Una lezione di rigore per Gordon Brown

giugno 9, 2008

25 maggio 2008

IL CONSIGLIO SCIENTIFICO DEL REGNO UNITO RICONFERMA LA CANAPA FRA LE DROGHE A MINOR RISCHIO

«Nel luglio 2007 avete chiesto allo Advisory Council on the Misuse of Drugs (Acmd) di riesaminare la classificazione della canapa alla luce di un reale allarme pubblico sui potenziali effetti sulla salute mentale di tale sostanza, e in particolare dell’uso di varietà più forti della stessa. A seguito del più accurato esame di tutte le evidenze disponibili, il Consiglio, a maggioranza, ritiene che la canapa debba rimanere in Classe C»: questo il passaggio decisivo della lettera con cui il presidente dello Acmd risponde al segretario di stato Jacqui Smith, dello Home Office, affidando il responso ad un nuovo rapporto intitolato “Canapa: classificazione e salute pubblica”.
Dunque lo Acmd, il prestigioso organismo scientifico britannico, non ha ceduto né alle pressioni mediatiche, né a quelle politiche al più alto livello (leggi Gordon Brown): che da tempo invocano il “messaggio giusto” di severità, identificato nel ritorno alla inclusione della canapa nella tabella B (fra le sostanze di media pericolosità) con conseguente inasprimento delle pene per il consumo.
La partita non si chiude qui, perché Gordon Brown ha minacciato a suo tempo di riclassificare comunque la canapa in tabella B, qualsiasi fosse il verdetto dello Acmd. Se davvero il traballante primo ministro decidesse di insistere nei suoi propositi, per la Gran Bretagna sarebbe uno strappo ad una tradizione storica di rispetto per la scienza, come anticipava Giorgio Bignami (Fuoriluogo, aprile 08). Di tale tradizione il Regno Unito si è fatto vanto ancora in un passato recente: si pensi alla sprezzante risposta nel 2003 del governo Blair allo Incb (International Narcotics Control Board), l’organismo Onu chiamato a verificare l’applicazione dei trattati internazionali, che aveva attaccato il governo britannico proprio per la decisione di spostare la canapa in classe C: al tempo il sottosegretario di turno invitò il Board a leggersi il rapporto dello Acmd che raccomandava la declassificazione (sic!).
Il rapporto approfondisce i nodi della ricerca sulla canapa, tuttavia non si sottrae a considerazioni e suggerimenti più generali circa le politiche pubbliche sulle droghe. In diversi passaggi, si precisa che il criterio che presiede alla classificazione di ogni droga è la valutazione del suo grado di pericolosità per gli individui e per la società, non del ruolo giocato dai “messaggi” rivolti all’opinione pubblica: una stoccata neanche tanto indiretta a Gordon Brown, il Moralizzatore. E ancora: “In ogni modo, anche se la giustizia e i sistemi di classificazione svolgono una funzione, specie nel ridurre l’offerta, dobbiamo puntare soprattutto sulla riduzione della domanda” (leggi prevenzione e cura): un’altra stoccata, stavolta direttissima, contro il trend securitario repressivo, che rischia di ridurre all’insignificanza gli interventi sociosanitari, travolgendo le giuste priorità nelle politiche pubbliche.
Entrando nel merito del documento, poche sono le novità di rilievo; sarebbe strano il contrario vista la prolificità dello Acmd in merito (i precedenti rapporti risalgono al 2002 e al 2005). Tra gli spunti interessanti, si segnalano le cifre sulla diffusione dei consumi. In cinque anni, si è registrato un declino consistente della prevalenza d’uso, dal 20 al 25% in meno. Ciò vale sia per il consumo nella popolazione in generale (età 16-59 anni), che nelle classi giovanili (16-24 anni). Il che ci riporta alle considerazioni di cui sopra: i (supposti) danni dell’alleggerimento penale della canapa, alla base della contestata declassificazione del 2003, sono inesistenti: pur in presenza di sanzioni penali più leggere assistiamo a una contrazione nei consumi. Non c’è alcuna meraviglia, poiché si sa che l’andamento dei consumi è poco influenzato dalla natura dei controlli legali. Stupisce invece il distacco della retorica dominante dalla realtà dei dati: “pene su” e “consumi giù” camminano inseparabilmente a braccetto nell’immaginario popolar-mediatico, a dispetto di ogni evidenza.
