Lo studio del «Lancet» mette in discussione le classifiche sulla pericolosità

maggio 9, 2008

Dopo la marcia indietro sulla marijuana dell’«Independent on Sunday», esce
finalmente l’articolo della rivista medica inglese. Che lo smentisce
clamorosamente: alcol e tabacco sono sostanze più pericolose dell’ecstasy e
della cannabis.
Tutti a leggere la rivista medica inglese The Lancet. Da ieri mattina
l’annunciato articolo sulle droghe era leggibile da tutti. E per fortuna dunque
che c’è il web, grazie al quale chiunque può rendersi conto di quanto poco
documentata fosse la sparata in prima pagina del supplemento domenicale
dell’Independent (che ha una redazione e un direttore diversi dal quotidiano):
«Ci scusiamo perché dieci anni fa chiedendo la decriminalizzazione della
cannabis ci eravamo sbagliati». Il domenicale, a sostegno della sua tesi citava
tra gli altri un articolo di imminente pubblicazione su The Lancet, sinonimo di
autorevolezza nel campo delle scienze mediche e delle politiche sanitarie: «una
nuova ricerca mostra come la cannabis sia più pericolosa dell’Lsd e
dell’ecstasy». Quella frase era vera, ma era soltanto un pezzo delle verità,
volutamente scelto per trarre in inganno i lettori e le trasmissioni televisive
come l’ingenuo Otto e Mezzo che infatti si è infilato come un pesce nella rete
della disinformazione.

Leggiamolo allora questo studio (registrazione richiesta)
(www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140673607604644/fulltext),
intitolato «Una scala razionale per valutare il danno dell’abuso di droghe».

Lo scopo è di offrire alle autorità un metodo più sensato rispetto a quelli
attuali che suddividono le droghe in tre categoria A, B,C in ordine decrescente
di danno. Oggi, dicono gli studiosi, sono disponibili maggiori conoscenze sulle
20 sostanze prese in esame, relative a tre fattori: il danno fisico per chi le
assume, immediato o nel tempo, il rischio di assuefazione e il danno sociale che
chi le consuma può provocare. Per ognuno dei tre danni i ricercatori hanno
individuato dei parametri con cui riclassificare le singole sostanze (per
esempio danno acuto o cronico, dipendenza psicologica e/o fisica, danno sociale
e costi sanitari), poi hanno sottoposto la loro griglia sia a degli specialisti
del ramo, essenzialmente psichiatri, che a studiosi sociali e ricercatori
medici. Agli esperti non è stato chiesto soltanto di esprimere un punteggio di
pericolosità, ma anche di discutere assieme sia il metodo che le valutazioni in
sessioni comuni e ripetute; questa tecnica, usata anche in altri campi, si
chiama metodo Delphi. I voti che era possibile attribuire a ognuna delle venti
sostanze erano 0 (nessun rischio), 1 (qualche rischio), 2 (rischio moderato), 3
(rischio estremo).

Queste valutazioni incrociate e ripetute hanno portato a una tabella
riassuntiva, che è anche una classifica. In essa al primo posto continuano a
esserci, com’è persino ovvio, eroina e cocaina, seguite dai barbiturici, a loro
volta tallonate da metadone di strada e alcol. Il tabacco, la cui vendita e
consumo è lecita in Inghilterra come altrove, si merita a tutti gli effetti un
bel nono posto in dannosità e lo stesso studio fa notare che proprio ad alcol e
tabacco, ufficialmente non-droghe, si deve il 90% delle morti per droga.
Lo studio pubblicato da The Lancet si chiede a questo punto se le attuali
classificazioni ufficiali, in tre fasce, abbiano ancora senso, sia ai fini delle
politiche sanitarie che per i provvedimenti di legge (divieto di produzione,
detenzione, vendita, consumo). La risposta è che effettivamente tali tabelle non
riescono a dar conto del fenomeno droghe oggi. Problematico, dicono i
ricercatori, è segnare dei punti di discontinuità tra l’una e l’altra categoria
quando il fenomeno è complesso e il rischio di una sostanza differisce
numericamente di poco da quelle vicine in classifica. Comunque, aggiungono, se
proprio si vuole usare le tre classiche fasce di droga, allora un salto netto si
riscontra tra le buprenorfine, oppiacei di sintesi (rischio fisico 1,60) e la
cannabis (0,99). La seconda dovrebbe dunque restare nella classe C, la più
bassa, dove dovrebbero scendere anche Lsd ed ecstasy, che producono poca
dipendenza e poco danno sociale.
Quanto all’erba dello Yemen, il quat (o khat), foglie leggermente euforiche
usate nel Corno d’Africa, essa risulta praticamente innocua in tutti i casi, ma
in Italia andrà ricordato che la sua importazione per consumo delle comunità
immigrate, è proibita e criminalizzata. La proposta di riclassificazione allora
è questa: in fascia A tutto quanto sta dall’alcol in su. In fascia C tutto
quello che va dalla cannabis in giù, e le sostanze intermedie, tra cui il
tabacco, nella fascia B. Naturalmente sempre di schemi si tratta: per esempio il
danno fisico associato alla cannabis può risultare più alto per il fatto che
viene fumata insieme al tabacco, che danni polmonari ne provoca di peggiori.
Così come quando si usino più droghe contemporaneamente è difficile discriminare
tra i diversi componenti dei cocktail.
In tutto lo studio la parola skunk, tanto sbandierata dai media in questi
giorni, non compare mai. Skunk è una variante di cannabis ottenuta dall’incrocio
di diverse varietà della pianta, con il risultato di alzare la percentuale di
principio attivo contenuto: dal 5% della cannabis usuale al 25%, sembra. Per
così dire è come passare da una birretta a un superalcolico; sempre di alcool si
tratta ma con una concentrazione più alta.
Diversamente da come è stato scritto erroneamente in questi giorni non è una
nuova droga, ma la stessa potenziata. Non c’è evidentemente alcun bisogno di
riclassificare nulla, se l’approccio vuol essere scientifico e razionale. Al Tar
del Lazio che ha annullato il decreto Turco per carenza di documentazione
scientifica basterà spedire copia di questa ricerca assai seria e accademica.

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