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10 ottobre 2008
“Senza una politica più restrittiva, la Svizzera diventerà una mecca europea della droga”: è quanto sostiene il comitato contro la depenalizzazione della canapa e la revisione della legge sugli stupefacenti, in votazione il 30 novembre.
Astinenza e lotta agli spacciatori sono i punti chiave della campagna lanciata venerdì dal comitato “Droghe-2 x no”, composto in gran parte da esponenti UDC, che invita popolo e cantoni a respingere l’iniziativa per una depenalizzazione del consumo di canapa e la revisione della legge sugli stupefacenti.
La canapa, a detta del comitato, si è ormai trasformata in una droga pesante, le cui conseguenze sulla salute sono spesso drammatiche e vanno dalla depressione alle allucinazioni fino alla psicosi. Una liberalizzazione porterebbe inoltre a un incremento dello spaccio in Svizzera, con un conseguente aumento della criminalità e della violenza.
Per i sostenitori dell’astinenza, anche la modifica della legge federale sugli stupefacenti non va nella giusta direzione. Secondo il comitato, infatti, sussiste il rischio elevato che la distribuzione controllata di eroina a carico delle casse malattia venga estesa anche alla cocaina o ad altre droghe.
La politica attuata negli ultimi vent’anni è stata un insuccesso – rilancia il comitato – poiché non ha permesso di circoscrivere il consumo e lo spaccio di droghe pesanti.
Fonte: swiss info
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Da Fuoriluogo, di Max Lorenzani – 28 settembre 2008
La situazione in Italia sul versante sicurezza-controlli-repressione in materia di droghe si fa veramente drammatica. È notizia di venerdì 19 settembre che la conferenza Stato-Regioni ha approvato il testo di attuazione della legge sulla droga che prevede i controlli e test antidroga per i lavoratori a rischio. «Si tratta – sono parole di Carlo Giovanardi – di controlli annuali sulla base di segnalazioni fatte dai datori di lavoro. In caso positivo, anche di consumo saltuario, il lavoratore non verrà licenziato, ma spostato ad altra mansione, e segnalato ai centri di assistenza per i tossicodipendenti».
Si tratterà di prelievi delle urine e, in caso di esito positivo o di dubbi, addirittura di analisi del capello, che come è noto rileva l’uso di droghe avvenuto anche anni prima, esponendo di fatto i lavoratori delle categorie “a rischio” a veri e propri ricatti e discriminazioni che nulla hanno di “scientifico” sul versante della sicurezza sul lavoro: come un consumo saltuario di alcolici non pregiudica o mette a rischio in nessun modo qualsiasi tipo di lavoro, così non si capisce secondo quali studi o evidenze empiriche si debba stabilire che è pericoloso in assoluto il consumo anche occasionale di sostanze psicoattive. Solamente perché illegali?
Oltre a limitare gravemente la sfera delle libertà personali, questo provvedimento rischia di incentivare lo scriteriato ricorso al nuovo farmaco, perché sarebbe difficile sospendere dal lavoro sotto il sospetto “droga” tutti i dipendenti che anche anni prima abbiano fatto ricorso all’anestesia di dentisti (tutte a base di derivati della cocaina) o siano stati sottoposti a interventi chirurgici e relative terapie contro il dolore a base oppioide o morfinica, ecc. