Archiviato in: Canapaterapia | Tag: Act, Associazione per la Cannabis Terapeutica, Bediol, Bedrocan, cannabiciclolo, cannabicromene, cannabicromevarina, cannabidiolo, cannabidivarina, cannabielsoino, cannabigerolo, cannabigerolo monoetiletere, cannabigerovarina, cannabinidiolo, cannabinoidi, Cannabinoidi di sintesi, cannabinoidi naturali, cannabinolo, cannabis, Cannabis Curativa, cannabis indica, cannabis Ruderalis, cannabis sativa, cannabitriolo, cannabivarina, cbc, CBCV, cbd, CBDV, CBE, cbg, CBGM, CBGV, CBL, cbn, CBND, CBT, CBV, Cesamet, Delta 9-THC, dronabinol, Erba, Estratto di Cannabis, Estratto solido di cannabis, fitocannabinoidi, ganja, Grass, hashish, Hemp, Kif, Maria, marijuana, marinol, Mary Jane, nabilone, Shit, tetraidrocannabinolo, tetraidrocannabivarina, thc, THCV, The di canapa, usi medici dei cannabinoidi
18 marzo 2008
Estrazione domestica di tutti i fitocannabinoidi (identificate oltre 400 sostanze chimiche differenti , una settantina di tali componenti attivi appartengono alla famiglia dei cannabinoidi, molti dei quali ancora poco esaminati) presenti nella Cannabis Sativa, Indica e Ruderalis, per gli usi medici dei cannabinoidi.
Le informazioni disponibili su questo testo non intendono in alcun modo istigare od indurre a comportamenti VIETATI DALLA LEGGE. L’approvvigionamento di cannabis, o suoi derivati, deve avvenire con le modalità prescritte ai sensi del DPR 309/90 e successive modificazioni.
I cannabinoidi di grande interesse sono: • il Δ9 – tetraidrocannabinolo (THC, Delta 9-THC, uno dei maggiori e più noti principi attivi della Cannabis) • il cannabidiolo (CBD) • la tetraidrocannabivarina (THCV) • il cannabinolo (CBN) • il cannabigerolo (CBG) • il cannabinidiolo (CBND) • il cannabicromene (CBC) • il cannabiciclolo (CBL) • il cannabielsoino (CBE) • il cannabitriolo (CBT) • la cannabivarina (CBV ) • la cannabicromevarina (CBCV) • la cannabidivarina (CBDV) • la cannabigerovarina (CBGV) • il cannabigerolo monoetiletere (CBGM).
I fitocannabinoidi possono esser ingeriti (sono liposolubili), vaporizzati e fumati. Per l’estrazione dei cannabinoidi, le infiorescenze di Canapa, ( Erba, Maria, Ganja, Hemp, Kif, Grass, Shit, Mary Jane, Marijuana, etc.) devono essere asciugate completamente *.
I cannabinoidi (THC,CBD, etc.) non sono idrosolubili (cioè non si sciolgono in acqua), ma lo sono nei grassi, ( Olio, burro, grassi animali e vegetali) e in alcol, etere, cloroformio, solventi derivati dal petrolio ( Esano, benzene, etere di petrolio, diclorometano, toluene, ecc… ). Questi ultimi hanno il vantaggio di essere molto più selettivi, perchè negli alcoli oltre ai cannabinoidi si disciolgono anche la clorofilla** e numerose altre sostanze. Purtroppo questi solventi sono estremamente tossici per l’organismo umano così come lo sono in genere tutti i tipi di alcol. Benché vengano fatti evaporare, i solventi lasciano sempre qualche residuo, l’unico con un grado di tossicità basso o trascurabile é l’alcol etilico.
* I fiori di canapa sono asciutti quando, avvolti nel cellofan, non fanno più condensa.
** Per eliminare la clorofilla i coltivatori libanesi lasciano le piante di canapa sul campo fino a che non sono quasi asciutte. Entro questo tempo acquistano un colore marrone – rossastro ( la clorofilla è distrutta dai Raggi UV del sole ).
Esistono vari metodi di estrazione:
1°) – Estratto solido di cannabis: Hashish. Prodotto con il polline dell’infiorescenza di canapa (tipologie di Hashish pregiato: il Charas [indiano], il Manali, il Malana, il Parvati [prodotti nella regione himalayana dell’India],il Kashmiri,il Nepal Temple Balls [nepalese], l’Afgano, il Pakistano)
– Come si prepara: A) – durante il periodo di fioritura (è il metodo più antico e non prevede il taglio delle piante), a più riprese sfregare tra il palmo delle mani, piano, le estremità fiorite della pianta, B) – raschiare dalle mani, con apposito coltellino, la resina gommosa raccolta sul palmo delle mani; C) – raccogliere la resina di canapa (polline) in un contenitore liscio; D) – impastare la resina, manualmente, in pani; E) – sigillare la resina con cellofan, panni di canapa o lino.
2°) – Estratto solido di cannabis: Hashish. Prodotto con la di resina di canapa (Cioccolato, Libanese, Libano Oro, Super Polm, Skuff, Bourbouqa, Marocco 00, Riff marocchino, il Turco, Olandese, ecc)
–Come si prepara: A) – scuotere, sbattere e/o strofinare i fiori maturi della canapa femmina su una serie di setacci; B) – raccogliere la polvere resinosa in apposito contenitore; C) – comprimere la polvere, dopo averla riscaldata per permettere che le resine si fondano ed attacchino insieme, in blocchi o pani (magari con l’ausilio di mezzi meccanici); D) – sigillare la resina con cellofan, panni di canapa o lino.
3°) – Estratto liquido di cannabis: Preparazione galenica magistrale a freddo di olio di canapa, ottenuto per mezzo di un veicolo alcolico – L’olio (3° – 4°), vaporizzato, fumato o ingerito, ha una concentrazione di cannabinoidi molto più alta del materiale di partenza ( da 5 a 10) e quindi deve essere utilizzato, in proporzione, in quantità ridotte.
L’Hash – Olio ha un’apparenza distintiva del dorato – miele e dal verde scuro a quasi nero con una consistenza abbastanza solida (viscoso, simile a catrame). A temperatura ambiente è assai appiccicoso, ma una volta riscaldato è un liquido. Come si prepara: A) – far macerare l’infiorescenza (o l’ hashish) finemente sminuzzata in una soluzione idroalcolica a 95° gradi alcolici volumetrici, in 5 – 10 volumi di alcol ed 1 volume di materiale, in un contenitore chiuso (vaso, bottiglia o un recipiente di materiale neutro), in un luogo fresco e scuro per 28 giorni, il periodo di un intero ciclo lunare. B) – Trascorso il tempo previsto filtrare la soluzione in un recipiente, con un filtro di carta, un collant, oppure con un colino a maglia fine e spremere la pianta; C) – per separare la parte liquida (alcol e sostanze disciolte) si può fare evaporare l’alcol a bagnomaria ( l’alcol etilico evapora a 78,3 °C, l’acqua a 100°C ) oppure può essere recuperato in un qualunque distillatore ( in genere di vetro ) e rimarrà, comunque, sul fondo l’estratto: L’olio.
