Canapa: dono degli dei

maggio 21, 2008

 

Usata da sempre nell’antichità, da quasi un secolo sei scomparsa. Canapa, canapa, perché ci hai lasciati?
Perché noi ti abbiamo lasciata!
Ti abbiamo lasciata perché ci siamo fatti convincere daiproduttori petrolchimici che sei una droga. Anche se fino agli anni 30 eri soltanto un medicinale,somministrato anche ai bambini.
Un’ottima materia prima per carta e vestiti, corde e vele per le navi. Una pianta facilissima da coltivare…
Poi la navigazione a vela venne sostituita da quella a vapore, poi si è scoperto che con la carta da albero si usavano più solventi chimici, e che costava meno. Poi si svilupparono nuovi materiali plastici e vernici a partire dal petrolio… e il gioco era fatto. I grossi gruppi industriali si coalizzarono portando avanti una martellante campagna di stampa durata anni, che riuscì a convincere la popolazione che la “marijuana” (termine prima sconosciuto, scelto ad hoc per glissare l’associazione canapa-pianta benefica) era una droga.
Così, nel 1937 iniziò il proibizionismo negli Stati Uniti (che per alcuni fu l’origine del consumo smodato di sigarette di cannabis) e ci si dimenticò, gradualmente, anche in Italia, all’epoca uno dei principali produttori, di quanto la cannabis fosse efficace come rimedio quasi privo di controindicazioni per le più svariate malattie (epilessia, glaucoma, asma, depressione, mal di testa…), anche per i bambini.
Ci si dimenticò di quanto fosse vantaggioso, per l’economia e per l’ambiente, riciclare i vecchi vestiti in canapa per produrre carta.
Non si sapeva ancora quali danni avrebbero prodotto le industrie petrolchimiche, né dove avrebbe condotto l’utilizzo indiscriminato del legno; si preferì ignorare anche gli effetti indesiderati dei farmaci.
Ed eccoci arrivati ad oggi: nell’immaginario collettivo rappresenta soltanto una droga, mentre per i nostri nonni era amica della salute. La canapa non si coltiva più, non si lavora più, quindi i suoi derivati costano molto. E così,possiamo comprare i cosmetici o gli abiti realizzati con canapa, ma solo in mercati di nicchia. La carta di canapa è quasi impossibile da reperire, mentre i semi – ricchi di nutrienti, alcuni dei quali molto rari – sono altrettanto introvabili. Alle auto, invece, come quella realizzata in prototipo da Henry Ford negli anni cinquanta, più funzionale di quelle in plastica e metallo (pesava un terzo di meno!), non ci pensa più nessuno. E ancor meno alla canapa come biomassa, cioè come fonte di energia, come combustibile per riscaldamento e come carburante per i trasporti.
Fortunatamente c’è chi è tornato a coltivare canapa, stimolato anche dalle recenti sovvenzioni della Comunità europea, e chi è riuscito a produrre un sostituto del cemento proprio con la cannabis! Chissà quanti altri impieghi (oltre ai numerosissimi già studiati e realizzati) si potrebbero inventare sulla base di questa pianta, così versatile che per gli indù fu un dono degli dei: spuntò dove essi lasciarono cadere una goccia di nettare.

Allora si capisce che i gruppi del settore petrolchimico siano spaventati da un ritorno alla canapa: verrebbero drasticamente ridimensionati. Il farmaceutico e il medico subirebbero un’altrettanto sostanziale ristrutturazione. Ma l’acqua, l’aria e la terra verrebbero sollevate da un grosso sforzo di smaltimento.
Infatti:

-la carta di canapa non richiede acidi sulfurei (principali inquinanti dei fiumi), né sbiancanti (che producono diossina), né l’abbattimento di alberi (le coltivazioni di canapa crescono velocissime e producono, per ogni acro coltivato, una quantità di cellulosa superiore di 4 volte rispetto a quella ricavata dal legno);

-la pianta di canapa è interamente sfruttabile, quindi presenta poco scarto, e comunque biodegradabile o facilmente riciclabile;

-le coltivazioni di canapa non necessitano di pesticidi e come miglior fertilizzante richiedono il concime, si adattano anche a terreni aridi e sfruttati; per ogni acro coltivato, rendono da 2 a 3 volte di più del cotone;

-le piante di canapa, opportunamente seminate, proteggono la crescita dei nuovi alberelli senza soffocarli, oppure, piantate intorno alle zone da riforestare, creano una cintura di protezione dalle erbacce infestanti.
Riforestare significa rivitalizzare i polmoni della terra ma anche ripristinare i bacini idrici, attualmente rovinati e all’origine della nascente crisi mondiale dell’acqua.
Parlare poi degli effetti sulla salute derivanti da un miglioramento delle condizioni ambientali e da farmaci con ridotti effetti collaterali, è del tutto superfluo.
Perché, allora, ci prendiamo in giro cercando complicate soluzioni ecocompatibili ai problemi che affliggono la nostra società (rifiuti,inquinamento d’aria e acqua, incidenti alle petroliere, guerre per il petrolio, scarsità d’acqua potabile,residui chimici da pesticidi e fertilizzanti, nuove malattie…), quando la soluzione è, come spesso accade, la più semplice?

di Roberta Marzola

Fonte: jubal editore

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