La scoperta del sistema endocannabinoide (parte 2)

maggio 27, 2008

Trattamento della nausea e del vomito nei pazienti in chemioterapia
Ogni anno in Italia circa 300 mila pazienti affetti da tumore si sottopongono a trattamenti di chemioterapia. Si tratta di terapie talora molto debilitanti e che si accompagnano a numerosi effetti collaterali. Molti dei farmaci chemioterapici comunemente utilizzati inducono frequentemente nausea e vomito. E questo è un problema importante, poiché questi pazienti spesso sono già molto debilitati e, non riuscendo a mantenere un regolare apporto di cibo, deperiscono ulteriormente. I farmaci antiemetici possono a loro volta avere effetti collaterali anche sul sistema nervoso centrale, in particolare sedazione. Le prime testimonianze dell’azione positiva del fumo di Cannabis nel controllare la nausea e il vomito causati dalla chemioterapia risalgono agli anni settanta. L’efficacia antiemetica del delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) è stata confermata da numerosi studi controllati con placebo e con farmaci antiemetici convenzionali che evidenziano che i cannabinoidi risultavano più efficaci delle terapie convenzionali.
Una revisione pubblicata recentemente British Medical Journal (Tramèr, 2001) ha selezionato trenta lavori che rispondono a criteri di validità scientifica, coinvolgenti circa millequattrocento pazienti. In tutti questi studi l’efficacia antiemetica dei cannabinoidi è risultata superiore a quella dei farmaci convenzionali: proclorperazina, metoclopramide, clorpromazina, tietilperazina, aloperidolo, domperidone e alizapride.
I derivati della Cannabis, sia quelli naturali che quelli sintetici, agiscono stimolando i recettori CB1 presenti nelle aree del cervello deputate al controllo del vomito (Darmani, 2001) ed è stato recentemente suggerito che il sistema cannabinoide endogeno abbia un ruolo di primo piano nella modulazione in questa funzione.

Cannabis e Sclerosi Multipla.
La sclerosi multipla (SM), è una patologia che colpisce nel mondo circa 3.000.000 individui, 400.000 in Europa e 50.000 in Italia. Fra le malattie di origine neurologica è quella che provoca maggior numero di disabili. Ogni anno, in Italia, si verificano 1.800 nuovi casi, uno ogni 4 ore, un abitante colpito ogni 1.200. Il 60% dei pazienti con SM lamenta dolore. Nei soggetti affetti le cellule del sistema immunitario distruggono la guaina mielinica che protegge le cellule dei nervi nel cervello e nel midollo spinale, inducendo decorsi e quadri clinici molto variabili. Essa causa una varietà di sintomi spesso cronici, tra cui spasticità muscolare e spasmi, dolore, tremore e problemi vescicali. Diverse evidenze hanno supportato l’opinione che gli elementi psicoattivi contenuti nella Cannabis sativa possano agire positivamente sui diversi sintomi associati alla malattia, in particolare sulla spasticità, il dolore, i disturbi urinari e le alterazioni del sonno, disturbi presenti soprattutto nella fase progressiva di malattia e per i quali, ancora oggi, la gestione risulta difficoltosa. Numerosi sono gli articoli pubblicati, per lo più su riviste prestigiose, sull’argomento: 35 lavori su modelli animali e biologici (ricerca bibliografica con parole chiave: cannabis, experimental research and laboratory research), 17 articoli relativi a protocolli sperimentati sull’uomo (trials clinici di fase II e III) e 44 articoli di revisione dell’argomento.
Nel 2003 è stato pubblicato un ampio studio multicentrico, randomizzato placebo-controllato su 630 pazienti con SM per il trattamento sintomatico (Zajicek JP), che non ha evidenziato effetti significativi della cannabis (estratto cannabis o THC) utilizzata dai pazienti per un periodo di 15 settimane sulla spasticità muscolare. Tuttavia una maggioranza di pazienti che ha assunto il farmaco ha ritenuto che questo avesse ridotto i sintomi della loro spasticità, con un miglioramento anche della deambulazione, così come del dolore. Non vi è una spiegazione chiara sulla differenza riscontrata fra i risultati oggettivi e soggettivi sulla spasticità; il gruppo di ricerca ha suggerito come ciò possa forse riflettere una riduzione delle manifestazioni della spasticità piuttosto che un effetto sulla rigidità del muscolo di per sé. Nel 2005 lo stesso autore ha pubblicato i dati relativi agli effetti del trattamento nei 502 pazienti che avevano deciso di continuare la terapia in sperimentazione per 12 mesi, dimostrando anche a lungo termine un, seppur limitato, effetto positivo su alcuni aspetti della disabilità, in particolare sulla spasticità (Zajicek JP, JNNP 2005).

Fonte: leadershipmedica

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