4°) - Estratto liquido di cannabis: Preparazione galenica magistrale a caldo di olio di canapa – Come si prepara: A) – mettere in un pentola l’infiorescenza sbriciolata; B) – affogarla completamente in alcol con gradazione 40° – 50°; C) – far cuocere a basso fuoco, circa 80º; D) – filtrare la soluzione e fare evaporare l’alcol restante. In questo modo, p.es., estraggono i principi attivi della cannabis per il medicinale Sativex®. Il Sativex® è un farmaco a contenuto standardizzato di fitocannabinoidi e contiene solo due forme purificate della canapa, THC e CBD. Per produrlo ( è uno spray sublinguale), estraggono i cannabinoidi sotto vacuo in un circuito chiuso, recuperando così continuamente l’alcol, e successivamente, affinché possa essere nebulizzato, lo allungano in solventi con un rapporto circa 1:1 (etanolo, glicole propilenico). Includono anche un ingrediente supplementare, l’ olio di menta piperita, che evita al paziente il “temuto” effetto psicoattivo della cannabis (High). * Il > è un prodotto industriale e l’utilizzo del “glicole propilenico” dipende dal fatto che, 1° costa pochissimo e si nasconde molto bene negli oli essenziali, e 2°, contrasta l’effetto disseccante dell’alcool nella lozione idroalcoolica. Il “propylene glycol” non esiste in natura, è un prodotto chimico.
5°) – Olio cotto di cannabis, per uso alimentare: Come si prepara: A) – ridurre l’infiorescenza di Cannabis in piccoli frammenti e metterla nella pentola; B) – aggiungere olio (o burro) quanto basta, l’olio deve coprire bene i fiori (1:10 – 1:20 – 1:30, in base alla % di THC presente nell’infiorescenza ed alla desiderata concentrazione di principi attivi); C) – aggiungere acqua, 4 – 5 – 6 cm (tanto, la si dovrà far evaporare, lentamente, tutta…), per evitare surriscaldamenti ed allungare il tempo di cottura, per una buona estrazione; D) – mettere con coperchio su fiamma bassa e far bollire; E) – quando sta per svanire l’acqua allontanare dalla fiamma il tegame, perché l’olio surriscaldato farebbe vaporizzare i cannabinoidi, far svaporare tutta l’acqua e continuare a mantenerlo caldo (a circa 80°: non bollente, no frittura!) per almeno 5 minuti; F) – lasciare macerare per 1 giorno e filtrare;
6°) – Tintura madre e tintura classica di canapa – La tintura è una preparazione liquida ottenuta mediante l’azione estrattiva dell’alcol sulla pianta intera o su sue parti (foglie, radici, ecc.). La differenza più rilevante tra la tintura classica e la tintura madre (T.M.) é nel materiale di partenza: nella tintura classica é costituito dalla droga secca, mentre nella tintura madre é dato dalla pianta fresca. In tal modo nella tintura madre vengono preservati più principi attivi. Pro. Trattandosi di una forma di estrazione molto diffusa e tra le più utilizzate in Fitoterapia. E’ un preparato che si presta bene all’automedicazione e l’efficacia, nella maggior parte dei casi, è buona. Contro. Il contenuto in alcol non è irrilevante e pertanto non è adatta a chi presenta disturbi al fegato, ai bambini e a chiunque abbia problemi con l’alcol. Come si prepara: A) – La droga, viene messa a macerare, in una bottiglia o un recipiente di materiale neutro, in una soluzione idroalcolica che va dai 45° ai 70° gradi alcolici volumetrici, in relazione alla quantità d’acqua che la pianta contiene naturalmente: è necessaria quella percentuale di alcol che permette di ottenere un rapporto droga/solvente. Nella preparazione delle tinture idroalcooliche si adotta generalmente una regola fissa: per ottenere cinque parti di tintura finale, è necessaria una parte di droga (ovvero, 20 grammi di droga per ottenere 100 ml di tintura). B) – mettere la pianta a macerare per un periodo variabile, da 25 a 40 giorni. C) – filtrare la soluzione così ottenuta e farla decantare per 48 ore. In questo modo (con alcol a 45° – 70° gradi) la T.M. di cannabis agisce prevalentemente in virtù della presenza dei 330 principi attivi, diversi dai cannabinoidi, identificati nel fiore di canapa (alcaloidi, oligoelementi, etc). Ma, per sciogliere anche i cannabinoidi basta far cuocere a circa 80º la soluzione idroalcolica con i fiori di cannabis, oppure, far macerare la pianta in una soluzione a 95° gradi alcolici e, infine, per ridurre la gradazione alcolica della T.M. ottenuta, aggiungere acqua q.b. La scadenza è di 5 anni, a confezione chiusa.
7°) – Tisana – Con l’infiorescenza si può preparare, inizialmente (prima di procedere con il 2°,4° o 5° metodo di estrazione), per combinare l’azione terapeutica di altri principi attivi presenti nell’infiorescenza di canapa, un eccellente “The di canapa”, ma ricordate che, in tutte le tisane, i Cannabinoidi sono presenti in quantità minore rispetto a quella terapeuticamente attiva (non sono idrosolubili) e si preparano prima dell’uso perché si alterano facilmente. Come si prepara: A) – far bollire l’ ”erba” per almeno 20 – 30 minuti, coperta aggiungendo acqua di tanto in tanto; B) – separare con il setaccio la tisana dall’infiorescenza lasciando sul fondo del tegame i pistilli e resina non disciolta nell’acqua; C) – rimettere l’infiorescenza nella pentola e continuare l’estrazione dei cannabinoidi, indifferentemente, con il 3°, 4° o 5° metodo illustrato.
Nota1: tutti i processi di estrazione del THC e del CBD, per non buttare nulla, si devono ripetere almeno due volte.
Nota2: I recipienti usati per la conservazione di tutti gli estratti liquidi di Cannabis, devono essere di vetro scuro (o meglio, rivestiti con nastro adesivo di colore nero coprente) con chiusura ermetica, e tenuti in un luoghi freschi ed oscuri.
I farmaci, correntemente commercializzati in Italia per uso terapeutico ( Cannabis Curativa ), sono:
a) Cannabinoidi naturali, Cannabis Flos: • Bedrocan ® • Bedrobinol ® • Bediol ®
b) Estratto di Cannabis: •Sativex®
c) Cannabinoidi di sintesi: • Marinol ® (dronabinol) • Cesamet ® (nabilone) Va fatto notare che i derivati sintetici sembrano mostrare minore efficacia e maggiore incidenza di effetti collaterali rispetto ai derivati naturali, a tutt’oggi preferiti da molti pazienti.
Per informazioni dettagliate, sugli usi terapeutici della cannabis, visitate il sito dell’Associazione per la Cannabis Terapeutica [ACT]
Fonte: associazione Luca Coscioni
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Cannabinoidi naturali
Nella Cannabis sativa sono state identificate oltre 400 sostanze chimiche differenti , oltre 60 delle quali appartengono alla famiglia dei cannabinoidi.
