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E’ esattamente quanto andiamo sostenendo da anni, e che abbiamo dettagliato il primo giorno della legislatura con due proposte di legge “gemelle” elaborate in collaborazione con l’Aduc (Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori): una per legalizzare il consumo ed il commercio della cannabis, l’altra per proibire l’alcool ed il tabacco (1) Delle due l’una: o si prende atto che la politica proibizionista e repressiva non sta funzionando, legalizzando una sostanza come la cannabis; oppure si decide che il proibizionismo funziona e lo si applica fino in fondo, vietando sostanze infinitamente piu’ dannose come l’alcool ed il tabacco.
Quello che e’ certo e’ che oggi la strategia adottata contro le droghe e’ fortemente ambigua ed ipocrita. A fronte di zero morti causati dalla cannabis, l’alcool ed il tabacco producono ogni anno circa 130mila morti solo in Italia, oltre 5 milioni di decessi nel mondo. Nonostante cio’, si puo’ finire in carcere fino a 20 anni per il possesso di cannabis superiore a 0,5 grammi, mentre e’ possibile acquistare e consumare quantita’ illimitate di alcool e tabacco.
Legalizzando la cannabis:
- sarebbe eliminata una buona parte delle entrate su cui vivono le organizzazioni criminali che gestiscono i traffici;
- sarebbe possibile controllare la qualita’ della sostanza, evitando che i milioni di italiani che ne fanno uso fumino cannabis geneticamente modificata o peggio tagliata con altre sostanze sconosciute e talvolta letali (vedi il caso del giovane di Torino, il cui spinello conteneva crack cocaina).
- sarebbe separato il mercato della cannabis da quello delle droghe pesanti, evitando il facile contatto degli spacciatori coi milioni di giovani loro “clienti”, a cui vendere prodotti piu’ lucrosi perche’ creano dipendenza, tipo cocaina ed eroina.
(1) I nostri disegni di legge:
- legalizzazione cannabis: http://www.aduc.it/dyn/parlamento/arti.php?id=235099
* senatori Radicali- Partito Democratico
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02 ottobre 2008
Roma, 2 ott. (Adnkronos Salute) – La cannabis è meno dannosa di alcolici e sigarette. Lo sostiene la Global Cannabis Commission della Ong Beckley Foundation, in un rapporto messo a punto in vista della revisione della politica delle Nazioni unite in materia di droga nel 2009. Nel documento, oltre a sottolineare il fallimento dell’attuale strategia proibizionista, si chiede un cambiamento di rotta. La proposta, destinata a sollevare non poche polemiche, è di liberalizzare la marijuana all’interno di un “mercato controllato”, soggetto a tasse, regole precise, obbligo di età minima per l’acquisto. Il rapporto, frutto del lavoro di un gruppo di scienziati, accademici ed esperti di droga e presentato oggi in una conferenza alla camera dei Lord, parte da un dato piuttosto eloquente.
Sono 160 milioni i consumatori di marijuana nel mondo. “Nonostante la cannabis abbia un impatto negativo sulla salute, inclusa quella mentale – si sottolinea nel testo – in termini relativi è meno dannosa di alcol e tabacco”. Un’affermazione ancora suffragata dai dati. “Storicamente – ricorda il rapporto – ci sono stati soltanto due morti al mondo attribuibili a questa sostanza, mentre alcol e fumo di sigarette sono responsabili di circa 150 mila decessi l’anno nella sola Gran Bretagna”. La gran parte dei danni riconducibili al consumo di marijuana, è la presa di posizione del documento, “è il risultato del proibizionismo. Senza considerare che le politiche adottate nei confronti dell’uso di cannabis, draconiane o liberali che siano, sembrano non avere effetto sulla diffusione e sulla prevalenza dei consumi”.
L’alternativa di una “disponibilità regolamentata”, cioè liberalizzare la sostanza con regole e controlli, limitando anche la quantità di principio attivo negli spinelli, potrebbe “minimizzare i danni”. Un suggerimento che difficilmente potrà essere raccolto dal Governo o dai Conservatori, entrambi contrari ad allentare le maglie della legislazione sul consumo di cannabis.
Fonte: adnkronos
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La testimonianza di un paziente che racconta la sua scoperta delle virtù terapeutiche della canapa.
