Dalla pianta allo sviluppo di preparati farmaceutici, come la proibizione influenza la ricerca

maggio 5, 2008

La recente pubblicazione da parte di D.I. Abrams ed altri di uno studio controllato sull’uso della marijuana per il trattamento del dolore neuropatico correlato all’Aids è stata accolta come un avvenimento importante, in quanto lo studio ha dimostrato l’efficacia della cannabis per questo tipo di dolore, difficile da trattare (Abrams D.I. et al, “Cannabis and painful HIV-associated sensory neuropathy: A randomized placebo-controlled trial”, Neurology, Feb 2007; 68: 515-521). Ma lo studio in questione merita di essere segnalato non tanto per ciò che di nuovo ha rivelato sulla canapa come analgesico, quanto piuttosto per la straordinaria perseveranza dei ricercatori di fronte alla serie di ostacoli frapposti dal governo Usa sul percorso di chi desidera studiare la marijuana, ivi compresa l’ingiunzione a usare una marijuana di qualità inferiore, prodotta dal governo.
I malati di Aids ed altri pazienti che soffrono di dolore neuropatico, e tanti medici illuminati e avvertiti, sanno da oltre un decennio che ricorrere alla canapa è probabilmente il modo più efficace e meno tossico di contrastare questo difficile sintomo; lo sanno grazie alla loro esperienza clinica.
Il dolore neuropatico non è che uno di innumerevoli sintomi e sindromi emergenti da una montagna di dati aneddotici. Essi da molto tempo hanno dimostrato che la marijuana è una medicina sicura ed efficace.
Ci si potrebbe chiedere: dato l’interesse enormemente accresciuto per la ricerca sulla cannabis, come mai non sono stati effettuati più studi clinici controllati come questo? La risposta è in larga misura di natura economica.
Oggi i farmaci devono superare test rigorosi, lunghi e costosi per ottenere l’approvazione da parte dell’apposita agenzia di regolamentazione (la Food and Drug Administration negli Usa) ed essere quindi commercializzati. Scopo dei test è tutelare il consumatore accertando la sicurezza e l’efficacia dei farmaci. Poiché nessuna sostanza è completamente sicura né sempre efficace, si presume che un farmaco approvato da questa agenzia abbia superato una analisi rischi-benefici. Inizialmente, la sicurezza del farmaco (o piuttosto, la sua limitata tossicità) è accertata attraverso esperimenti sugli animali e sulle persone. Poi vengono condotti studi controllati a doppio cieco per stabilire se la sostanza non ha un semplice effetto placebo ed è più utile di altri farmaci già in commercio. Poiché la differenza tra farmaco e placebo può essere piccola, spesso in questi studi per ottenere un effetto statisticamente significativo è necessario un numero molto elevato di pazienti.
Secondo le autorità sanitarie e di governo, per poter rendere la marijuana legalmente accessibile ai malati bisogna prima effettuare questo tipo di studio per ciascuna delle sue indicazioni terapeutiche. Ma è discutibile che questo tipo di regola debba applicarsi alla marijuana.
Innanzitutto, la sua sicurezza non è in questione. Essa è stata usata per migliaia di anni da milioni di persone senza che siano stati riferiti casi di decesso, e le evidenze di significativa tossicità sono molto limitate. In secondo luogo, non servono studi a doppio cieco per dimostrare l’efficacia della marijuana.
I moltissimi medici e pazienti che in tutto il mondo hanno sperimentato l’uso terapeutico della cannabis, hanno potuto osservare come essa spesso garantisca risultati migliori, con minori effetti collaterali, rispetto alle medicine convenzionali. Imporre per la marijuana questo protocollo di regolamentazione ha senso quanto ne avrebbe se si avanzasse la stessa richiesta per l’aspirina, che fu accettata come medicina più di sessant’anni prima dell’avvento dello studio controllato a doppio cieco.
Generalmente, le case farmaceutiche proprietarie del brevetto su un terapico promettente sono disposte a investire le grosse somme di denaro necessarie a eseguire gli studi controllati a doppio cieco richiesti dalla Food and Drug Administration per l’approvazione del potenziale nuovo farmaco. Poiché non c’è possibilità di acquisire un brevetto sulla marijuana, le case farmaceutiche non hanno un interesse diretto nei suoi confronti.