Il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) è generalmente considerato il capostipite di questa famiglia di
sostanze ed è quello su cui sono state effettuate più ricerche. Purtuttavia non è l’unico principio attivo della Cannabis, che ne contiene molti altri, alcuni dei quali hanno interessanti proprietà terapeutiche.
Tra questi vale la pena in particolare di ricordare il cannabidiolo (CBD). Si tratta di un cannabinoide non-psicoattivo, privo cioè di effetti sul cervello, ma tuttavia in grado di modulare l’azione del THC a livello cerebrale, prolungandone la durata d’azione e limitandone gli effetti collaterali [1-4].
E’ inoltre di per sè dotato di una certa efficacia quale farmaco anticonvulsivante e analgesico.
Delle proprietà di molti altri cannabinoidi, elencati in dettaglio nella tabella sottostante, ancora si sa molto poco, ma non si può escludere che anch’essi contribuiscano a determinare in qualche modo gli effetti terapeutici della Cannabis

Tabella 1. La famiglia dei cannabinoidi naturali
tratta da “Marijuana and Medicine: Assessing the Science Base” [5]
Chimicamente i cannabinoidi sono terpenoidi, cioè molecole non polari.
Essi risultano scarsamente solubili in acqua mentre sono altamente solubili nei grassi.
Nella pianta fresca i cannabinoidi sono molecole debolmente acide; l’essiccamento, l’invecchiamento e il riscaldamento li convertono in forme neutre.
Tali forme sono dal punto di vista farmacologico molto più attive.
I cannabinoidi esplicano le loro azioni farmacologiche tramite l’interazione con due differenti recettori. La stimolazione dei recettori CB1, localizzati in varie zone del cervello, spiega la maggior parte degli effetti farmacologici dei cannabinoidi. Studi sugli animali hanno evidenziato un alto numero di tali recettori in alcune strutture cerebrali quali il corpus striatum, il globus pallidus, il cervelletto, la corteccia cerebrale, l’ippocampo e l’ipotalamo. I recettori CB2 sono invece recettori periferici, il cui ruolo è ancora incerto.
Questi recettori sono fisiologicamente attivati dagli endocannabinoidi endogeni ed in particolare dall’anandamide, , un derivato dell’acido arachidonico prodotto dal corpo umano, con effetti simili a quelli del THC [5-6]. L’esatto ruolo fisiologico di tali sostanze nel nostro organismo è tuttora oggetto di indagine.
Cannabinoidi sintetici
L’industria farmaceutica ha prodotto differenti cannabinoidi sintetici.
Alcuni di questi sono stati registrati per uso terapeutico e vengono correntemente commercializzati in diversi paesi. Altri sono stati messi a punto puramente per scopi sperimentali e non sono mai stati saggiati nell’uomo. I principali sono elencati nella tabella sottostante.

Tabella 2. Cannabinoidi sintetici
tratta da “Therapeutic uses of Cannabis” [6]
Va fatto notare che i derivati sintetici sembrano mostrare minore efficacia e maggiore incidenza di effetti collaterali rispetto ai derivati naturali, a tutt’oggi preferiti da molti pazienti.
Il summenzionato effetto di “modulazione” del CBD e degli altri cannabinoidi (assenti nelle preparazioni sintetiche) potrebbe spiegare almeno in parte questo fatto.
Al fine di ottenere prodotti efficaci e ben tollerati sono in atto in corso studi per mettere a punto farmaci di derivazione naturale (estratti della pianta), a differente contenuto di THC, CBD e di altri cannabinoidi.
- Karniol IG, Shirakawa I, Kasinski N, Pfeferman A, Carlini EA.
Cannabidiol interferes with the effects of delta-9-tetrahydrocannbinol in man
European Journal of Pharmacology 1975; 28:172-177. - Zuardi AW, Shirakawa I, Finkelfarb E, Karniol IG.
Action of cannabidiol on the anxiety and other effects produced by delta 9-THC in normal subjects
Psychopharmacology (Berl) 1982; 76:245-250. - Bird KD, Boleyn T, Chesher GB, Jackson DM, Starmer GA, Teo RKC
Inter-cannabinoid and cannabinoid-ethanol interactions and their effects on human performance
Psychopharmacology 1980; 71:181-188. - Hollister LE, Gillespie BA.
Interactions in man of delta-9-THC. II. Cannabinol and cannabidiol.
Clinical Pharmacology and Therapeutics 1975; 18:80-83. - Joy, J.E. et al.
Marijuana and Medicine: Assessing the Science Base
Institute of Medicine, Karniol, 1999 - British Medical Association Staff
Therapeuthic uses of Cannabis
Gordon & Breach Science Pub, 1999
Fonte: fuoriluogo
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3 settembre 2008
Studio italo-inglese: i cannabinoidi eliminano anche lo stafilococco più resistente
Ogni anno questi microorganismi provocano oltre 18 mila decessi ospedalieri
ROMA – Al di là dei giochi di parole, la Canapa è senza dubbio una pianta stupefacente. Le sue proprietà continuano a sorprendere la comunità scientifica e, secondo uno studio italo-inglese, da lei non solo possiamo ricavare olii, tessuti e sostanze psicotrope, ma anche alcuni fra i più potenti antibatterici, capace di sconfiggere i cosiddetti “superbugs”, microorganismi resistenti agli antibiotici che infestano gli ospedali di tutto il mondo.
L’impiego dei cannabinoidi naturali ridurrebbe la diffusione di alcuni batteri resistenti agli antibiotici, tra cui lo stafilococco aureo penicillino-resistente (MRSA). La ricerca, pubblicata sul Journal of Natural Products, è frutto del menage a trois fra il Cra-Cin di Rovigo, che ha coltivato le piante, l’Università del Piemonte Orientale di Novara, dove sono state isolati i composti e sintetizzati i loro analoghi, e la School of Pharmacy di Londra, che si è occupata dei saggi biologici. Nel giro di tre anni, fra il 2005 e il 2008, gli studiosi sono riusciti a dimostrare che i cannabinoidi di tipo THC, CBD, CBG, CBC, e CBN sono eccezionalmente attivi contro EMERSA-15 e EMERSA-16, due fra i ceppi più virulenti di stafilococco; tra questi più efficaci si sono dimostrati i cannabinoidi CBD e il CBG, entrambi non psicotropi.
Una preziosa base di partenza per la messa a punto di medicine alternative in grado di rivoluzionare le condizioni igieniche delle strutture ospedaliere, dove in genere i batteri, a continuo contatto con sostanze antibiotiche, si scambiano il dna e si fortificano, diventando praticamente invincibili. “Questo scambio di materiale genetico è invece molto difficile tra batteri e piante. La Cannabis sativa è una fonte interessante di composti per combattere questi microorganismi – spiega il professor Giovanni Appendino, docente di Chimica dell’Università del Piemonte Orientale – In Inghilterra il problema è ancora più grave che da noi. C’era bisogno di una sinergia che mettesse a punto qualcosa di nuovo”.