Inoltre, il rapporto britannico cerca di valutare l’influenza dei modelli di consumo sulla salute. L’attenzione al come è consumata la sostanza permette di affrontare in maniera più ragionevole la questione della potenza della canapa. A differenza della nuova vulgata proibizionista, questa non è individuata come fattore assoluto di pericolosità della sostanza. “Si può tracciare un parallelo fra l’uso di canapa ad alta potenza e il consumo di alcol. Le ricadute di salute pubblica dell’alcol non sono una semplice funzione della concentrazione alcolica della bevanda – recita il rapporto; e precisa: “alcuni fumatori di canapa ricercano il massimo effetto, mentre altri inalano solo una quantità di Thc sufficiente a ottenere un certo tipo di intossicazione”. Può sembrare ovvio: si beve un bicchiere di vino e si sorseggiano due dita di grappa. Di questi tempi però, il buon senso diventa trasgressione, o quasi.
Il rapporto fornisce stime relativamente affidabili sulla concentrazione della canapa: da uno studio del 2005 sui sequestri di polizia, si registra un livello mediano di Thc pari a 3,5 per l’hashish, 2,1 per la marijuana, 13,9 per la sinsemilla. La sinsemilla è costituita dalle infiorescenze della pianta femmina non fertilizzata e si coltiva intensivamente al chiuso. Il famoso skunk è una forma di sinsemilla, ad alta potenza e con un caratteristico profumo. C’è stato un aumento della potenza della sinsemilla dal 1995 al 2000, ma da allora è rimasta costante. Tuttavia la sinsemilla (di produzione autoctona) sembra dominare oggi il mercato (con l’80% di quota), a scapito dello hashish e della marijuana (di importazione per lo più dal Nord Africa): dunque la sostanza in circolazione pare essere davvero più potente e potrebbe esserci un aumento dei rischi per la salute. Ma il vero nodo è l’imponente mutamento del mercato della canapa. La produzione autoctona fiorisce perché la criminalità organizzata sfrutta il fenomeno della immigrazione clandestina: è la criminalità a fornire agli immigrati irregolari, molti vietnamiti, le tecnologie e il capitale iniziale per avviare le serre, la gran parte delle quali si nascondono nei centri abitati, Londra in testa. La qualità della canapa coltivata è in relazione alle esigenze della produzione clandestina: si richiedono piante ad alto rendimento (con diversi raccolti all’anno) e ad alta concentrazione: caratteristiche che diminuiscono il rischio di impresa, con ogni evidenza. È quantomeno dubbio che siano i consumatori a preferire la canapa “pesante”, di sicuro però questa conviene al mercato clandestino: il convitato di pietra che mai viene chiamato in causa quando si parla di salute pubblica. Neppure il Council lo fa, preferendo limitarsi a raccomandare ricerche più puntuali sulla concentrazione di Thc.
Siamo così giunti all’altro tema caldo, il nesso fra canapa e salute mentale, in particolare la schizofrenia.
Il Council non esita a riconoscere che dall’ultima revisione “le evidenze si sono fatte più confuse”. Da un lato c’è la revisione della letteratura scientifica pubblicata sul Lancet nel luglio 2007 (Moore et al.), che sembra avvalorare una relazione causale fra consumo e sviluppo di disturbi psicotici, sulla base di “un’associazione significativa, per quanto molto debole” fra i due fenomeni. Dall’altro, detta relazione di causa-effetto inspiegabilmente non trova conferma nei dati sull’incidenza dei disturbi psicotici fra la popolazione. “Negli ultimi 35 anni il consumo di canapa è aumentato considerevolmente – dice il Council – e se ci fosse un nesso causale fra l’uso di canapa nell’adolescenza e la schizofrenia, questo dovrebbe riflettersi sulla prevalenza e sull’incidenza della malattia, segnalandone i mutamenti nel tempo”. Non è così in Gran Bretagna, ma neppure in altri paesi. E cita a proposito uno studio australiano che ha analizzato la relazione fra l’uso di canapa e la prevalenza della schizofrenia su gruppi di nati dal 1940 al 1979: ad un notevole aumento della prevalenza dell’uso di canapa con una diminuzione dell’età di iniziazione, non fa riscontro alcun aumento di incidenza della schizofrenia.
Conclude il Council: “È evidente che la maggioranza dei giovani consumatori non sviluppa malattie psicotiche. Quando ciò accade, ci devono essere uno o più fattori predisponenti”.
In ultimo, lo Acmd si candida per un nuovo rapporto fra due anni, quando si spera che alcuni dati (sui modelli di consumo, sulla potenza della sostanza, sulla incidenza della schizofrenia) siano più affidabili. Meglio prevenire che curare (le isterie della politica), devono aver pensato i saggi d’oltre Manica.

di Grazia Zuffa

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