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Che i politici ci prendano in giro perché siamo come bambini di undici anni, e nemmeno troppo svegli, è dimostrato da molte cose, tra cui le leggi sulle droghe, la più grande follia collettiva della storia, le leggi più assurde e controproducenti mai inventate.
Se infatti il motivo della proibizione è che «le droghe fanno male, le droghe uccidono», ebbene, non c’è il minimo dubbio che le droghe illegali, prodotte e distribuite senza controlli, fanno infinitamente più male delle droghe «di farmacia», pure e controllate.
Se il motivo è «la guerra alle mafie del narcotraffico», per favore, diciamo forte e chiaro che queste mafie esistono solo perché qualcuno ha avuto la bella pensata di proibire le droghe. Chi parla di narcotraffico, se non è un completo idiota, non può non capire che è solo la proibizione a regalare alla mafia una gallina dalle uova d’oro, immensi profitti con cui potrà corrompere a ogni livello (come pensate che viaggino per il mondo tonnellate di sostanze proibite?), e soprattutto inserirsi a forza nell’economia legale. Nessuno sa quante e quali imprese, mezzi di comunicazione, immobili siano in mano a prestanome della mafia. La proibizione delle droghe si è di fatto tradotta in un gigantesco «aiuto pubblico» proprio ai delinquenti che i politici ci raccontano di voler combattere.
Se infine si vuole sostenere che la proibizione è utile perché lo Stato non può favorire comportamenti «immorali», è bene ricordare che uno stato deve perseguire i reati, non i peccati. E che mentre i reati sono in fondo tutti riconducibili al «non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te», i peccati sono assai mutevoli nel tempo e nello spazio. Mangiar carne di maiale, bere alcolici, far l’amore senza essere sposati, divorziare, avere relazioni omosessuali, lavorare il sabato, lavorare la domenica, sono tutti «peccati» per qualcuno. Se uno stato dovesse perseguire tutti i peccati indicati da questo o quel gruppo, la vita sociale diventerebbe impossibile; mentre, se persegue solo alcuni peccati ma non altri, si macchia di grave ingiustizia.
Ma se è così, perché mai queste leggi restano in vigore?
Perché purtroppo ai politici va molto bene unire il popolo contro un nemico e scaricare le colpe delle cose che non vanno su dei capri espiatori, e forse anche perché l’immenso giro di soldi della droga «proibita» a qualcuno, alla fin fine, fa comodo.
di Claudio Cappuccino
Fonte: Fuoriluogo.it
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27 luglio 2008
Onjinaga, che si estende lungo il Rio Grande, città di confine tra il Messico e il Texas, si ritiene oltremodo ferita dalla guerra alla droga. E non è l’unica. Mentre la Commissione nazionale per i diritti umani ha già registrato 600 abusi da quando Calderon ha inviato 20 mila soldati lungo il territorio messicano per combattere i trafficanti di droga, il Procuratore Generale del Messico è convinto che questi casi siano solo degli episodi isolati. Un sondaggio pubblicato il 30 giugno dal quotidiano El diario of Ciudad Juarez riporta che soltanto il 18% di quanti vi vivono approvano la presenza dell’esercito in città. Due mesi fa, avrebbe risposto di sì il 65% degli intervistati. “So soltanto che le forze armate sono arrivate qua semplicemente per combattere il narcotraffico, e noi siamo d’accordo con tale obiettivo” si limita a dire il sindaco Cesar Carrasco, speranzoso “che tutte le autorità continuino a rispettare i diritti individuali di ogni cittadino di Ojinaga”.
Eppure varie testimonianze di aggressioni e perquisizioni improvvise da parte di soldati col passamontagna sono state raccolte dall’Associated Press durante una manifestazione contro la presenza dell’esercito. L’agenzia riporta ad esempio il racconto di Roberto, fermato ad un posto di blocco assieme ad altri 6 uomini. Roberto sostiene di essere stato picchiato, legato, bendato e trasportato ad una base militare dove, subendo varie torture, si è sentito ripetere ossessivamente la domanda: “dove hai nascosto la droga? dove hai nascosto la droga?”. Al dipartimento per i diritti umani dello Stato di Chihuahua non è stato concesso di rilasciare commenti, così come naturalmente agli ufficiali della base di Ojinaga.
