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Quattro uomini sono stati arrestati a Bari-Palese dai carabinieri dopo essere stati sorpresi a coltivare nel giardino di una villetta un centinaio di piante di super skunk ed una quarantina di piante di canapa indiana e sono finiti in carcere.
Il super skunk e’ una novita’(clicca per smentita, ndr) sul mercato degli stupefacenti, e’ un incrocio tra cannabis sativa e cannabis indica, ottenuto modificando geneticamente le coltivazioni e ribattezzata come super-marijuana, perche’ contenente un principio attivo quattro volte superiore a quello della cannabis attualmente in commercio. Il suo effetto e’ dieci volte piu’ forte di quello di un normale spinello, paragonabile a quello del Lsd o di altri allucinogeni.
A testimonianza della maggiore attenzione rivolta a questo tipo di stupefacente, le piante di super skunk rinvenute nel giardino erano circondate e sostenute da piccoli paletti in legno.
In carcere sono finiti quattro baresi, tre dei quali gia’ noti alle forze dell’ordine, di 53, 30 e 23 anni, ed un incensurato 23.enne. Per loro l’accusa e’ coltivazione e produzione di sostanze stupefacenti. Gli arresti sono stati eseguiti dai militari della compagnia di Bari San Paolo.
La notizia offre lo spunto per mettere in guardia dal consumo di questa nuova sostanza, che è molto pericolosa per la salute di chi la consuma, come del resto tutti gli altri stupefacenti in commercio.
Scritto da Onofrio Bruno , visto su notizie-online.it
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Un po’ per apprensione, un po’ perché purtroppo è vero, molti tra coloro che hanno avuto un certo tipo di esperienze negli anni Sessanta e Settanta, invitano i figli a non seguire il proprio esempio perché la “maria” che circola oggi non è più sana come una volta. Questo luogo comune, tutto da verificare, ci invita comunque a riflettere sull’evoluzione della qualità dei derivati della canapa più facili da reperire illegalmente. Molti pensano, spiega un’approfondita analisi di NORML, che l’erba di oggi è molto più potente di una volta. Dagli anni Sessanta in qua la “skunk”, che è il nome dato dai britannici alla forma ibrida di cannabis, avrebbe potenziato di 25 volte il principio attivo del THC. Questa è una leggenda. Ve ne sono altre messe in giro apposta dai proibizionisti. Poiché i consumatori di droghe leggere di 30,40 anni fa sono diventati degli adulti non schizofrenici, violenti e senza lavoro, ma, anzi, poiché ricordano con piacere quell’epoca, i proibizionisti devono dire che oggi c’è da stare attenti: oggi sì che la marijuana è pericolosa. Però tutti gli studi condotti in questo senso dimostrano il contrario:
STUDY: ElSohly et al. USA (1980–97) = 35,213 seizures measured; 91% marijuana, 4% sinsemilla, 6% ditchweed; THC Average 2.0% (1980)–4.5% (1997); Minimum 0.0%, Maximum 29.86%, Sinsemilla Max 33.12%
STUDY: ONDCP USA (1983–2006) = 59,369 seizures measured; no breakdown of type; THC Average ~4.0% (1983)–8.5% (2006)
STUDY: Poulsen and Sutherland New Zealand (1976–96) = 1,066 seizures measured; 57.5% leaf, 42.5% bud; THC Average Leaf 1.6% (1978–82)–1.0% (1994–96), Buds 3.8% (1976–82)–3.4 (1994–96); Leaf Minimum 0.2%, Maximum 4.2%, Bud Minimum 0.7%, Maximum 9.7%
STUDY: EMCDDA Austria (1997–2003) = 2,268 seizures measured; 100% Marijuana; THC Average ~2% (1997)–~2% (2003);
Czech Republic (1997–2003) = unknown seizures; 100% Marijuana; THC Average ~2% (1997)–~6% (2003)
Germany (1997–2003) = 17,403 seizures measured; 100% Marijuana; THC Average ~5% (1997)–~8% (2003)
Netherlands (1999/2000– 2001/2002) = 523 samples from coffeeshops; 28% Marijuana, 72% Sinsemilla; THC Average Marijuana ~5% (1999/2000)–~5% (2001–02), Sinsemilla: ~8% (1999/2000)–~13% (2001–02)
Portugal (1997–2003) = 149 seizures measured; 100% Marijuana; THC Average ~1% (1997)–~1% (2003)