Tanto che una miscela di cannabinoidi è stata messa in commercio da GW Pharmaceutical per il trattamento di alcune malattie neurologiche gravi. Il prodotto è in commercio nelle farmacie canadesi, e potrebbe
arrivare presto in quelle europee e americane. “Quella antibatterica è solo l’ultima delle innumerevoli funzioni di questa pianta – spiega Giampaolo Grassi, primo ricercatore del Cra-Cin di Rovigo – Noi siamo stati i primi a metterlo in evidenza ma la scienza sottolinea le proprietà terapeutiche della Cannabis da sempre. I campi di applicazione sono fin troppi”.
Il professor Appendino mette comunque in guardia da eventuali semplificazioni: “Fumare la Canapa, fra i tanti effetti dannosi che provoca, facilita anche le infezioni, dato che la somministrazione sistematica della pianta provoca immunosoppressione”. Secondo una ricerca pubblicata nel 2007 dalla rivista Journal of the American Medical Asociation, ogni anno lo stafilococco provoca oltre 18 mila decessi ospedalieri, più delle morti per Aids. Chissà che questo numero non sia destinato a ridursi drasticamente entro pochi anni, proprio grazie alla Cannabis.
Che questo studio sia molto importante per la ricerca contro il cancro, viene confermato dagli studi e dalle esperienze positive riportate dall’ oncologo dr.Simoncini, secondo il quale lo stafilococco sarebbe una delle cause delle infezioni che portano tumori.
Pochi giorni fà ha tenuto questa convention in california.
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30 agosto 2008
Secondo dati, preclinici, pubblicati nel Journal of Natural Products, la somministrazione dei cannabinoidi naturali ridurrebbe la diffusione di alcuni batteri resistenti alle medicine, tra cui lo stafilococco aureo (MRSA).
Ricercatori dell’universita’ del Piemonte Orientale e dell’Universita’ di Londra rivelano che le proprieta’ antibatteriche di cinque cannabinoidi: thc, cbd, cbg, cbc, cbn, possono essere usate per combattere alcuni virus resistenti alle medicine.
“Tutti questi componenti hanno rivelato una potente attivita’ antibatterica”, ha dichiarato uno dei ricercatori, ed inoltre sarebbero eccezionalmente resistenti contro EMERSA-15 e EMERSA-16, uno dei piu’ potenti virus di stafilococco presenti nelle strutture sanitarie inglesi. “Anche se l’efficacia dei cannabinoidi necessita di ulteriori test, sembra positivo il loro utilizzo per ridurre la proliferazione di alcuni stafilococchi. La cannabis sativa e’ una fonte interessante per combattere questi batteri”.
Secondo una ricerca pubblicata nel 2007 nella rivista Journal of the American Medical Asosociation, ogni anno lo stafilococco provoca oltre 18 mila decessi ospedalieri.
Fonte: aduc salute
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Presto saranno pubblicati nella Phytotherapy Research i dati della ricerca che rivelano che l’estratto della pianta di cannabis da’ migliore sollievo ai dolori rispetto a quello fornito dai singoli componenti della pianta.
Per i ricercatori dell’universita’ di Milano, Dipartimento di farmacologia, sugli esperimenti compiuti su cavie l’efficacia dell’intera pianta si e’ rivelata maggiore. La somministrazione dei THC o CBD da’ minore effetto di quella dei componenti cannabinoidi multipli, insieme.
Due ricerche, autonome, hanno rivelato che l’inalazione della cannabis riduce significativamente il dolore provocato dall’Hiv, o quello delle lesioni al midollo spinale.
fonte: aduc droghe
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… che è nata prevalentemente per cercare di chiarire il ruolo dei cannabinoidi sullo stimolo della fame, sul dispendio energetico ed il conseguente accumulo di grassi.
Ma, partiamo con una piccola premessa:
Modalità d’assunzione dei cannabinoidi.
Sostanzialmente, esistono tre modi d’assunzione. La cannabis può essere:
Fumata, ingerita, inalata.
Siamo a conoscenza del fatto che in alcune tribù del Marocco, esiste una pratica di assunzione tramite iniezione di hashish, ma non è una pratica diffusa e la sconsigliamo vivamente.
Fumata. Con l’ausilio di una cartina, un filtro e spesso del tabacco, la canapa viene fumata dalla stragrande maggioranza dei consumatori.
I principi attivi vengono assorbiti attraverso le vie respiratorie e raggiungono il flusso sanguigno, e successivamente il cervello entro 5-10 minuti dall’assunzione e permane mediamente per 1-3 ore.
Ingerita. Per far si che la molecola del THC si attivi, c’è bisogno di un solvente naturale o chimico o di una combustione. Accertato che il THC è liposolubile(si scioglie nel grasso), viene spesso utilizzato come una vera e propria spezia in tantissime ricette culinarie, dagli antipasti ai dolci .
L’assorbimento da parte dell’organismo avviene gradualmente attraverso la digestione; gli effetti cominciano 1-2 ore dopo l’ingestione e possono durare anche fino a 10-12 ore.
Inalata. Numerosi pazienti, assumono le infiorescenze di cannabis, inalandole tramite un vaporizzatore. Così facendo evitano i danni del fumo.
Detto questo passiamo al tema principale della lezione.
Prima di tutto, vi siete mai chiesti il perché dopo una canna vi viene fame? (fame chimica)
Alcuni ricercatori statunitensi, hanno scoperto che il desiderio di cibo attiva le stesse aree cerebrali (ipotalamo) collegate alle emozioni, alla memoria e alla ricompensa che vengono attivate dal desiderio di “droghe”. Secondo il principale autore dello studio, i risultati sono consistenti con l’ipotesi che tutti i tipi di desiderio umano, che siano verso il cibo, le droghe o i capi di abbigliamento alla moda, condividano meccanismi comuni”.
Insomma il CB1 (recettore Cannabinoidi e endocannabinoidi) è un importante regolatore dei meccanismi che controllano l’assunzione del cibo e i dati confermano l’eminente ruolo del
sistema cannabinoide nel controllo dei meccanismi di bilancio energetico.
I più attenti di voi, avranno sicuramente sentito parlare in questi giorni di un “farmaco anti-fame”
Il RIMONABANT (così si chiama) agisce come un cannabinoide, ma al contrario del THC, inibisce l’assunzione di cibo e, come alcuni cannabinoidi, è causa di un aumento del dispendio
energetico e un’azione diretta sul metabolismo dei grassi.
Empiricamente, si è propensi a ipotizzare che un consumo assiduo e cronico di cannabinoidi, determini la riduzione del peso corporeo.
A meno che il soggetto, non sia predisposto ad ingrassare (coporatura grossa, ossa grosse), un assuntore cronico di costituzione normale, difficilmente potrà dirsi grasso…addirittura obeso.
Infatti è rara, per un “normale”, una tendenza ad ingrassare notevolmente, nonostante i quotidiani saccheggi del frigorifero in preda alla “fame chimica”.
Cosa leggermente diversa accade a chi mangia compulsivamente per disturbi patologici e non assume cannabinoidi, è molto più facile che ingrassi…fino a diventare obeso.
Ma qui le ricerche sono appena cominciate…stanno lavorando per noi (o per loro?)
