non credo tuttavia che avverrà.

Non si tratta, tra l’altro, solo di una questione deontologica: il fatto è che più bugie si raccontano e più allarmismo superficiale si produce sulle ‘droghe’, più queste finiscono per far male. Non è solo una mia opinione, ma quella, tra gli altri, di Gregor Burkhart, responsabile dell’area prevenzione dell’EMCCDA, (rintracciabile su questo stesso sito).
Finoad oggi, il modello di proibizionismo proposto da libri come questo (come fosse una novità: ma non lo sa Barbano che la cannabis è proibitada quasi un secolo?) ha avvantaggiato e arricchito solo giornalistiallarmisti, zar dell’antidroga e, sopra tutti, la criminalità organizzata.

Luca Borello, documentalista e ricercatore

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