STUDY: Niesink et al. Netherlands (2000/2001– 2006/2007) = 562 samples from coffeeshops; 26% Marijuana, 74% Sinsemilla; THC Average Marijuana 5.0% (2000/2001)–7.0% (2003/2004)–6.0% (2006/2007), Sinsemilla 11.3% (2000/2001)–20.4% (2003/2004)–16.0% (2006–07)
STUDY: Baker et al. UK (1975–81) = 335 seizures measured; 100% Marijuana; THC Average 3.4% (1975)–4.9% (1981); Minimum 0.2%; Maximum 17%
STUDY: Eaton et al. UK (1998–2004) = unknown seizures; no breakdown of type; THC Average 7.9% (1998)–12.7% (2004)
STUDY: Licata et al. Italy (1997–2004) = 947 seizures; Loose marijuana (5%), Kilobricks (55%), Buds (26%), Home produced (15%); THC Average 2.5% (1997)–15.0% (2004)
Pur non essendo disponibili dati che arrivino agli anni Sessanta, dal 1975 si nota comunque che il contenuto medio di THC si attesta sul 2%-4% per “l’erba di una volta” e tra il 5 e l’8,5% ai giorni nostri. Ma la potenza non si calcola dal contenuto di THC. Il THC, che è quel che ti dà alla testa, se è più concentrato, non significa che è più potente. E’ come bere due lattine di birra da 3 gradi alcolici o una da 6: si assume la stessa quantità di alcol.
fonte: aduc.droghe
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Chiudere il negozio Alkemico sul lungomare di Rimini , che “vende e promuove sostanze stupefacenti, kit per sniffare, semi per piantare la pericolosissima Skunk e boccette di smacchiatore da inalare”. E’ cio’ che Isabella Bertolini, deputata del Pdl, chiede al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, poiche’, fra l’altro, il negozia si trova “di fronte ad un istituto scolastico medio superiore frequentato da giovanissimi ed a due passi dalle discoteche frequentate da migliaia di ragazzi”. Per Bertolini non si puo’ “far finta di nulla”, visto che “altri negozi sono stati aperti a Riccione, Milano, Bologna, Urbino, Trieste. Presentero’- annuncia, pertanto, l’esponente del Pdl- un’immediata interrogazione parlamentare per chiedere al Ministro Maroni di intervenire immediatamente per fermare questo scempio e per far si che venga oscurato anche il sito Alkemico.com che vende online gli stessi prodotti”. “La Cassazione lo ha detto a chiare lettere: chi coltiva marijuana deve essere arrestato. Qui andiamo ben oltre la semplice coltivazione delle canne. Oltre alla promozione della cultura dello sballo, il negozio vende droghe, in palese contrasto con la legge. L’estate e’ alle porte. Il pericolo e’ che i nostri ragazzi cadano vittima di questo immondo tranello e’ quanto mai reale.”
fonte: aduc.droghe
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Dopo la marcia indietro sulla marijuana dell’«Independent on Sunday», esce
finalmente l’articolo della rivista medica inglese. Che lo smentisce
clamorosamente: alcol e tabacco sono sostanze più pericolose dell’ecstasy e
della cannabis.
Tutti a leggere la rivista medica inglese The Lancet. Da ieri mattina
l’annunciato articolo sulle droghe era leggibile da tutti. E per fortuna dunque
che c’è il web, grazie al quale chiunque può rendersi conto di quanto poco
documentata fosse la sparata in prima pagina del supplemento domenicale
dell’Independent (che ha una redazione e un direttore diversi dal quotidiano):
«Ci scusiamo perché dieci anni fa chiedendo la decriminalizzazione della
cannabis ci eravamo sbagliati». Il domenicale, a sostegno della sua tesi citava
tra gli altri un articolo di imminente pubblicazione su The Lancet, sinonimo di
autorevolezza nel campo delle scienze mediche e delle politiche sanitarie: «una
nuova ricerca mostra come la cannabis sia più pericolosa dell’Lsd e
dell’ecstasy». Quella frase era vera, ma era soltanto un pezzo delle verità,
volutamente scelto per trarre in inganno i lettori e le trasmissioni televisive
come l’ingenuo Otto e Mezzo che infatti si è infilato come un pesce nella rete
della disinformazione.
