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l governo olandese ha reso noto che usera’ la mano dura contro le coltivazioni di marijuana, con la costituzione di una task force.
La task force unira’ la polizia e le autorita’ locali e nazionali nella lotta alle organizzazioni criminali coinvolte nella produzione di droga, ha fatto sapere il ministero della giustizia.
Il ministro della giustizia Piet Hein Donner ha espresso la speranza di raggiungere una sostanziale diminuzione delle coltivazioni entro il 2011.
In Olanda la coltivazione di marijuana e’ illegale, e’ pero’ ammesso il suo consumo e quello di altre droghe leggere.
Da qualche anno, pero’, il governo sta cercando di cancellare l’immagine di un paese ‘dove tutto e’ possibile’, con leggi piu’ dure sulle droghe e sulla prostituzione.
fonte: Aduc droghe
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di Peter Cohen
In memoria di Giancarlo Arnao (1927-2000), autore di Proibito capire. Proibizionismo e politica di controllo sociale, Torino 1990.
A prescindere dalla loro origine e dalla retorica ufficiale circa le loro funzioni, oggi il modo migliore di considerare i trattati Onu sulle droghe è alla stregua di testi religiosi. Essi hanno acquisito una patina di intrinseco ed indiscutibile valore, attraendo a promuoverli una conventicola di autentici credenti e proseliti. Costoro anelano ad una visione del Genere umano per cui l’astinenza da certe droghe costituisce un dogma nello stesso modo in cui altri testi religiosi potrebbero proibire certi alimenti o attività. I trattati Onu sulle droghe formano così la base della Chiesa internazionale della Proibizione delle droghe. L’appartenenza a questa chiesa è diventata una fonte di sicurezza indipendente, e combatterne i nemici è diventato motivo automatico di virtù.
Nella storia della cultura occidentale, abbiamo conosciuto molte chiese. Le più conosciute sono la Chiesa cattolica, con il suo Ufficio centrale della fede a Roma, ma anche la Chiesa del comunismo, governata infine dal suo Comitato centrale che si trovava un tempo a Mosca. Tutte queste chiese conoscono e adorano testi fondamentali che non servono a promuovere la comprensione scientifica e lo sviluppo sociale, ma piuttosto a promuovere il dogma della Chiesa stessa, la fede, e il regno delle sue Istituzioni. Quando poco più di un secolo fa, per ragioni ormai irrilevanti, gli Usa in preda all’ispirazione scrissero le prime versioni dei primi trattati globali sulle droghe, nessuno avrebbe potuto prevederne i risultati.
Ma allora, ha forse qualcuno previsto la diramazione di testi fondamentali costituiti e i successivi principali quartieri generali della Cristianità e perfino del Comunismo?
Vista in termini sociologici, l’equazione fra i trattati Onu sulle droghe e la Fede potrebbe non risultare immediatamente evidente. Come ho scritto altrove (Cohen, 2000), la nascita dell’individualismo nella metà del XVIII secolo, con le sue risultanti lotte contro la dipendenza, il colonialismo e la schiavitù, potrebbe essere vista come la culla delle nostre moderne mitologie sulle droghe e la dipendenza. Il concetto di droga e il concetto di dipendenza erano espressioni sincere di quella nuova ideologia, la religione per così dire, del “libero individuo”. Nella culla dell’individualismo sono nati e cresciuti nuovi movimenti e culture che hanno cercato di creare l’”indipendenza” e l’”emancipazione” sia dei popoli che delle persone. Lo scopo che definirebbe l’Umanità, ottenere la “grazia” di Dio per l’anima, dal XVIII secolo in poi è stata sostituito con l’”indipendenza” e più tardi con la “salute” del corpo. Qui non intendo discutere le interpretazioni specifiche di “indipendenza” o “salute” che vemgono scelte, perché in questo mio breve scritto non sono rilevanti.
Anche le ideologie socialiste possono essere interpretate come espressioni di quella nuova visione dell’individualità e della libertà, la più conosciuta ed indagata delle quali è stata il marxismo. Dovremmo comprendere che, in termini filosofici, la Prima internazionale comunista e il primo trattato globale sulle droghe hanno gli stessi genitori secolari, hanno prodotto simili imperi istituzionali e hanno avuto come conseguenza delle Inquisizioni altrettanto distruttive.
Nella Chiesa cattolica, le congregazioni del Sacro collegio dei cardinali o i relativi dipartimenti amministrativi decidevano su questioni relative ai santi, agli eretici e alle strategie secolari del Sant’Uffizio. Una famosa congregazione – la congregazione dell’Indice – decideva quali libri potessero essere letti dai fedeli. Ad esempio, in una delle loro riunioni, nel 1616 (il 5 marzo) si decise di bandire la lettura dell’astronomia copernicana, in quanto “falsa e contraria alle Sacre scritture” (Sobell, 1999).