Fonte: aduc droghe
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Nel South Australia entra in vigore una legge che prende di mira le coltivazioni clandestine di droga. In particolare, saranno proibiti certi tipi di sistemi di coltivazione utilizzati nel chiuso dei laboratori. Tra questi vi sono le lampade ad alto voltaggio, i riflettori e i filtri al carbone utilizzati per far crescere la cannabis in regime idroponico, cioè “fuori suolo”; la terra è sostituita da un substrato inerte (argilla espansa, vermiculite, fibra di cocco, lana di roccia, ecc. ).
Il Procuratore Generale Michael Atkison ha annunciato che chi verrà trovato con un equipaggiamento di questo genere senza fornire una motivazione a norma di legge, verrà multato da un minimo di 10 mila dollari a un massimo di due anni di prigione.
fonte: Aduc droghe
Archiviato in: Proibizionismo/Antiproibizionismo | Tag: aclu, onu, proibizionismo, uncnd
“E’ ora che la comunità internazionale si convinca del fatto che un mondo privo di droga è fuori dalla realtà, e che bisogna semmai concentrare gli sforzi per ridurre l’impatto di certe sostanze sull’individuo e sulla società”, spiega Graham Boyd, direttore dell’ACLU Drug Law Reform Project, che partecipa Forum “Beyond 2008”.
Sostenuto dall’Onu, il forum, che durerà dall’8 all’11 luglio, per la prima volta garantirà alle organizzazioni non-governative di influenzare la politica internazionale sulle droghe
Il forum rilascerà un documento di intenti che verrà presentato alla commissione Onu sulle droghe, la UNCND, e all’UN Office on Drugs and Crime nel marzo 2009, quando una sessione speciale dell’Assemblea determinerà l’indirizzo delle Nazioni Unite su questa materia.
fonte: aduc
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di Peter Cohen
In memoria di Giancarlo Arnao (1927-2000), autore di Proibito capire. Proibizionismo e politica di controllo sociale, Torino 1990.
A prescindere dalla loro origine e dalla retorica ufficiale circa le loro funzioni, oggi il modo migliore di considerare i trattati Onu sulle droghe è alla stregua di testi religiosi. Essi hanno acquisito una patina di intrinseco ed indiscutibile valore, attraendo a promuoverli una conventicola di autentici credenti e proseliti. Costoro anelano ad una visione del Genere umano per cui l’astinenza da certe droghe costituisce un dogma nello stesso modo in cui altri testi religiosi potrebbero proibire certi alimenti o attività. I trattati Onu sulle droghe formano così la base della Chiesa internazionale della Proibizione delle droghe. L’appartenenza a questa chiesa è diventata una fonte di sicurezza indipendente, e combatterne i nemici è diventato motivo automatico di virtù.
Nella storia della cultura occidentale, abbiamo conosciuto molte chiese. Le più conosciute sono la Chiesa cattolica, con il suo Ufficio centrale della fede a Roma, ma anche la Chiesa del comunismo, governata infine dal suo Comitato centrale che si trovava un tempo a Mosca. Tutte queste chiese conoscono e adorano testi fondamentali che non servono a promuovere la comprensione scientifica e lo sviluppo sociale, ma piuttosto a promuovere il dogma della Chiesa stessa, la fede, e il regno delle sue Istituzioni. Quando poco più di un secolo fa, per ragioni ormai irrilevanti, gli Usa in preda all’ispirazione scrissero le prime versioni dei primi trattati globali sulle droghe, nessuno avrebbe potuto prevederne i risultati.
Ma allora, ha forse qualcuno previsto la diramazione di testi fondamentali costituiti e i successivi principali quartieri generali della Cristianità e perfino del Comunismo?
Vista in termini sociologici, l’equazione fra i trattati Onu sulle droghe e la Fede potrebbe non risultare immediatamente evidente. Come ho scritto altrove (Cohen, 2000), la nascita dell’individualismo nella metà del XVIII secolo, con le sue risultanti lotte contro la dipendenza, il colonialismo e la schiavitù, potrebbe essere vista come la culla delle nostre moderne mitologie sulle droghe e la dipendenza. Il concetto di droga e il concetto di dipendenza erano espressioni sincere di quella nuova ideologia, la religione per così dire, del “libero individuo”. Nella culla dell’individualismo sono nati e cresciuti nuovi movimenti e culture che hanno cercato di creare l’”indipendenza” e l’”emancipazione” sia dei popoli che delle persone. Lo scopo che definirebbe l’Umanità, ottenere la “grazia” di Dio per l’anima, dal XVIII secolo in poi è stata sostituito con l’”indipendenza” e più tardi con la “salute” del corpo. Qui non intendo discutere le interpretazioni specifiche di “indipendenza” o “salute” che vemgono scelte, perché in questo mio breve scritto non sono rilevanti.