Ritornando allo stimolo della fame, c’è da dire due cose abbastanza importanti:
Primo. Ormai si è quasi certi che è il cannabinoide Delta9 THC, il maggior responsabile dello stimolo della fame, come anche è merito suo, la netta proprietà antiemetica, e che anzi, in un composto sintetico con prevalenza altri cannabinoidi (CBN CBD e non il THC) si è riscontrato addirittura l’effetto contrario, cioè una riduzione dell’appetito.
Secondo. Proprio per queste due capacità, la cannabis è caldamente consigliata a chi deve fare i conti perennemente con l’inappetenza o la nausea.
Ma una cannabis controllata nei valori di THC, CBD CBN sempre uguali e a portata di tutti coloro che ne facciano richiesta.
Non avendo la possibilità di coltivarla, chi si cura con la canapa, deve obbligatoriamente ricorrere al mercato nero, e di conseguenza viene a contatto con un prodotto che cambia ogni volta.
La canapa ha vari “strain” o qualità , che variano assai in percentuale di cannabinoidi (le sative sono assai diverse dalle indiche).
Poi, il THC se mal conservato si degrada facilmente e diventa CBN (che va meglio per i dolori nevralgici o muscolari) e lo “spaccino” che ve lo vende, l’ultima cosa a cui fa attenzione, è la conservazione del prodotto…e poi è normale che il paziente non ci capisce più una beata mazza!…oppure deve fumare come una ciminiera per raggiungere l’effetto che avrebbe avuto fumando UNA sola canna di cannabis controllata in percentuale di THC CBD e CBN.
Ma per ora, nel nostro paese, è utopia pura…
Esistono dei farmaci di sintesi, ma sono poco incisivi, non hanno le stesse proprietà della cannabis naturale…e hanno un sapore di merda!!
Per ora vi saluto e vi do appuntamento alla prossima lezione che avrà come titolo:
“Cannabinoidi nel cuore”…parleremo sia dell’amplificazione emotiva che i cannabinoidi stimolano, che del ruolo del THC come protettore del cuore e delle arterie.
Vorrei aggiungere una cosa.
Dovete sapere che in genere capita così:
Un committente (quasi sempre grossa azienda farmaceutica) commissiona una ricerca specifica su alcune proprietà dei cannabinoidi.
I ricercatori scoprono delle importanti interazioni fra i cannabinoidi e il nostro organismo nello specifico.
Arrivati a questo punto il committente commissiona la messa a punto di un prodotto di sintesi che abbia le stesse caratteristiche del naturale.
Non ci si riesce e si abbandona il progetto.
Poi si riprende (perché questi sono infami, ma non coglioni), cercando sempre di “creare” un prodotto sintetico del tutto simile all’originale.
Prendiamo il Sativex della G.W. pharmaceutical ad esempio.
E’ uno spry sublinguale dal sapore schifoso. Ma questo non è importante. Non ha gli stessi effetti benefici della cannabis…e addirittura è stato capace di farci scappare il primo morto per assunzione di cannabinoidi di sintesi (una signora inglese).
Bravi!…le avessero permesso di coltivarsi il prodotto fuori al balcone…non sarebbe successo.
Ma questo per ora non ci riguarda…noi adesso stiamo imparando…vedrete una volta che abbiamo imparato tutto per benino e abbiamo acquistato consapevolezza, come la Storia cambierà!! (forse)
a cura del professorTiacca
fonte: tiaccaciproduzioni.org
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Nel 1990 sono stati scoperti dei recettori capaci di legarsi con il principio attivo della Cannabis (THC), come se il nostro organismo fosse predisposto all’uso di cannabinoidi. Nel 1992 si è scoperto che anche il nostro organismo produce una sostanza definita “endocannabinoide” (anandamide), in grado di legarsi agli stessi recettori dei cannabinoidi naturali, similarmente alle endorfine, sostanze prodotte dal nostro organismo e che agiscono come la morfina o l’eroina (diacetilmorfina) introdotte dall’esterno. Numerosi sono i lavori scientifici che evidenziano l’efficacia del trattamento dei cannabinoidi in diverse situazioni cliniche:
1) trattamento della nausea e del vomito per pazienti oncologici sottoposti a chemioterapia
2) stimolazione dell’appetito nei pazienti affetti da AIDS e che presentano una sindrome da deperimento
3) trattamento della spasticità nella sclerosi multipla e nelle lesioni midollari (ancora in corso studi clinici controllati)
4) terapia del dolore cronico di varie patologie. Il loro impiego ha promettenti potenzialità in alcune forme particolari di dolore cronico (dolore da spasticità muscolare, dolore neuropatico) scarsamente sensibili agli antidolorifici convenzionali. I cannabinoidi nell’animale hanno dimostrato proprietà analgesiche, paragonabili a quelle dei cosidetti “oppiacei minori” e presentano azione sinergica, ossia aumentano l’efficacia della morfina nel trattamento del dolore, permettendo una riduzione del dosaggio e quindi degli effetti collaterali della morfina stessa. Esistono dati molto consistenti nell’animale ed ancora pochi nell’uomo. In Italia sta partendo uno studio multicentrico che coinvolge Roma (Az. Policlinico Umerto I, Univ. “La Sapienza”), Torino (Azienda Sanitaria Ospedaliera Molinette, San Giovanni Battista) e New York (Beth Israel Medical Center) in pazienti oncologici. Si tratta di uno studio randomizzato, multicentrico, verso placebo della durata di 4 settimane, il cui obiettivo è la valutazione dell’efficacia analgesica THC nel paziente oncologico con dolore medio-grave, in associazione con la morfina. Inoltre lo studio si propone di dimostrare il miglioramento della qualità di vita misurata attraverso i parametri emozionali, la riduzione della nausea e della cachessia neoplastica. I pazienti saranno trattati con morfina solfato o con morfina solfato più THC: CBD (un estratto intero della pianta di Cannabis sativa), assunto per spray oromucoso. Un gruppo di pazienti sarà trattato con sola Morfina Solfato, un gruppo con Morfina Solfato + spray oromucoso ed un gruppo con Morfina Solfato + placebo. In Italia l’uso medico dei derivati della cannabis è stato molto difficoltoso poiché non esistono fonti legali di approvvigionamento e non esistono sul mercato italiano prodotti a base di Cannabis e derivati e mentre invece è possibile importare legalmente dall’estero questi prodotti, in particolare da altri paesi dell’U.E., naturalmente su prescrizione medica (art. 2 del D.M. 11/02/1997). Tuttavia la procedura è molto complessa e richiede diversi passi: una richiesta di importazione del medico curante con il consenso informato del paziente va inoltrata, attraverso una farmacia ospedaliera o altra farmacia della ASL territoriale di competenza, al Ministero della Salute – Ufficio Centrale Stupefacenti – che dovrà rilasciare un “nulla osta”. Nella nuova legge NON è previsto l’uso terapeutico di derivati naturali o sintetici della cannabis. Nella Cannabis Sativa, pianta erbacea annua appartenente alla famiglia delle Cannabinacee, sono state individuate numerose sostanze chimiche quali il cannabinolo, il cannabidiolo ed il TCH o delta-9-tetraidrocannabinolo (delta-9-THC). Il THC è componente attivo più noto della Cannabis e può essere considerato il capostipite della famiglia dei fitocannabinoidi. E’ un composto che agisce sul sistema nervoso centrale (SNC): induce euforia, distorsione della percezione temporale, alterazione delle percezioni uditive e visive, sedazione (tutte azioni che vengono sfruttate nell’uso ricreativo della droga). Inoltre presenta altre azioni psicoattive che possono essere utilizzate a scopo terapeutico: azione antidolorifica, antinausea, anticinetosica, stimolante dell’appetito, riduttiva della pressione