Nella Chiesa della Proibizione abbiamo svariate di queste congregazioni in cui i cardinali della Proibizione confrontano i testi sacri con le politiche di tutto il mondo e decretano se queste politiche siano sante o no. Non ha senso cercare di dimostrare alle congregazioni dove ci ha portato la versione antidroga dell’emancipazione, così come non ha senso andare a Roma a dire alle congregazioni dei cardinali che ci sono più modi di condurre una vita virtuosa ed etica che attraverso Cristo o seguendo strettamente la Bibbia.
I luoghi in cui i cardinali della Proibizione si riuniscono sono irrilevanti. A Vienna, a Roma, a New York, le scene sono identiche. I cardinali lì riuniti sono scelti non per esprimere problemi inerenti ai testi sacri, ma per generare la fede, l’unanimità e possibilmente la gloria. Le burocrazie che organizzano queste riunioni sono gli esegeti del testo e delle regole che guidano la fede.
I burocrati della Chiesa della Proibizione non vengono reclutati per le loro conoscenze nel campo della sociologia, della farmacologia, del consumo di droghe, o dei problemi che il proibizionismo crea a centinaia di milioni di persone da Malaga a Memphis, da Mosca fino all’angolo di casa mia. I burocrati antidroga vengono assunti per la loro ortodossia religiosa e per la loro utilità per la Chiesa; e naturalmente i loro posti di lavoro sono spesso lontani dal mondo dei consumatori di droghe o dagli effetti della politica delle droghe.
E per quanto concerne la riforma della politica delle droghe? La riforma non avviene durante gli incontri delle congregazioni, né i riformatori di tale politica dovrebbero concentrare la loro attenzione su quel livello. Le congregazioni Onu hanno le stesse probabilità di promuovere un cambiamento in questo campo, quante ne ha il Festival della canzone europea.
Poiché una congregazione dei cardinali proibizionisti non ha esercito (a differenza dei vecchi Papi o del vecchio segretario generale del partito comunista sovietico), il suo vero potere sarà dimostrato dal tempo. La Chiesa della Proibizione ha solo poteri di fede, di credo, di intimidazione e di soggezione. Per quanto tempo la Chiesa può mantenere questi poteri e prolungare la sua ortodossia senza guardare o prestare ascolto alle piccole riforme che stanno avvenendo dappertutto? Le riforme in essere sono le stanze del consumo in Germania, le leggi per la decriminalizzazione in Portogallo, i coffee shops in Olanda. Esse sono gli scambi di siringhe (quasi segreti) a New York, ma anche la disponibilità di siringhe al super market, alla luce del sole, in quel paese della Toscana dove tu avevi affittato la tua villa.
La riforma della politica delle droghe è locale e il poco potere politico che i riformatori hanno non dovrebbe essere sprecato con la Chiesa o le sue Congregazioni.
La riforma della politica delle droghe è legata inestricabilmente alle politiche e alle culture locali. Non possono esserci due sistemi di riduzione del danno identici. Perciò, la riforma della politica delle droghe prima procede e poi si diversifica a livello locale. Solo lì la riforma può rispondere agli innumerevoli, unici insiemi di condizioni e costrizioni. Persino sotto brutali regimi proibizionistici, a livello locale i riformatori della politica delle droghe possono dare voce alle persone che hanno bisogno del cambiamento, e agire per loro conto. Dai quartieri, dalle comunità, dalle città e dalle regioni, la riforma può infine arrivare alle capitali nazionali e internazionali.
Le nostre uniche chances sono locali perché nelle arene locali noi possiamo essere gli specialisti. A livello delle Congregazioni, nessuno vuole il cambiamento. E là, noi siamo gli anti-specialisti. Cambiamento e riforma sono nemici dei cardinali di tutte le Chiese consolidate, compresa quella della Proibizione. I Cardinali temono il cambiamento e vietano che se ne discuta. Anche quando le voci della riforma parlano dentro le sacre stanze in cui i Cardinali si riuniscono, e anche quando essi sono costretti ad ascoltare, le parole dei riformatori appartengono a lingue che i cardinali non riescono capire e che non vorrebbero tradurre. Per i cardinali, il semplice fatto di capire le parole dei riformatori potrebbe essere visto come un cedimento alle forze della miscredenza e dell’eresia.