Anche le ideologie socialiste possono essere interpretate come espressioni di quella nuova visione dell’individualità e della libertà, la più conosciuta ed indagata delle quali è stata il marxismo. Dovremmo comprendere che, in termini filosofici, la Prima internazionale comunista e il primo trattato globale sulle droghe hanno gli stessi genitori secolari, hanno prodotto simili imperi istituzionali e hanno avuto come conseguenza delle Inquisizioni altrettanto distruttive.
Nella Chiesa cattolica, le congregazioni del Sacro collegio dei cardinali o i relativi dipartimenti amministrativi decidevano su questioni relative ai santi, agli eretici e alle strategie secolari del Sant’Uffizio. Una famosa congregazione – la congregazione dell’Indice – decideva quali libri potessero essere letti dai fedeli. Ad esempio, in una delle loro riunioni, nel 1616 (il 5 marzo) si decise di bandire la lettura dell’astronomia copernicana, in quanto “falsa e contraria alle Sacre scritture” (Sobell, 1999).
Nella Chiesa della Proibizione abbiamo svariate di queste congregazioni in cui i cardinali della Proibizione confrontano i testi sacri con le politiche di tutto il mondo e decretano se queste politiche siano sante o no. Non ha senso cercare di dimostrare alle congregazioni dove ci ha portato la versione antidroga dell’emancipazione, così come non ha senso andare a Roma a dire alle congregazioni dei cardinali che ci sono più modi di condurre una vita virtuosa ed etica che attraverso Cristo o seguendo strettamente la Bibbia.
I luoghi in cui i cardinali della Proibizione si riuniscono sono irrilevanti. A Vienna, a Roma, a New York, le scene sono identiche. I cardinali lì riuniti sono scelti non per esprimere problemi inerenti ai testi sacri, ma per generare la fede, l’unanimità e possibilmente la gloria. Le burocrazie che organizzano queste riunioni sono gli esegeti del testo e delle regole che guidano la fede.
I burocrati della Chiesa della Proibizione non vengono reclutati per le loro conoscenze nel campo della sociologia, della farmacologia, del consumo di droghe, o dei problemi che il proibizionismo crea a centinaia di milioni di persone da Malaga a Memphis, da Mosca fino all’angolo di casa mia. I burocrati antidroga vengono assunti per la loro ortodossia religiosa e per la loro utilità per la Chiesa; e naturalmente i loro posti di lavoro sono spesso lontani dal mondo dei consumatori di droghe o dagli effetti della politica delle droghe.
E per quanto concerne la riforma della politica delle droghe? La riforma non avviene durante gli incontri delle congregazioni, né i riformatori di tale politica dovrebbero concentrare la loro attenzione su quel livello. Le congregazioni Onu hanno le stesse probabilità di promuovere un cambiamento in questo campo, quante ne ha il Festival della canzone europea.
Poiché una congregazione dei cardinali proibizionisti non ha esercito (a differenza dei vecchi Papi o del vecchio segretario generale del partito comunista sovietico), il suo vero potere sarà dimostrato dal tempo. La Chiesa della Proibizione ha solo poteri di fede, di credo, di intimidazione e di soggezione. Per quanto tempo la Chiesa può mantenere questi poteri e prolungare la sua ortodossia senza guardare o prestare ascolto alle piccole riforme che stanno avvenendo dappertutto? Le riforme in essere sono le stanze del consumo in Germania, le leggi per la decriminalizzazione in Portogallo, i coffee shops in Olanda. Esse sono gli scambi di siringhe (quasi segreti) a New York, ma anche la disponibilità di siringhe al super market, alla luce del sole, in quel paese della Toscana dove tu avevi affittato la tua villa.