endoculare ed il tremore. Agisce anche su numerosi organi periferici quali i polmoni (dilatazione alveolare), cuore (tachicardia), apparato vascolare (vasodilatazione) e sistema immunitario (inibizione della funzione immunitaria). Gli studi sull’azione del delta-9-THC, isolato da Gaoni e Mechoulam nel 1964, portarono all’ipotesi che i cannabinoidi esogeni dovevano agire attraverso un sistema di recettori cellulari specifici. Nel 1990 Matsuda e colleghi identificarono nel cervello del ratto un recettore specifico, accoppiato a una proteina G, capace da un lato di legare il THC e dall’altro di inibire l’adenilato-ciclasi. A questo punto, pensando al sistema degli oppioidi endogeni, fu naturale cercare la sostanza endogena capace di legarsi e di attivare il recettore. E nel 1992, Devane e colleghi isolarono il primo endocannabinoide e lo chiamarono anandamide, in sanscrito “beatitudine eterna”. Negli anni successivi si scoprirono altri endocannabinoidi, il 2-arachinodil glicerolo e 2-arachinodil glicerile, composti endogeni che agiscono sugli stessi recettori cui si lega il THC esogeno ed inducono gli effetti tipici dei composti attivi della Cannabis. Lo studio del sistema endocannabinoide permise di identificare i principali siti in cui sono presenti i recettori per i cannabinoidi, si riconobbero due tipi diversi di recettori, chiamati: CB1, presente sia nel sistema nervoso centrale (SNC) sia in quello periferico e CB2, presente principalmente nelle cellule immunitarie e nel sistema autonomico. I cannabinoidi interagiscono con un ampio spettro di neurotrasmittori e neuromodulatori quali acetilcolina, dopamina, acido gamma-aminobutirrico (GABA), istamina, serotonina, glutammato, noradrenalina, prostaglandine e oppiodi endogeni. Parte degli effetti farmacologici possono essere spiegati sulla base delle interazioni con questi sistemi recettoriali, come per esempio l’effetto sulla spasticità per le interazioni con i sistemi GABAergico, glutammergico e dopaminergico. La distribuzione dei recettori dei cannabinoidi nel cervello suggerisce un ruolo fisiologico nel controllo del dolore, del movimento e della percezione, nella regolazione degli stati emotivi, simile e complementare a quella esercitata dalle endorfine sia a livello centrale che periferico, nei processi d’apprendimento e della memoria, ed ha aperto la strada alla comprensione delle loro potenzialità terapeutiche. Le principali aree funzionali con maggior concentrazione di recettori CB sono: corteccia cerebrale (processi cognitivi ed apprendimento), ippocampo, (memoria), gangli basali e cervelletto (controllo dell’attività locomotoria), sostanza grigia periacqueduttale, corno posteriore del midollo spinale (modulazione del dolore), centri ipotalamici, (regolazione dell’appetito) nonché, in organi del sistema immunitario (leucociti periferici, timo, milza, pancreas).
Possibili usi clinici della cannabis
Preparati a base di cannabis, naturali o sintetici, vengono utilizzati in diverse patologie, ma allo stato attuale non vi sono dati clinici sostanziali circa la loro reale efficacia in tutte le patologie proposte; è infatti possibile distinguere patologie nelle quali A) l’effetto è scientificamente dimostrato: terapia della nausea e del vomito da chemioterapia e stimolazione dell’appetito nei pazienti con sindrome da deperimento AIDS-correlata, B) l’effetto è relativamente confermato: dubbio effetto del THC nella spasticità in pazienti affetti da sclerosi multipla o lesione spinale, dolore cronico e sindrome di Tourette, come anche in disturbi del movimento (distonia e discinesie iatrogene), nell’asma e nel glaucoma, C) l’effetto non è del tutto confermato: viene riferito beneficio nelle allergie, patologie infiammatorie, epilessia, singhiozzo intrattabile, depressione, disturbi bipolari, ansia, dipendenza da oppiacei e alcol, disturbi del comportamento in pazienti con malattia di Alzheimer, D) studi ancora in corso: possibile uso terapeutico nel danno ipossico del SNC, nelle patologie autoimmuni e come prevenzione delle patologie neoplastiche Stimolazione dell’appetito nei pazienti con sindrome da deperimento AIDS-correlata: è noto che il mantenimento di un adeguato apporto calorico e peso corporeo è di importanza critica nel determinare la prognosi dei pazienti con infezione da HIV. Quando, per la presenza di infezioni dell’apparato digerente, non si riesce a garantire un adeguato apporto di cibo, possono comparire segni di malnutrizione. Se il peso corporeo scende oltre una certa soglia si instaura il quadro della cosiddetta wasting syndrome (sindrome da deperimento), che è spesso associato ad una prognosi infausta. Nei pazienti con sindrome da deperimento sono stati ottenuti risultati insoddisfacenti con la maggior parte dei farmaci studiati quali stimolanti dell’appetito. Il megestrol acetato, un derivato del progesterone che ad alte dosi (320-640 mg/die) ha prodotto qualche risultato in termini di aumento di peso, dovuto però prevalentemente ad un aumento del grasso corporeo. La capacità dei derivati della Cannabis di stimolare l’appetito è nota da tempo e costituisce un’esperienza comune per i molti che ne fanno un uso “ricreativo”. Alcune evidenze aneddotiche hanno suggerito la possibilità dell’utilizzo di questa proprietà a fini terapeutici nei pazienti HIV positivi (Grinspoon, 1993). Studi su volontari sani hanno confermato che il fumo di marijuana aumenta l’appetito e l’assunzione di cibo, incrementando il peso corporeo (Foltin, 1988). Recentemente un gruppo di ricercatori italiani ha dimostrato che il sistema dei cannabinoidi endogeni ha un ruolo centrale nella regolazione dell’apporto di cibo (Di Marzo, 2001) e successivamente diversi studi clinici controllati hanno confermato, in pazienti HIV positivi, l’efficacia nella stimolazione dell’appetito di un cannabinoide sintetico, il dronabinol. La FDA ne ha autorizzato l’uso quale “stimolante per l’appetito” nei pazienti con perdita di peso AIDS-correlata a partire dal 1992; il farmaco è stato successivamente registrato, con questa specifica indicazione, anche in alcuni paesi europei. È stato posto il problema delle possibili interazioni negative, in questi pazienti, della Cannabis con il sistema immunitario e di possibili interazioni dannose tra i farmaci antivirali e i derivati della Cannabis, dal momento che gli inibitori delle proteasi e il THC utilizzano, a livello epatico, analoghe vie metaboliche. Il primo studio ha coinvolto 67 pazienti in terapia con inibitori delle proteasi. Uno studio ha dimostrato che non ci sono differenze statisticamente significative per quanto riguarda l’andamento dei livelli del virus nel sangue tra i tre gruppi che assumevano rispettivamente cannabis per inalazione, dronabinol e placebo (Abrams, 2001); nei pazienti trattati con derivati della Cannabis (naturali o sintetici che fossero) si è osservato un guadagno medio di 2.2 kg di peso corporeo, contro 0.6 kg di quelli trattati con placebo. È risultato che i cannabinoidi, sia naturali che sintetici, non hanno avuto alcun impatto negativo sull’efficacia delle terapie antivirali nelfinavir e indinavir nei pazienti con AIDS e oltre a stimolare l’appetito, sono efficaci anche nel ridurre la nausea e altri effetti collaterali dei farmaci antivirali. Al (Kosel, 2002). I derivati della Cannabis sono stati definiti dalla British Medical Association un utile strumento nella terapia delle infezioni da HIV, sul quale puntare l’attenzione per ulteriori approfondimenti (Robson, 1998).