Per riassumere, la vera sfida alla legittimità dei Trattati sulle droghe non consisterà nel portare iniziative di cambiamento al livello della Congregazione. Il vero test lo avremo quando paesi singoli o gruppi di paesi capiranno che i cambiamenti di cui le loro città hanno bisogno contravverranno sempre a qualche frase o virgola dei testi sacri. O, come Fazey osserva in questo numero (Fazey, 2003) <>.
Quando hanno introdotto cambiamenti contrari ai testi sacri, i paesi europei finora hanno scoperto che non è successo niente! Essi scoprono che la Chiesa non può impedire loro di riformare le loro leggi o almeno le loro politiche, ed essi scoprono (a volte con meraviglia) che la Chiesa non cerca neanche di fermarli. Questo è già successo in Germania, Svizzera, Olanda e in molti altri posti.
Comunque, i paesi a volte scoprono – come può essere il caso del Canada nel prossimo futuro – che le loro discussioni locali sulla riforma della politica delle droghe sono divenute profondamente minacciose per la Chiesa della Proibizione e i suoi cardinali. In tali casi, l’autonomia di una nazione può essere sfidata, non dalla stessa Chiesa proibizionista, ma dai governi nazionali per i quali il sostegno alla Chiesa proibizionista è più importante della loro stessa Costituzione. Questo porta la Riforma molto oltre la politica locale delle droghe. Perciò tali paesi eretici dovranno dare vita a nuove coalizioni, e quando tali coalizioni saranno forti abbastanza, allora la riforma della politica delle droghe potrà essere portata al livello delle Convenzioni (Bewley-Taylor, 2003). Ma la riforma della politica delle droghe non aspetterà così a lungo. Le riforme che stanno già avvenendo svuoteranno le Convenzioni, proprio come la santità di Roma, le pompose Congregazioni ed eserciti un tempo temibili non hanno potuto impedire l’avvento della riforma ed infine, che le chiese europee si svuotassero, che il divorzio diventasse un fatto consueto e che l’aborto sia diventato un diritto umano persino in Spagna, una volta il paese dei re cattolici.
I Trattati internazionali sulle droghe sono tra i testi più sacri della Chiesa della Proibizione delle droghe. Nelle riunioni della Chiesa, ovunque siano tenute, si troveranno persone inginocchiate davanti ad essi in posizioni ridicole, perché per loro i testi contengono le parole sacre della divinità. Una prospettiva riformista sui Trattati o un rifiuto di inginocchiarsi davanti ai testi, sono azioni molto pericolose ora per i paesi, così come la crescente egemonia degli Usa ha conseguenze che spingono più in avanti l’estremismo e l’ortodossia. Più i Cesari statunitensi sfruttano la loro egemonia, più le Convenzioni Onu sulle droghe simbolizzano il loro desiderio di definire e controllare il genere umano, così come il loro stato-gulag, il loro esercito e la loro flotta di portaerei ne sono l’espressione materiale.
Acknowledgements
Thanking Harry Levine, Craig Reinarman, Peter Webster and Dava Sobell for their help. References
Arnao, G. (1990). Proibito capire. Proibizionismo e politica di controllo sociale. Edizioni Gruppo Abele, Torino.
Bewley-Taylor, D. Challenging the UN Drug Control Conventions: Problems and Possibilities. International Journal of Drug Policy 14, 171-179.
Cohen, P., 2000. Is the addiction doctor the voodoo priest of western man?Addiction Research 8 6, pp. 589-598 Special issue.
Fazey, C., 2003. The Commission of Narcotic Drugs and the United Nations International Drug Control Programme: politics, policies and prospect for change. International Journal of Drug Policy 14, pp. 155-169.
Sobell, D., 1999. Galileo’s daughter, London, Penguin Books.
Cohen, Peter (2003), The drug prohibition church and the adventure of reformation.
International Journal of Drug Policy, Volume 14, Issue 2, April 2003, pp. 213-215.
© Copyright 2003 Peter Cohen. All rights reserved.
