War on drugs – Una crociata bipartisan che fa male a tutto

maggio 13, 2008

di Don Andrea Gallo

Cammino da quarant’anni sulla strada e rispetto la fatica di chi deve affrontare, con i propri figli, un percorso lungo e difficile. Mi sento vicino a coloro che non hanno mai la parola. Al contrario di molti che la monopolizzano, esercitando un vero colonialismo nella società. E sento il dovere di avvertire i giovani dei pericoli che corrono e delle risorse di cui possono disporre.

Nei confronti degli altri (media, politici, benpensanti, chiese, scuola) è mio diritto ridimensionare i problemi della dipendenza, chiarendoli in modo lucido nelle analisi e nella sintesi. Bisogna confrontarsi lealmente, approfondire e non ritenere verità assoluta la propria visione della realtà «droga». In questo campo minato, le metodologie devono costruirsi in un processo di trasformazione sociale collettiva.

L’allarme e l’emergenza di questi giorni costruiscono una deleteria disinformazione. Circolano falsi miti e leggende che fanno notizia, come «fuma uno spinello e muore». E quasi sempre chi lancia allarmi non costruisce politiche del bene comune. Si abbia il coraggio di affermare che le «droghe» non sono il vero e il primo rischio per la stragrande maggioranza dei giovani.

Si ammetta il fallimento della guerra all’offerta. La «Merce» circola e le piantagioni in Afghanistan sono triplicate. Il mercato clandestino è fiorente. La Comunità San Benedetto al Porto ha ospitato l’assemblea «Dipende da noi», che ha visto la partecipazione di oltre 200 persone in rappresentanza di 40 centri sociali di tutta Italia.

La consapevolezza dei danni prodotti dalle leggi degli ultimi anni è stata forte e condivisa da tutti: nel 2006 spunta la Fini-Giovanardi, approvata a notte fonda come emendamento al decreto delle Olimpiadi di Torino. Si è deciso di partire dal prodotto droghe, demonizzandole e scatenando una persecuzione che mette tutto nelle mani del circuito repressivo: Prefetture, Questure, magistratura, carceri e quelle comunità aderenti all’impianto della nuova repressione. La tolleranza zero continua a impedire un rapporto educativo e sincero con i giovani. Si delinea un fronte bipartisan conservatore e immobilista che dice di combattere una battaglia in difesa dei giovani e finisce per conservare il nulla poiché il vecchio proibizionismo e lì come un ammasso di rottami in nome del quale non si va da nessuna parte.

Non è pedagogico definire una persona dal prodotto che usa. E’ un concetto limitato e poco scientifico attribuire a un prodotto una dimensione morale. Il fronte proibizionista (la droga fa male) cavalca questa corporativa nostalgia. E non pone alternative, che non siano le comunità terapeutiche, il privato d’elite finanziato dallo stato e un servizio pubblico depotenziato. Quest’ultimo diventa manovalanza per i ceti e le aree deboli del paese, con il suo ultimo stadio, il carcere, come discarica sociale.

La nuova maggioranza dopo le promesse elettorali non ha affrontato la riforma della legge Fini-Giovanardi. Perché? E’ un ritardo pesante.

La mitizzazione delle sostanze proibite aumenta l’attrazione, soprattutto tra i giovanissimi. Urge costruire una rete, con tutti quei soggetti che aspirano ad avere una funzione progettuale originale, non burocratica, che può essere realizzata solo intorno a un servizio pubblico forte. Predisporre programmi a «bassa soglia», incrementare trattamenti sulle esigenze di percorsi individualizzati, allestire interventi intermedi flessibili fra l’ambulatoriale e le comunità (unità di strada, centri diurni, attività sociali e domiciliari, lavoro, case alloggio, gruppi di auto-aiuto).

Urge in primis la totale depenalizzazione del consumo personale. Non spaventi la «legalizzazione» quando significa «darsi regole nuove». Governare un fenomeno complesso significa renderlo gestibile da chi lo vive: abbiamo lasciato morire troppe persone. La strategia che l’Ue propone si fonda su tre pilastri: lotta al traffico, prevenzione-cura e riabilitazione-riduzione del danno. Resta nei fatti la migliore strada percorribile. Questo processo deve coinvolgere tutti: cittadini, gruppi spontanei e istituzioni. Dobbiamo sollecitare gli enti locali a favorire pratiche e politiche sociali che costruiscano spazi di socializzazione nelle periferie, nei centri storici, nelle stazioni, nelle città piccole e grandi. Le crociate e i cacciatori di streghe sono inutili e dannosi.

Don Andrea Gallo

fonte: http://www.sanbenedetto.org

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