Fonte: leadershipmedica
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Trattamento della nausea e del vomito nei pazienti in chemioterapia
Ogni anno in Italia circa 300 mila pazienti affetti da tumore si sottopongono a trattamenti di chemioterapia. Si tratta di terapie talora molto debilitanti e che si accompagnano a numerosi effetti collaterali. Molti dei farmaci chemioterapici comunemente utilizzati inducono frequentemente nausea e vomito. E questo è un problema importante, poiché questi pazienti spesso sono già molto debilitati e, non riuscendo a mantenere un regolare apporto di cibo, deperiscono ulteriormente. I farmaci antiemetici possono a loro volta avere effetti collaterali anche sul sistema nervoso centrale, in particolare sedazione. Le prime testimonianze dell’azione positiva del fumo di Cannabis nel controllare la nausea e il vomito causati dalla chemioterapia risalgono agli anni settanta. L’efficacia antiemetica del delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) è stata confermata da numerosi studi controllati con placebo e con farmaci antiemetici convenzionali che evidenziano che i cannabinoidi risultavano più efficaci delle terapie convenzionali.
Una revisione pubblicata recentemente British Medical Journal (Tramèr, 2001) ha selezionato trenta lavori che rispondono a criteri di validità scientifica, coinvolgenti circa millequattrocento pazienti. In tutti questi studi l’efficacia antiemetica dei cannabinoidi è risultata superiore a quella dei farmaci convenzionali: proclorperazina, metoclopramide, clorpromazina, tietilperazina, aloperidolo, domperidone e alizapride.
I derivati della Cannabis, sia quelli naturali che quelli sintetici, agiscono stimolando i recettori CB1 presenti nelle aree del cervello deputate al controllo del vomito (Darmani, 2001) ed è stato recentemente suggerito che il sistema cannabinoide endogeno abbia un ruolo di primo piano nella modulazione in questa funzione.
Cannabis e Sclerosi Multipla.
La sclerosi multipla (SM), è una patologia che colpisce nel mondo circa 3.000.000 individui, 400.000 in Europa e 50.000 in Italia. Fra le malattie di origine neurologica è quella che provoca maggior numero di disabili. Ogni anno, in Italia, si verificano 1.800 nuovi casi, uno ogni 4 ore, un abitante colpito ogni 1.200. Il 60% dei pazienti con SM lamenta dolore. Nei soggetti affetti le cellule del sistema immunitario distruggono la guaina mielinica che protegge le cellule dei nervi nel cervello e nel midollo spinale, inducendo decorsi e quadri clinici molto variabili. Essa causa una varietà di sintomi spesso cronici, tra cui spasticità muscolare e spasmi, dolore, tremore e problemi vescicali. Diverse evidenze hanno supportato l’opinione che gli elementi psicoattivi contenuti nella Cannabis sativa possano agire positivamente sui diversi sintomi associati alla malattia, in particolare sulla spasticità, il dolore, i disturbi urinari e le alterazioni del sonno, disturbi presenti soprattutto nella fase progressiva di malattia e per i quali, ancora oggi, la gestione risulta difficoltosa. Numerosi sono gli articoli pubblicati, per lo più su riviste prestigiose, sull’argomento: 35 lavori su modelli animali e biologici (ricerca bibliografica con parole chiave: cannabis, experimental research and laboratory research), 17 articoli relativi a protocolli sperimentati sull’uomo (trials clinici di fase II e III) e 44 articoli di revisione dell’argomento.
Nel 2003 è stato pubblicato un ampio studio multicentrico, randomizzato placebo-controllato su 630 pazienti con SM per il trattamento sintomatico (Zajicek JP), che non ha evidenziato effetti significativi della cannabis (estratto cannabis o THC) utilizzata dai pazienti per un periodo di 15 settimane sulla spasticità muscolare. Tuttavia una maggioranza di pazienti che ha assunto il farmaco ha ritenuto che questo avesse ridotto i sintomi della loro spasticità, con un miglioramento anche della deambulazione, così come del dolore. Non vi è una spiegazione chiara sulla differenza riscontrata fra i risultati oggettivi e soggettivi sulla spasticità; il gruppo di ricerca ha suggerito come ciò possa forse riflettere una riduzione delle manifestazioni della spasticità piuttosto che un effetto sulla rigidità del muscolo di per sé. Nel 2005 lo stesso autore ha pubblicato i dati relativi agli effetti del trattamento nei 502 pazienti che avevano deciso di continuare la terapia in sperimentazione per 12 mesi, dimostrando anche a lungo termine un, seppur limitato, effetto positivo su alcuni aspetti della disabilità, in particolare sulla spasticità (Zajicek JP, JNNP 2005).
Fonte: leadershipmedica
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Freeman RM (Int Urogynecol J Pelvic Floor Dysfunct 2006) ha recentemente pubblicato i dati relativi ad un possibile effetto benefico della cannabis sui disturbi urinari in pazienti con SM: i tre gruppi a differente trattamento (estratto cannabis, THC o placebo) hanno mostrato una riduzione significativa del disturbo urinario: del 38% nel gruppo trattato con estratto cannabis , del 33% nel gruppo THC e del 18% nel gruppo placebo, Brady CM (Mult Scler 2004) ha effettuato uno studio aperto relativo al possibile effetto della cannabis sui disturbi urinari in pazienti affetti da SM.