Traduzione: Grazia Zuffa e Maria Grazia Marchionni.
fonte: www.cedro-uva.org
visto su: www.hanf-info.ch
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Giorni contati per lo spinello nei coffee shop olandesi. Dal primo luglio nei Paesi Bassi sara’ vietato fumare tabacco in bar, ristoranti e locali pubblici. Le nuove regole, gia’ in vigore in molti altri Paesi europei, non avrebbero niente di strano se non riguardassero anche quei locali dove, per legge, dal 1976 si puo’ liberamente consumare hashish o marijuana. La cannabis, venduta legalmente nei coffee shop, e’ l’ingrediente principale, ma per fare uno spinello e’ indispensabile anche il tabacco, tranne nel caso in cui si fumi solo ‘erba’. La quantita’ dipende dal consumatore, ma e’ tuttavia necessario avere del tabacco per ‘rollare’ una canna, come spiegano minuziosamente anche i siti online dedicati agli amanti dell’argomento. Paradossalmente, dunque, in Olanda, nei locali pubblici autorizzati si potra’ continuare a fare uso di droghe leggere, ma non a fumarle mescolate con il tabacco, quindi niente joint, canna o spinello che dir si voglia. ‘I coffee shop saranno trattati come tutti gli altri locali pubblici. Sarebbe sbagliato fare eccezioni, la gente non capirebbe’, avverte il primo ministro olandese Jan Peter Balkenende. ‘In un caffe’ si va per bere qualcosa, in un ristorante per mangiare, ma quando si va in un coffee shop e’ per fumare’, ribatte Marc Jacobsen, a capo dell’associazione nazionale dei proprietari di coffee shop, che ha chiesto al governo di prendere speciali provvedimenti per questi locali. E i diretti interessati, i consumatori? Stando ad una serie di interviste realizzate finora nella citta’ olandesi, non sembrano preoccuparsi piu’ di tanto. Se sara’ necessario ‘compreremo l’erba e andremo a fumare a casa’, dicono. Intanto ci sono coffee shop, soprattutto ad Amsterdam, che gia’ stanno allestendo luoghi separati per offrire ai clienti la possibilita’ di continuare a fumare sul posto. Altri si stanno attrezzando mettendo a punto strumenti alternativi. Come il cosiddetto ‘vaporizzatore’, un apparecchio elettrico che dovrebbe consentire di trasformare direttamente la cannabis in vapore da inalare evitando cosi’ l’uso di tabacco e cartine. Molti si chiedono poi come potranno essere attuate le ispezioni per verificare se si fumano spinelli ‘puri’ oppure contenenti anche tabacco, dannoso per la salute di chi lavora nei coffee shop piu’ che per coloro che hanno deliberatamente scelto di usare droghe. Da tempo nella permissiva Olanda il vento e’ cambiato anche nei confronti delle droghe leggere: in alcune citta’ si e’ cominciato a chiudere i coffee shop vicino alle scuole, in altre e’ stato vietato il consumo di cannabis ai poliziotti, anche fuori dal lavoro ‘per dare l’esempio’. Giro di vite infine per ostacolare il cosiddetto turismo dello spinello. L’iniziativa ha provocato una protesta infuocata dei comuni di frontiera del Belgio dopo che quelli dell’Olanda hanno spostato i bar del fumo nelle zone periferiche di confine, proprio per ostacolare il turismo della droga nelle citta’.
fonte: aduc.droghe
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“Vraag een politieagent..”
E’ un’esperienza bizzarra. Ti avvicini a un poliziotto olandese, e gli chiedi dove si può trovare della marijuana. Lui sorridendo ti indica il più vicino coffee shop, dove il menù offre qualunque preparazione a base di canapa indiana, dal dolce chiamato “Torta spaziale” a un’erba locale di nome “Luci del nord”. Nel resto del mondo un episodio del genere non potrebbe accadere: le pene per l’uso della canapa indiana sono severe; ma nel 1976 gli olandesi hanno depenalizzato il possesso di piccole quantità. Cos’è successo da allora? Alcuni dicono che la criminalità è aumentata vertiginosamente, i bambini abbandonano la scuola, e la dipendenza da eroina è molto diffusa; altri sostengono che l’Olanda è un paradiso di pace e amore.
“Ho visto i loro parchi. I loro figli vanno in giro come zombi” dice Lee Brown, direttore dell’Agenzia statunitense per la politica nazionale di controllo delle droghe (United States office for national drug control policy). “L’uso di droghe pesanti (eroina e cocaina) è diminuito notevolmente” ribatte Paul Hager dell’Unione per le libertà civili dell’Indiana. La maggior parte dei commenti sembrano dipendere dalle idee politiche di chi parla. Ma allora qual’è la verità sul grande esperimento olandese sulla canapa indiana?