Lo studio di Abrams è stato finanziato dallo Stato della California. In futuro, gli eventuali studi controllati sulle varie proprietà terapeutiche già note della cannabis dovrebbero essere finanziati da fonti private o governative. Ma poiché la posizione ufficiale del governo Usa è che «la marijuana non è una medicina», è estremamente improbabile che esso sottoscriva un forte investimento per vedere la sua posizione confutata in modo «più scientifico» di quanto non faccia già oggi l’enorme massa di dati aneddotici.
Attualmente le evidenze aneddotiche sono tenute in considerazione molto meno che in passato, eppure sono la fonte di molte delle nostre conoscenze sulle medicine sintetiche e sui derivati delle piante. Non furono necessari esperimenti controllati per riconoscere il potenziale terapeutico del cloralio idrato, dei barbiturici, dell’aspirina, del curaro, dell’insulina, o della penicillina. Gli aneddoti presentano un problema che la medicina ha sempre avuto: la fallacia aneddotica o la fallacia della enumerazione delle circostanze favorevoli (contare i successi e ignorare gli insuccessi). Perciò, alcuni potrebbero giudicare irresponsabile suggerire su base aneddotica che la marijuana può aiutare persone affette da varie patologie. Questo potrebbe essere un problema se la marijuana fosse una droga particolarmente pericolosa, ma di fatto è notevolmente sicura. Anche nell’eventualità improbabile che solo pochi pazienti ottengano il giovamento sperato, possiamo comunque sostenere che la cannabis deve essere messa a loro disposizione, poiché i rischi sono molto contenuti e produrla costa decisamente poco.
Il dronabinolo (Marinol) – Thc incapsulato in olio di sesamo – fu immesso in commercio due decenni fa. Ci si attendeva da esso una efficacia pari a quella della marijuana, tuttavia non è riuscito a soppiantarla perché non è efficace o utile quanto lo è la marijuana, sia essa ingerita (ad esempio nei biscotti) o fumata. Devo ancora conoscere un paziente che, avendo provato sia la marijuana che il Marinol, preferisca il secondo. Una ragione è che come per le preparazioni orali di cannabis indica nel XIX secolo, con il loro effetto lento, la dose appropriata di dronabinolo è molto più difficile da calibrare rispetto alla cannabis fumata, i cui effetti terapeutici compaiono nel giro di pochi minuti.
La ragione più comune per cui chi può scegliere tra queste due forme di cannabis sceglie il dronabinolo, è il fatto che quest’ultimo è legale.
Si è parlato del Sativex – un prodotto più recente che va ad aggiungersi ai farmaci a base di cannabinoidi studiati per entrare nel mercato legale – come di marijuana liquida. Il Sativex è formato da due cannabinoidi, il tetraidrocannabinolo e il cannabidiolo, estratti dalla canapa, ed è stato messo a punto come mezzo per sfruttare le proprietà mediche della marijuana senza esporre il paziente a due “pericoli”: essere “fatti” e fumare. Molti oggi mettono in discussione la dannosità dello “high” e si chiedono se gli effetti psicoattivi siano sempre separabili da quelli terapeutici.
Non ho dubbi che l’uso della marijuana come medicina continuerà, né dubito che
il tentativo attuale di promuovere la “farmaceuticalizzazione” della canapa porterà alla fine ad alcuni buoni prodotti farmaceutici ottenuti dai cannabinoidi.
Mi chiedo però quanti di essi possano competere con la marijuana – combattendo ad armi pari – in termini di efficacia, di limitata tossicità, di versatilità, di facilità di regolazione della dose, di costo e, naturalmente, di accessibilità legale. Attualmente stanno cominciando a scontrarsi due forze potenti: la crescente accettazione della cannabis medica, e il veto opposto a qualunque uso – medico o non – della canapa. Alcuni segnali indicano che ci stiamo spostando dalla proibizione assoluta a un sistema regolato, tale da consentire per la marijuana un uso responsabile.
Lester Grinspoon

fonte: Fuoriluogo

Hempyreum weblog team

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