La riforma della politica delle droghe è locale e il poco potere politico che i riformatori hanno non dovrebbe essere sprecato con la Chiesa o le sue Congregazioni.
La riforma della politica delle droghe è legata inestricabilmente alle politiche e alle culture locali. Non possono esserci due sistemi di riduzione del danno identici. Perciò, la riforma della politica delle droghe prima procede e poi si diversifica a livello locale. Solo lì la riforma può rispondere agli innumerevoli, unici insiemi di condizioni e costrizioni. Persino sotto brutali regimi proibizionistici, a livello locale i riformatori della politica delle droghe possono dare voce alle persone che hanno bisogno del cambiamento, e agire per loro conto. Dai quartieri, dalle comunità, dalle città e dalle regioni, la riforma può infine arrivare alle capitali nazionali e internazionali.
Le nostre uniche chances sono locali perché nelle arene locali noi possiamo essere gli specialisti. A livello delle Congregazioni, nessuno vuole il cambiamento. E là, noi siamo gli anti-specialisti. Cambiamento e riforma sono nemici dei cardinali di tutte le Chiese consolidate, compresa quella della Proibizione. I Cardinali temono il cambiamento e vietano che se ne discuta. Anche quando le voci della riforma parlano dentro le sacre stanze in cui i Cardinali si riuniscono, e anche quando essi sono costretti ad ascoltare, le parole dei riformatori appartengono a lingue che i cardinali non riescono capire e che non vorrebbero tradurre. Per i cardinali, il semplice fatto di capire le parole dei riformatori potrebbe essere visto come un cedimento alle forze della miscredenza e dell’eresia.
Per riassumere, la vera sfida alla legittimità dei Trattati sulle droghe non consisterà nel portare iniziative di cambiamento al livello della Congregazione. Il vero test lo avremo quando paesi singoli o gruppi di paesi capiranno che i cambiamenti di cui le loro città hanno bisogno contravverranno sempre a qualche frase o virgola dei testi sacri. O, come Fazey osserva in questo numero (Fazey, 2003) <>.
Quando hanno introdotto cambiamenti contrari ai testi sacri, i paesi europei finora hanno scoperto che non è successo niente! Essi scoprono che la Chiesa non può impedire loro di riformare le loro leggi o almeno le loro politiche, ed essi scoprono (a volte con meraviglia) che la Chiesa non cerca neanche di fermarli. Questo è già successo in Germania, Svizzera, Olanda e in molti altri posti.
Comunque, i paesi a volte scoprono – come può essere il caso del Canada nel prossimo futuro – che le loro discussioni locali sulla riforma della politica delle droghe sono divenute profondamente minacciose per la Chiesa della Proibizione e i suoi cardinali. In tali casi, l’autonomia di una nazione può essere sfidata, non dalla stessa Chiesa proibizionista, ma dai governi nazionali per i quali il sostegno alla Chiesa proibizionista è più importante della loro stessa Costituzione. Questo porta la Riforma molto oltre la politica locale delle droghe. Perciò tali paesi eretici dovranno dare vita a nuove coalizioni, e quando tali coalizioni saranno forti abbastanza, allora la riforma della politica delle droghe potrà essere portata al livello delle Convenzioni (Bewley-Taylor, 2003). Ma la riforma della politica delle droghe non aspetterà così a lungo. Le riforme che stanno già avvenendo svuoteranno le Convenzioni, proprio come la santità di Roma, le pompose Congregazioni ed eserciti un tempo temibili non hanno potuto impedire l’avvento della riforma ed infine, che le chiese europee si svuotassero, che il divorzio diventasse un fatto consueto e che l’aborto sia diventato un diritto umano persino in Spagna, una volta il paese dei re cattolici.
I Trattati internazionali sulle droghe sono tra i testi più sacri della Chiesa della Proibizione delle droghe. Nelle riunioni della Chiesa, ovunque siano tenute, si troveranno persone inginocchiate davanti ad essi in posizioni ridicole, perché per loro i testi contengono le parole sacre della divinità. Una prospettiva riformista sui Trattati o un rifiuto di inginocchiarsi davanti ai testi, sono azioni molto pericolose ora per i paesi, così come la crescente egemonia degli Usa ha conseguenze che spingono più in avanti l’estremismo e l’ortodossia. Più i Cesari statunitensi sfruttano la loro egemonia, più le Convenzioni Onu sulle droghe simbolizzano il loro desiderio di definire e controllare il genere umano, così come il loro stato-gulag, il loro esercito e la loro flotta di portaerei ne sono l’espressione materiale.