Dipendenza
“Non c’è stato alcun aumento immediato nell’uso della canapa indiana dopo il 1976″, dice Arjan Sas del Centro di ricerca sulla droga dell’Università di Amsterdam. “La tendenza è stata del tutto analoga a quella riscontrata in altri paesi”. La percentuale di persone che fanno uso regolarmente di canapa indiana o di altre droghe è minore nei Paesi Bassi rispetto a molti paesi europei inclusa la Gran Bretagna. Il numero di tossicodipendenti da droghe pesanti nei Paesi Bassi non è aumentato nel corso dell’ultimo decennio, mentre la loro età media si sta alzando. Le statistiche olandesi, comunque, sono tutt’altro che decisive. La prima indagine sistematica nazionale sull’uso di droga nei Paesi Bassi è stata fatta solo adesso; ci sono stati studi su scala minore, in alcune città, o in particolari gruppi di età, ma confrontarli è un compito tutt’altro che agevole, dal punto di vista statistico.
Ciononostante, Dirk Korf dell’Istituto di criminologia dell’Università di Amsterdam ha utilizzato gli studi minori per stimare che il 3% degli olandesi aveva usato la canapa indiana almeno una volta nel 1970, e che nel 1991 la percentuale era salita al 12%. La previsione per il 1998 è del 14%. La maggior parte di questo aumento, dice Korf, è dovuta al fatto che le percentuali di consumo nell’arco della vita sono cumulative: la gente che aveva fumato almeno una volta nel 1970 è ancora in circolazione, e si somma nel tempo ai consumatori più giovani. E’ più indicativo, dice, confrontare il numero di adolescenti che cominciano a usare la canapa indiana. Nel 1970 le stime dicono che il 20% dei diciottenni ne aveva fatto uso almeno una volta; nel 1980 la percentuale era scesa al 15%. Nel 1987 era arrivata al 18%, una crescita dovuta, secondo Korf, all’aumento del numero dei coffee shop verso la metà degli anni Ottanta. Ora, si dice che circa il 30% dei diciottenni olandesi abbia provato la canapa indiana, sebbene alcuni ricercatori pensino che questa cifra sia sovrastimata, un errore dovuto agli studi svolti ad Amsterdam, una città dove i coffee shop abbondano.
Ma è vero che il numero di persone che provano la canapa indiana è aumentato, da quando essa è stata legalizzata? Parrebbe di sì. Al Centro di ricerca sulla droga, Sas e Peter Cohen hanno diviso gli abitanti di Amsterdam studiati nel 1987, 1990 e 1994 in due gruppi: quelli nati prima del 1958, che avevano più di 18 anni nel 1976, e quelli nati dopo il 1976, per i quali la canapa indiana è sempre stata legale. Solo il 19% dei “vecchi” ha provato la canapa indiana, contro il 38% del gruppo più giovane.
La differenza potrebbe essere in parte fuorviante. I sondaggi olandesi dimostrano che la grande maggioranza delle persone che usano canapa indiana lo fanno quasi esclusivamente dai 20 ai 30 anni. Questa droga è divenuta popolare nei Paesi Bassi verso la metà degli anni Sessanta, quindi troppo tardi per le persone del gruppo più vecchio che avevano oltre trent’anni. Ciononostante i dati suggeriscono che effettivamente la percentuale di persone che ha provato la canapa indiana dopo la depenalizzazione è aumentata.
Ma il dato che conta, dice Sas, è il numero di coloro che continuano a usarla. Ad Amsterdam il 55% delle persone che dicono di aver provato la canapa indiana finiscono poi per fumarla solo una ventina di volte in tutto. Gli altri l’hanno fumata più spesso, ma più di metà non ne ha fatto uso nell’ultimo mese. I dati mostrano, dice Sas, che legalizzare la canapa indiana può rendere più probabile che uno la provi, ma non rende più probabile che continui a usarla.
In ogni caso, non è del tutto sicuro che la prima metà di questa conclusione sia esatta. Korf trova che il grafico del numero di tedeschi che fanno uso di canapa indiana praticamente segue i picchi e i minimi di quello degli olandesi tra il 1970 e il 1990, sebbene la canapa indiana fosse illegale in Germania durante tutto quel periodo.
Inchieste su giovani statunitensi negli anni Settanta e Ottanta hanno rilevato un tasso di diffusione notevolmente maggiore che in Olanda, con un picco del 50% tra gli studenti che frequentavano l’ultimo anno delle superiori nel 1980, nonostante il rigido regime di proibizionismo in atto negli USA.
Depenalizzazione
Da allora, dice Korf, non ci sono state differenze rilevabili tra il consumo negli stati degli USA che hanno depenalizzato e quelli proibizionisti, mentre il consumo di canapa indiana è aumentato negli USA e nell’Europa occidentale dal 1990, indipendentemente dalla struttura legale. “Non c’è una connessione causale evidente tra la depenalizzazione olandese e il tasso di crescita dell’uso della canapa indiana”, conclude Korf.
