La canapa come antinfiammatorio e come immunosoppressore

maggio 10, 2008

In diverse sindromi dolorose secondarie a processi infiammatori (ad es. colite ulcerosa, artrite), i prodotti a base di canapa possono non solo agire come analgesici, ma anche dimostrare capacità antinfiammatorie.

Per esempio, alcuni pazienti affetti da queste malattie riferiscono che, usando canapa, hanno un notevole sollievo e possono ridurre le dosi dei farmaci comunemente impiegati, come i corticosteroidi e i FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei).

Diversi studi in vitro e in vivo hanno dimostrato che il THC riduce la risposta immunitaria sia cellulare che umorale contro diversi agenti infettivi [1], cosicché spesso si dice genericamente che “la canapa deprime la risposta immunitaria”.

Questo effetto immunomodulatore della canapa ha invece implicazioni che non sono in genere sottolineate come meritano. I farmaci immunosoppressori sono importantissimi per moltissime malattie; sono relativamente pochi, e sono tutti estremamente delicati da usare nel lungo termine. L’attività immunosoppressiva (oltre che antinfiammatoria) dei cannabinoidi potrebbe quindi essere utilmente sfruttata in diverse malattie autoimmuni.

Il sistema dei cannabinoidi endogeni, come quello degli oppioidi endogeni, dimostra direttamente questa integrazione, se si considera che i recettori dei cannabinoidi, come quelli degli oppioidi, non solo sono presenti in moltissime aree del sistema nervoso, ma anche sulle cellule del sistema immunitario.

In particolare, i recettori di tipo CB1 sono prevalenti nelle cellule del sistema nervoso, mentre sono scarsi in quelle del sistema immunitario. Su queste prevalgono invece i recettori di tipo CB2. I linfociti B e le cellule NK (natural killer) sono le cellule con la massima concentrazione di recettori CB2, i linfociti T8 e T4 quelli con la concentrazione minima.

Canapa e malattie autoimmuni

Tutte le risposte immunitarie sono controllate da messaggeri chimici chiamati citochine, rilasciati dalle cellule immunocompetenti.

Ogni tipo di risposta immunitaria ha un suo caratteristico profilo citochinico. Secondo R. Melamede [2] le malattie autoimmuni caratterizzate da un profilo Th1 (cioè da una risposta linfocitaria a dominanza T-helper 1, con aumento dei livelli delle citochine proinfiammatorie IL1, IL2, IL12, IL18 e interferone gamma), al contrario di quelle caratterizzate da un profilo Th2 (con dominanza T-helper 2, con livelli elevati di IL4, IL10 e IL13), dovrebbero beneficiare degli effetti dei cannabinoidi.

Stimolare i recettori dei cannabinoidi, infatti, inibirebbe la risposta Th1 e promuoverebbe la risposta Th2, ovvero sposterebbe la risposta immune verso un profilo Th2, correggendo in parte l’anomalia presente nelle malattie con profilo Th1.

Fra le malattie che sembrano caratterizzate dal profilo Th1, vi sarebbero la sclerosi multipla, l’artrite reumatoide, il diabete di tipo I (insulino-dipendente), la malattia di Crohn, la psoriasi. La sclerosi sistemica e la malattia di Graves (ipertiroidismo) sarebbero invece a profilo Th2. Il lupus eritematoso sistemico (LES) sembra poter essere, a seconda dei casi, a profilo sia Th1 che Th2. Il primo sarebbe tipico delle forme post-partum e delle forme tardive, il secondo delle forme giovanili.

Se, quindi, da un lato è d’obbligo la prudenza, non si devono nemmeno ignorare le numerose segnalazioni a favore di un’efficacia dei cannabinoidi in queste malattie in genere difficili da curare, e spesso curate con alte dosi di cortisone o altri farmaci gravati da pesanti effetti collaterali.

Se l’efficacia verrà confermata dagli studi in corso, la bassa tossicità e la buona tollerabilità dei cannabinoidi li renderanno potenziali farmaci di prima scelta in molte di queste gravi malattie.

fonte: Chanvre-info

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