Acknowledgements
Thanking Harry Levine, Craig Reinarman, Peter Webster and Dava Sobell for their help. References
Arnao, G. (1990). Proibito capire. Proibizionismo e politica di controllo sociale. Edizioni Gruppo Abele, Torino.
Bewley-Taylor, D. Challenging the UN Drug Control Conventions: Problems and Possibilities. International Journal of Drug Policy 14, 171-179.
Cohen, P., 2000. Is the addiction doctor the voodoo priest of western man?Addiction Research 8 6, pp. 589-598 Special issue.
Fazey, C., 2003. The Commission of Narcotic Drugs and the United Nations International Drug Control Programme: politics, policies and prospect for change. International Journal of Drug Policy 14, pp. 155-169.
Sobell, D., 1999. Galileo’s daughter, London, Penguin Books.
Cohen, Peter (2003), The drug prohibition church and the adventure of reformation.
International Journal of Drug Policy, Volume 14, Issue 2, April 2003, pp. 213-215.
© Copyright 2003 Peter Cohen. All rights reserved.
Traduzione: Grazia Zuffa e Maria Grazia Marchionni.
fonte: www.cedro-uva.org
visto su: www.hanf-info.ch
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2 luglio 2008
Tratto da ELPAIS.com
La legislazione e l’azione della polizia non incidono sui comportamenti della popolazione in relazione alle droghe. Questa è una delle conclusioni di un metastudio (un lavoro basato sull’integrazione di altri già esistenti) elaborato da una équipe internazionale diretta da Louisa Degenhardt dell’Università del Nuovo Galles del Sud di Sidney (Australia).
Nell’articolo, pubblicato oggi su ‘PLOS’, si sono studiati i dati di 17 paesi molti diversi fra loro, come gli Usa, la Spagna, il Giappone e la Nigeria. Le conclusioni si concentrano sulle quattro sostanze più consumate: alcol, tabacco, cannabis e cocaina. A parte l’incidenza delle politiche repressive (ad esempio gli Usa sono in testa al consumo delle sostane illegali, sebbene le loro leggi siano più severe di quelle spagnole), si osserva una differenza fra i sessi (gli uomini assumono più sostanze delle donne), anche se questa differenza tende a diminuire.
In 16 dei 17 paesi più della metà della popolazione adulta ha bevuto alcol. La Nuova Zelanda è prima con il 94,8%. In Spagna la percentuale è del 86,4%. Il Sud Africa è ultimo con il 40,6%.
Anche relativamente al tabacco ci sono enormi differenze. I dati variano dal 16,8% di persone che hanno fumato in Nigeria, al 67,4% del Libano. In Spagna la cifra è del 53,1%.
Sostanze illegali
Fra le sostanze illegali il divario è minore. Per quanto riguarda il consumo di cannabis la percentuale più alta è data dagli Stati Uniti (42,4%), la più bassa dalla Cina (0,3%). La Spagna si trova a metà della lista (15,9%).
Gli Usa sono primi anche per il consumo di cocaina. L’ha provata il 16,2%. La Spagna è terza, con il 4,3%, dopo la Nuova Zelanda. In sette paesi la percentuale è inferiore all’1%.
Vi è anche un studio relativo all’età di inizio del consumo. Fra i 15 e i 21 anni c’è una percentuale maggiore di bevitori in Germania, Nuova Zelanda, Francia e Belgio (più del 60% in questi quattro paesi). In Spagna lo ha fatto il 52%. Gli ultimi della lista sono il Sud Africa e Israele.
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Malgrado abbiano leggi che puniscono severamente il consumo di droga, gli americani sono i piu’ grandi consumatori di cocaina e cannabis. Secondo uno studio pubblicato sul magazine scientifico PLoS Medicine, il 16,2% dei cittadini statunitensi ha provato almeno una volta la cocaina e il 42,4% la marijuana. In Olanda, dove esiste la legge piu’ peremissiva in materia di stupefacenti, solo l’1,9% ha provato la coca e il 19,8 per cento cannabis e suoi derivati.
Fonte: aduc salute