L’anno scorso Robert MacCoun dell’Università della California a Berkeley e Peter Reuter dell’Università del Maryland hanno confrontato le tendenze del consumo di canapa indiana negli USA, in Norvegia (dove è proibito) e nei Paesi Bassi. Anche loro hanno concluso che “la riduzione delle pene ha scarsi effetti sull’uso della droga, perlomeno per quanto riguarda la canapa indiana”.
Se la legge del 1976 ha influenzato solo lievemente il consumo di canapa indiana, qual è stato il suo effetto riguardo al suo obiettivo principale: tenere la gente lontana dalle droghe pesanti? I Paesi Bassi hanno in percentuale meno tossicodipendenti dell’Italia, della Spagna, della Svizzera, della Francia o della Gran Bretagna, e senz’altro meno degli USA. Frits Knaak del Trimbos Institute a Utrecht, l’istituto nazionale olandese per la salute mentale e la dipendenza, dice che il numero di tossicodipendenti da droghe pesanti nel Paese è rimasto invariato da dieci anni, perché molti meno giovani si sono aggiunti alle loro file. Il tossicodipendente olandese medio ha ora 44 anni; e solo lo 0,3% degli adolescenti olandesi aveva provato la cocaina nel 1994, contro l’1,7% negli Stati Uniti.1 Nei Paesi Bassi praticamente tutti i consumatori di droga provano per prima la canapa indiana: molti si accontentano e non vanno oltre.
La dipendenza da canapa indiana e altri problemi sono rari. “Il numero di consumatori di canapa indiana che si rivolgono ai centri di assistenza è basso” dice Knaak. “Nel 1996 ci furono solo 2000 [pazienti] in tutto il paese: solo lo 0,3% dei consumatori di canapa indiana in Olanda”.
Di questi “il 42% ha anche problemi con l’alcol o altre droghe, gli altri di solito hanno solo bisogno di aiuto psicologico per cambiare il proprio stile di vita” dice Sas, e aggiunge che la maggior parte delle persone a cui la canapa indiana provoca problemi di concentrazione o di memoria al lavoro o a scuola applicano certe regole, come non fumare durante la settimana, o comunque limitare il consumo.
Questa autoregolamentazione sembra funzionare. Gli adolescenti olandesi sono tra i migliori nel mondo in matematica e nelle scienze nei test internazionali. Se esistono dei problemi seri provocati dalla legalizzazione della marijuana, i venti e più anni dell’esperimento olandese non ne hanno ancora rivelato la natura.
Fonte: Usi della canapa
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Oggi i cittadini di Amsterdam scendono in piazza. Motivo della protesta sono le esternazioni e l’operato del sindaco Job Coehn e, soprattutto, del suo vice Loodewijck Asscher (scuola Rudy Giuliani). L’idea dei due è molto semplice: rendere Amsterdam una città “pulita” eliminando le vetrine del sesso a pagamento ed i coffee shop dove è possibile la libera vendita di marijuana, sostituendoli con alberghi di lusso per ricchi pensionati. Un esempio di società tollerante e mentalmente aperta unico al mondo quello olandese. E Amsterdam, con le sue bellezze architettoniche ed il suo quieto vivere, ne è lo splendido simbolo. La scusa da presentare ai media è quella di un vertiginoso aumento della criminalità e della dipendenza legata al consumo di “spinelli”. False e tendenziose entrambe le motivazioni. Provate a recarvi nei Paesi Bassi ancora adesso: un’oasi di pace rispetto alle disastrate e “cafone” città italiane.
Il modello della tolleranza, che permette ad una prostituta di esercitare proprio accanto alla porta di una chiesa (protestante ovviamente), funziona perfettamente. La cannabis non fa assolutamente male come vogliono farci credere i cultori della “tolleranza zero”e “legalità” è una parola che ha ancora un senso, soprattutto se paragonata alla “monnezza” delle strade napoletane. Tutti idealmente in piazza Dam dunque, per difendere quelle idee che rappresentano una speranza anche per noi, stretti tra l’oscurantismo cattolico ed uno squallido perbenismo piccolo-borghese.
7 febbraio 2008
di Domenico Camodeca
Fonte: http://www.ccsnews.it
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Unica nel suo genere. Modello positivo per molti. Incubo per altri. La società Olandese è sicuramente un caso particolare che merita di essere affrontato per la sua politica totalmente contocorrente in materia di stupefacenti rispetto al proibizionismo che ha sempre dominato in Europa e nel mondo.
Anche altri aspetti della società dei Paesi Bassi meriterebbero di essere affrontati, approfonditi e probabilmente presi a modello, ma qui ci limiteremo ad analizzare la normativa in materia di stupefacenti.