Leggiamolo allora questo studio (registrazione richiesta)
(www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140673607604644/fulltext),
intitolato «Una scala razionale per valutare il danno dell’abuso di droghe».
Lo scopo è di offrire alle autorità un metodo più sensato rispetto a quelli
attuali che suddividono le droghe in tre categoria A, B,C in ordine decrescente
di danno. Oggi, dicono gli studiosi, sono disponibili maggiori conoscenze sulle
20 sostanze prese in esame, relative a tre fattori: il danno fisico per chi le
assume, immediato o nel tempo, il rischio di assuefazione e il danno sociale che
chi le consuma può provocare. Per ognuno dei tre danni i ricercatori hanno
individuato dei parametri con cui riclassificare le singole sostanze (per
esempio danno acuto o cronico, dipendenza psicologica e/o fisica, danno sociale
e costi sanitari), poi hanno sottoposto la loro griglia sia a degli specialisti
del ramo, essenzialmente psichiatri, che a studiosi sociali e ricercatori
medici. Agli esperti non è stato chiesto soltanto di esprimere un punteggio di
pericolosità, ma anche di discutere assieme sia il metodo che le valutazioni in
sessioni comuni e ripetute; questa tecnica, usata anche in altri campi, si
chiama metodo Delphi. I voti che era possibile attribuire a ognuna delle venti
sostanze erano 0 (nessun rischio), 1 (qualche rischio), 2 (rischio moderato), 3
(rischio estremo).
Queste valutazioni incrociate e ripetute hanno portato a una tabella
riassuntiva, che è anche una classifica. In essa al primo posto continuano a
esserci, com’è persino ovvio, eroina e cocaina, seguite dai barbiturici, a loro
volta tallonate da metadone di strada e alcol. Il tabacco, la cui vendita e
consumo è lecita in Inghilterra come altrove, si merita a tutti gli effetti un
bel nono posto in dannosità e lo stesso studio fa notare che proprio ad alcol e
tabacco, ufficialmente non-droghe, si deve il 90% delle morti per droga.
Lo studio pubblicato da The Lancet si chiede a questo punto se le attuali
classificazioni ufficiali, in tre fasce, abbiano ancora senso, sia ai fini delle
politiche sanitarie che per i provvedimenti di legge (divieto di produzione,
detenzione, vendita, consumo). La risposta è che effettivamente tali tabelle non
riescono a dar conto del fenomeno droghe oggi. Problematico, dicono i
ricercatori, è segnare dei punti di discontinuità tra l’una e l’altra categoria
quando il fenomeno è complesso e il rischio di una sostanza differisce
numericamente di poco da quelle vicine in classifica. Comunque, aggiungono, se
proprio si vuole usare le tre classiche fasce di droga, allora un salto netto si
riscontra tra le buprenorfine, oppiacei di sintesi (rischio fisico 1,60) e la
cannabis (0,99). La seconda dovrebbe dunque restare nella classe C, la più
bassa, dove dovrebbero scendere anche Lsd ed ecstasy, che producono poca
dipendenza e poco danno sociale.
Quanto all’erba dello Yemen, il quat (o khat), foglie leggermente euforiche
usate nel Corno d’Africa, essa risulta praticamente innocua in tutti i casi, ma
in Italia andrà ricordato che la sua importazione per consumo delle comunità
immigrate, è proibita e criminalizzata. La proposta di riclassificazione allora
è questa: in fascia A tutto quanto sta dall’alcol in su. In fascia C tutto
quello che va dalla cannabis in giù, e le sostanze intermedie, tra cui il
tabacco, nella fascia B. Naturalmente sempre di schemi si tratta: per esempio il
danno fisico associato alla cannabis può risultare più alto per il fatto che
viene fumata insieme al tabacco, che danni polmonari ne provoca di peggiori.