Sono stati studiati 15 pazienti trattati per otto settimane con THC:CBD e per altre otto settimane solo con THC. La raccolta dei dati ha mostrato un significativo miglioramento dell’urgenza minzionale, della nicturia e del numero di episodi di incontinenza. Anche la soggettiva percezione di dolore, spasticità e qualità del sonno hanno mostrato un significativo miglioramento. Recentemente Rog DJ (Neurology 2005) ha trattato con THC: CBD 66 pazienti con SM e dolore centrale refrattario ai trattamenti per cinque settimane tramite uno studio randomizzato in doppio-cieco placebo-controllato a gruppi paralleli. Il trattamento attivo è risultato ben tollerato e ha mostrato un’effettiva efficacia nel ridurre il dolore e i disturbi del sonno. Alcuni studi hanno invece mostrato un effetto sul dolore centrale neuropatico. Svendsen KB (BMJ 2004), tramite uno studio cross-over randomizzato in doppio-cieco placebo-controllato ha somministrato dronabinolo per os per tre settimane e placebo per altre tre settimane, dopo un periodo di pausa tra le due fasi di trattamento della durata di due settimane. I 24 pazienti trattati con farmaco attivo hanno mostrato una significativa riduzione del 21% del dolore provato rispetto a quello percepito all’inizio dello studio, ed un importante sollievo soggettivo. In Letteratura vi sono pertanto numerose pubblicazioni che suggeriscono un effetto terapeutico della Cannabis e dei suoi derivati. Tali dati richiamano l’attenzione sulla necessità di studi più accurati e più estesi per definire l’efficacia, il dosaggio, le indicazioni terapeutiche e gli effetti indesiderati, nonché per stabilire quali componenti dell’estratto di Cannabis siano maggiormente efficaci e se i singoli componenti siano più o meno attivi dell’estratto grezzo in cui sono tutti presenti. In Italia i prof. C. Pozzilli e M. Inghilleri stanno terminando un importante studio sugli effetti di Satixex nella SM.
Azione analgesica nel dolore oncologico
I cannabinoidi posseggono proprietà analgesiche, paragonabili a quelle dei cosi detti “oppiacei minori” ed aumentano l’efficacia della morfina nel trattamento del dolore ed il loro impiego ha promettenti potenzialità nella terapia del dolore oncologico, (3,4). Nella terapia del dolore severo oncologico, la morfina rappresenta un farmaco cardine il cui uso prolungato determina peraltro effetti collaterali indesiderati di una certa importanza: costipazione, depressione respiratoria, nausea, oltre che tolleranza e dipendenza fisica.
L’analgesia da cannabinoidi, dimostrata in modelli animali, è duratura, con potenza simile agli oppiodi e ben tollerata.
Infatti gli effetti collaterali indesiderati non sono, di solito, gravi: in acuto: psicoattivi (disforia, rallentamento del pensiero, alterazioni della percezione spazio-tempo, vertigini, ansia e attacchi di panico), alterazioni della funzione motoria; in cronico: compromissioni immunologiche, dipendenza in gruppi “ad alto rischio”, neoplasie (nei fumatori di marijuana). I cannabinoidi possono inibire il dolore agendo attraverso i recettori CB1 o CB2-like a vari livelli: a livello encefalico dove regolano la trasmissione sinaptica impedendo il rilascio del neurotrasmettitore del sistema antimocicettivo discendente a livello spinale dove è alta la concentrazione di recettori cannabinoidi CB1 a livello delle afferenze nocicettive. Inoltre l’attivazione dei recettori CB1-like e CB2-like regola l’inizio del dolore nel tessuto cutaneo, suggerendo possibilità che i cannabinoidi oltre ad una azione spinale e sopraspinale partecipano nel ridurre i segnali dolorosi a livello del tessuto.
Fonte: leadershipmedica
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L’efficacia analgesica dei cannabinoidi è maggiore nel dolore neuropatico che in quello nocicettivo, nel dolore cronico rispetto all’acuto e presenta azione sinergica con gli oppioidi. Diverse sono le evidenze sperimentali che indicano che l’uso combinato di morfina e cannabinoidi può offrire vantaggi nella terapia del dolore severo oncologico, in particolare in quello resistente agli oppioidi. L’interazione morfina-THC è sinergica, cioè l’effetto prodotto è maggiore della somma degli effetti provocati dai singoli farmaci (Cichewitz et al 2004).
L’effetto analgesico della morfina o della codeina è potenziato dall’associazione con THC a dosi di per sé inefficaci e anche l’effetto analgesico di altri oppiacei? è potenziato dal THC (Cichewitz et al 1999). Dati indicano che anche la morfina potenzia l’analgesia da THC. Sia il naloxone che il composto SR141716A (antagonista dei recettori CB1 cannabici) bloccano l’effetto analgesico dell’associazione. La reciproca capacità di liberare endocannabinoidi o oppioidi endogeni potrebbe giustificare il potenziamento d’azione dei due sistemi.
I promettenti risultati ottenuti con gli animali da laboratorio sia dopo trattamento acuto che cronico costituiscono un approccio promettente per la terapia del dolore. Infatti il sinergismo tra morfina e TCH permette di associare basse dosi dei due farmaci così riducendo i loro effetti collaterali e di rallentare lo sviluppo della tolleranza alla morfina. Inoltre l’utilizzo di associazioni ben titolate di oppioidi e cannabinodi potrebbe migliorare la qualità della terapia del dolore oncologico, poiché oltre che aumentare la potenza dell’effetto analgesico, è possibile ridurre i sintomi della emesi e della anoressia. Infatti i problemi difficilmente risolvibili nella terapia palliativa sono diversi: anoressia, perdita di peso, cachessia, nausea e vomito, dolore moderato – severo, ansia, depressione ed i cannabinoidi rappresentano, al momento, l’unico farmaco che sia efficace nel ridurre la maggior parte di questi sintomi. E un singolo trattamento che aumenta l’appetito, diminuisce nausea e vomito, migliora il dolore e l’umore, può essere un potenziale e utile strumento nella medicina palliativa.
Per quanto riguarda gli effetti collaterali dell’uso cronico di queste sostanze, sicuramente significativi quali compromissioni immunologiche, dipendenza in gruppi “ad alto rischio”, è importante ricordare che l’aspettativa di vita dei pazienti che potrebbero ricevere terapia con cannabinoidi e morfina è purtroppo molto breve: qualche settimana o mesi. Infine è da ricordare che gli effetti della cannabis sull’umore, sul sonno e sullo stress sono aspetti importanti che dovrebbero essere considerati nei trial clinici. Infatti l’euforia viene spesso descritta come “effetto collaterale da cannabinoidi”. É realmente un’”esperienza spiacevole”, nei malati terminali? Esistono peraltro ancora troppi pochi dati nell’uomo sull’efficacia terapeutica dell’associazione morfina-cannabinodi nel dolore severo oncologico (Naef et al 2003) ( Gw Webside 2005).
In Italia si sta preparando uno studio multicentrico internazionale che coinvolge Az. Policlinico Umberto I, Università di Roma La Sapienza (prof. R.Cerbo, C. Cartoni, E. Cortesi, C. Reale e L. Frati), Azienda Sanitaria Ospedaliera Molinette, San Giovanni Battista (Prof. A.Mussa e E. Torta), Beth Israel Medical Center NY (prof. M. Pappagallo). E’ uno studio randomizzato, multicentrico, della durata di 4 settimane (28 giorni) con una popolazione di 270 pazienti, il cui obiettivo primario è la valutazione dell’efficacia analgesica del THC in terapia adiuvante con gli oppioidi rispetto alla sola terapia con gli oppioidi. Inoltre sarà valutato il miglioramento della qualità di vita (riduzione della disabilità, dei sintomi ansiosi e depressivi e del comportamento di malattia, attenzione all’incremento dell’appetito) e la riduzione della nausea e vomito nei diversi gruppi. I farmaci in studio sono il THC:CBD Morfina solfato per os (20-60 mg).
Fonte: leadershipmedica