Da Wikipedia :
Le sostanze stupefacenti sono divise in due categorie o liste dalla Opiumwet (legge sull’oppio):
- I categoria, sostanze che comportano rischi e danni inaccettabili per la salute quali l’eroina, la cocaina e l’XTC e le anfetamine, anche denominate droghe pesanti (Harddrugs)
- II categoria, sostanze che causano meno danni alla salute: tra queste anche i prodotti della cannabis (derivati dalla canapa indiana, marijuana e hashish)
Questa distinzione è espressa anche nella severità delle pene imposte per vari reati e nella scala di priorità adottata nel campo delle indagini.
La vendita di droghe leggere può sempre essere punita; tuttavia, la priorità viene data alla lotta alle droghe pesanti, per cui:
- La quantità venduta è importante. Non viene attivamente indagata la vendita di una quantità massima di 5 grammi per persona per giorno in ciascuno dei coffee-shop autorizzati, mentre la vendita di quantità superiori (spesso legata all’esportazione) viene colpita duramente.
- La vendita di quantità superiori ai 5 grammi, sia essa effettuata in bar, caffè, ristoranti o sulla strada, viene perseguitata attivamente.
La teoria che sta dietro questa pratica è che la vendita di piccole quantità di droghe leggere per uso personale causa minore rischio sociale e personale rispetto all’uso ed alla vendita delle droghe pesanti.
Nei Paesi Bassi si svolgono regolarmente ricerche sulla diffusione dell’uso di droghe; dall’ultima ricerca è emerso che negli Stati Uniti le persone che fanno uso regolare di cannabis sono più del doppio (in percentuale) di quelle dei Paesi Bassi; la differenza è ancor più marcata quando si considerano le droghe pesanti.
Droghe pesanti
Il possesso di droghe pesanti è un reato; esso tuttavia viene solitamente perseguito specificamente quando la quantità posseduta supera gli 0,5 grammi.
Invece la vendita di droghe pesanti, indipendentemente dalla quantità, è un reato per il quale le indagini ed i processi hanno la massima priorità; esso viene punito con pene severe. Tuttavia lo spaccio ‘al minuto’, in alcune zone delle maggiori città, viene controllato ma sostanzialmente tollerato sulla base di una politica di riduzione del danno; è la polizia a decidere quando e se è il caso di intervenire.
“Politica della tolleranza”
Nonostante la cosiddetta “Politica della tolleranza” (Gedoogbeleid), nei Paesi Bassi, al contrario di quanto spesso si creda all’estero, è vietata la produzione, detenzione, vendita e acquisto di qualsiasi droga (inclusi i derivati della canapa). È però consuetudine il non procedere contro l’acquisto di 5 gr di cannabis nei coffee-shop, contro la detenzione di una piccola quantità di droghe per consumo personale e contro la coltivazione di un numero limitato di piante di canapa, sempre per utilizzo personale. Nei Paesi Bassi, infatti, per ogni tipo di droga sono punibili il commercio, la vendita, la produzione e la detenzione. Solo l’uso di droghe non è punibile.
Di particolare interesse è il “concetto dell’opportunità ” presente nel diritto penale dei Paesi Bassi, secondo il quale, per cause che riguardino l’interesse della collettività è possibile desistere dal perseguire un reato. In pratica, quando un comportamento che violi la legge (un reato) non è tale da minare l’ordine pubblico, il Pubblico Ministero può decidere di non perseguirlo. Le direttive su quali reati punire e quali non punire in materia di stupefacenti sono decise in un documento pubblico del Pubblico Ministero.
Secondo la direttiva del PM del 1º gennaio 2001 non si persegue la vendita di cannabis nei coffee-shop in cui siano rispettati i seguenti criteri:
- non è permesso vendere alla stessa persona più di 5 grammi al giorno
- non è permesso vendere droghe pesanti (quindi non è permesso vendere ecstasy)
- non è permesso fare pubblicità alla droga
- non è permesso turbare la quiete e l’ordine del vicinato
- non è permesso vendere ai minorenni (fino a 18 anni) e i minorenni non possono entrare nei coffee-shop.
Ci sono tre obiettivi principali che vengono realizzati dalla “politica della tolleranza” e la regolamentazione dei coffee-shop. In primo luogo si vuole scoraggiare e possibilmente evitare del tutto il consumo di droghe leggere da parte di minorenni. Oltre a ciò si auspica una riduzione dei problemi di ordine pubblico (sia individuali che sociali) derivanti dal consumo delle droghe leggere. Infine, il divieto più assoluto imposto sulla vendita di droghe pesanti nei coffeshop mira a ridurre il rischio di un possibile passaggio da droghe leggere a droghe pesanti separando e differenziando i due mercati.