Così come quando si usino più droghe contemporaneamente è difficile discriminare
tra i diversi componenti dei cocktail.
In tutto lo studio la parola skunk, tanto sbandierata dai media in questi
giorni, non compare mai. Skunk è una variante di cannabis ottenuta dall’incrocio
di diverse varietà della pianta, con il risultato di alzare la percentuale di
principio attivo contenuto: dal 5% della cannabis usuale al 25%, sembra. Per
così dire è come passare da una birretta a un superalcolico; sempre di alcool si
tratta ma con una concentrazione più alta.
Diversamente da come è stato scritto erroneamente in questi giorni non è una
nuova droga, ma la stessa potenziata. Non c’è evidentemente alcun bisogno di
riclassificare nulla, se l’approccio vuol essere scientifico e razionale. Al Tar
del Lazio che ha annullato il decreto Turco per carenza di documentazione
scientifica basterà spedire copia di questa ricerca assai seria e accademica.
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L’annuncio dell’inasprimento delle pene per i consumatori di cannabis da parte del Primo ministro Gordon Brown e la valanga di confessioni dei membri del suo gabinetto che ha precipitosamente fatto seguito, hanno lasciato spazio alla credenza che la litania sulla cannabis – quella di una volta, quella sì che era buona e innocua, mentre oggi è molto più potente e dannosa di quando la si fumava noi – possa avere un qualche fondamento di verità e costituisca una valida giustificazione alla criminalizzazione dei consumatori. Niente di più falso. È quanto ci ricordano, e non lo si ripeterà mai abbastanza, alcuni articoli apparsi in questi giorni su due importanti organi di informazione britannici, il Guardian e l’Independent.
Per Francis Sedgemore, in «Cannabis: la grande bugia», la Skunk può essere forte, sì, ma non più dell’hashish di alta qualità che è sempre stato fumato in Gran Bretagna. “Si fa un gran parlare di ri-criminalizzare milioni di consumatori di cannabis, ed è tutto basato su una bugia. Vale a dire che politici e medici stanno spacciando dati ingannevoli con l’intento di mostrare che la skunk attualmente sul mercato è almeno 10 volte più potente di qualsiasi cosa il ministro degli Interni abbia potuto fumare quando studiava a Oxford negli anni ‘80.
È semplicemente falso, e ripetere una bugia ad nauseam non la rende vera”.
«L’erba è sempre più verde», titolava qualche giorno prima l’articolo di Tom Clark, che – sempre dal sito del Guardian – ricordava come le preoccupazioni sulla cannabis non possano certo giustificare il ritorno a una politica fallimentare. “Uno studio del Lancet dello scorso marzo ha concluso che, ferma restando la pericolosità della cannabis, questa costituisce un problema meno grave dell’alcol e del tabacco. Nonostante ciò, nessuno mette in discussione che il metodo corretto per porre l’attenzione dei bevitori e dei fumatori sui rischi che corrono sia quello di utilizzare le campagne di informazione – non quello di gettare in galera i tabaccai e i gestori dei pub”.
Dalle colonne dell’Independent, Jeremy Laurence ripropone, in un articolo intitolato «Smontata la scusa dei politici che la cannabis sia diventata più potente», un’interessante dichiarazione del Prof. Leslie Iversen, farmacologo della Oxford University, il quale afferma che la credenza diffusa che la skunk sia 20 o 30 volte più potente è “semplicemente falsa”. “Il cambiamento più significativo negli ultimi decenni – continua Laurence nel suo articolo – è rappresentato dalla potenza della marijuana coltivata in casa, ma questa è solamente raddoppiata, arrivando al 12-14% di THC. In Gran Bretagna si trova sul mercato una Skunk particolarmente potente, ma c’è sempre stata, come testimoniato dallo UN Drug Control Program”. In conclusione, viene trattata un’altra questione “scottante” e di grande attualità: quella riguardante la relazione causale tra l’uso di cannabis e la schizofrenia. “Gli esperti guidati dal Prof. David Nutt, specialista in psichiatria della tossicodipendenza all’università di Bristol, hanno affermato lo scorso marzo sul Lancet che non è stato stabilito alcun legame di tipo causale”. Perché un’associazione non costituisce una causa.