Canapa e glaucoma – Testimonianza parte 3

maggio 14, 2008

Nel gennaio del 1977, il mio dottore mi mandò a un centro di ricerca dell’Università di Miami. Pensava che avrebbero potuto aiutarmi a ottenere la canapa legalmente. Ma gli zelanti scienziati del centro non volevano neanche sentire la parola “c”. Anzi, là trascorsi uno dei giorni più estenuanti della mia vita.

Quando arrivai la mia pressione intraoculare era ben sopra il 50 dall’occhio destro e superava di molto il 40 dall’occhio sinistro. Mi fecero prendere tutto quello che gli veniva in mente. Le gocce non fecero molto, e nemmeno mi giovò l’uso di una piccola pompa per lavare gli occhi. Fui anche costretta a bere un grosso bicchiere di un liquido disgustosamente dolce, che comunque non mi fu d’aiuto.

Alla fine della giornata la mia pressione si era a malapena ridotta a valori attorno al 40, perciò mi misero in lista per un intervento chirurgico di emergenza.

A casa, quella sera, usai quel po’ di canapa che mi rimaneva per preparare alcuni biscotti, e ne mangiai uno ogni dodici ore. Il lunedì mattina seguente, quando mi presentai per l’intervento chirurgico, i dottori mi misurarono la pressione e rimasero stupefatti: perfettamente normale, tra 14 e 161.

Ciononostante mi prepararono per la chirurgia, anche se l’intervento aveva al massimo il 30% delle probabilità di arrecarmi beneficio. La mattina seguente effettuarono sui miei condotti lacrimali un intervento che si rivelò inutile.

A causa di quell’intervento, oggi devo portare quelle grosse lenti d’ingrandimento che ero riuscita a evitare fin dall’infanzia. Dopo tutta la trafila, mi ritrovavo con la vista più debole, un tessuto cicatriziale più esteso, la pressione più alta, e non ero in grado di tornare a lavorare.

Ora dovevo affrontare non solo il glaucoma, ma anche la depressione e la povertà. Ci sarebbero voluti almeno nove mesi prima che la previdenza sociale potesse emettere un certificato di invalidità. Mi sentivo umiliata per il fatto di dover ricorrere ai buoni pasto, ma ero contenta che fossero disponibili. Mi venne l’insonnia.

La canapa era più difficile da ottenere, ora che non avevo soldi per comprarla. Alle volte qualche persona compassionevole me ne dava un po’ e la mia insonnia scompariva. Era certamente il miglior antidepressivo in cui mi fossi mai imbattuta.

Nel 1980 avevo ancora pochi soldi e il prezzo della canapa era aumentato, così cominciai a coltivarmela in casa. Usavo i semi più fini, dai quali nascono piante piccole, difficili da individuare ma produttive. Mi bastavano tre o quattro spinelli al giorno.

La mia pressione si attestò su valori così vicini a quelli normali che i miei medici stabilirono che un trapianto di cornea non sarebbe stato pericoloso. Funzionò! Non avevo mai avuto una vista così buona, era meraviglioso! Ero felicissima… prima che i vicini scavalcassero lo steccato del mio giardino e rubassero le mie piante di canapa.

La mia pressione intraoculare andò alle stelle e io presi a rifugiarmi nell’alcol per la maggior parte del tempo. Quando cominciai ad avere dei leggeri black-out compresi che l’alcol non era una soluzione. Così, con riluttanza e piena di paura, mi sottoposi ancora a un intervento chirurgico.

Questa volta insorse una emorragia, e prima ancora che me ne potessi accorgere il mio occhio destro era diventato cieco. A quel punto avevo soltanto 1/20 di vista dall’occhio sinistro; avreste potuto illuminare la mia camera da letto con delle forti lampade mentre dormivo e io non mi sarei svegliata. Ero molto depressa.

La cosa più dolorosa erano i sogni felici nei quali io ci vedevo da entrambi gli occhi ed ero quella di una volta. Poi mi risvegliavo per trovarmi priva dell’uso dell’occhio destro.

fonte: Confinizero

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