La separazione tra droghe leggere e pesanti vuole evitare che i consumatori di droghe leggere entrino a contatto con droghe più pesanti e il circuito criminale in cui queste vengono distribuite. La finalità principale della politica dei Paesi Bassi in materia di stupefacenti è far diminuire la domanda e l’offerta di droga (infatti il numero di coffee-shop si è ridotto del 36% tra il 1997 e il 2003, da 1179 a 754) e ridurre i rischi che l’uso di stupefacenti comporta, sia per i consumatori (altrimenti costretti a muoversi in ambienti dominati dalla criminalità) che per la società nel suo complesso.
In questa ottica le droghe leggere richiedono un diverso approccio delle droghe pesanti. In molti paesi non viene formalizzata la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, ma essa è di fatto applicata.
Contrariamente a quanto comunemente si crede, le droghe trovate dalla polizia devono essere confiscate per legge, sia che si tratti di droghe pesanti sia che si tratti di droghe leggere, anche se sono piccole quantità destinate all’uso personale. In base alla “legge sull’oppio”, infatti, le droghe leggere rimangono illegali, e ne sono ufficialmente proibite la coltivazione e la produzione, vendita o compera, importazione o esportazione, e il possesso.
La “politica della tolleranza” però porta ad una de-criminalizzazione de facto, dove il reato nella pratica non viene mai perseguito nei casi singoli. Quindi il possesso e la vendita autorizzata di quantità inferiori ai 5 grammi vengono di norma consentiti, mentre la produzione o l’acquisto su larga scala vengono attivamente perseguiti.
I risultati del modello Olandese
Il numero di decessi collegati all’uso di droghe nei Paesi Bassi è il più basso in Europa. Il governo dei Paesi Bassi riesce a supportare circa il 90% dei tossicodipendenti con i programmi di disintossicazione. Il risparmio di tempo e denaro connesso alla tolleranza controllata delle droghe leggere ha consentito di concentrarsi effettivamente sulla lotta alle droghe pesanti. La politica della tolleranza non ha portato ad un maggior consumo di droghe leggere: nei Paesi Bassi il 9.7% dei giovani ragazzi consuma droghe leggere una volta al mese, paragonabile al livello in Italia (10.9%) e Germania (9.9%) ed inferiore a quelli del Regno Unito (15.8%) e Spagna (16.4%). Queste percentuali si ripetono riguardo alle statistiche sulle droghe pesanti: nei Paesi Bassi ci sono 2,5 tossicodipendenti per ogni mille abitanti, in Belgio 3,0, in Francia circa 3,9, in Spagna 4,9, in Italia 6,4.
La tolleranza ha portato la società ad accettare il fenomeno dello “spinello”, così come anche il consumo di alcol è accettato. Per la legislazione dei Paesi Bassi ognuno rimane responsabile delle proprie azioni anche sotto influenza di droghe: perciò è responsabile per i reati o danni compiuti. Nei Paesi Bassi si contano circa 28.000 tossicodipendenti, ma oltre 300.000 alcolisti e oltre 650.000 assuntori cronici di sonniferi e calmanti. L’uso di droghe leggere è da considerarsi perciò, in termini di diffusione sociale, un problema minoritario. Portare il consumo di sostanze stupefacenti alla luce del sole, infatti, permette un certo controllo sociale che limita danni e rischi non solo alla società stessa, ma anche ai singoli consumatori, che possono documentarsi preventivamente sui rischi e decidere autonomamente se fare uso di droghe o meno.
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Pomodori, cetrioli, marijuana. Sono i tre prodotti agricoli d’esportazione olandesi di maggior successo, e hanno una cosa in comune: vengono coltivati quasi esclusivamente nelle serre. Pomodori e cetrioli in maniera del tutto legale, le piantine di canapa per la marijuana no. L’anno scorso l’industria nazionale della cosiddetta droga leggera ha conseguito un fatturato di due miliardi di euro. Anche lo Stato ha incassato una bella cifra: i 700 coffeeshop legali hanno versato al Fisco circa 400 milioni di euro. Solo di imposte sulle entrate, sia ben chiaro, giacche’ non devono pagare l’Iva, come ha rivelato il programma “Reporter” dell’emittente televisiva KRO. “Nederweit” -in gergo la cannabis da spinello- e’ il principe dei prodotti d’esportazione, alla stregua appunto di pomodori e cetrioli.
Tratto da Die Presse (trad. di Rosa a Marca)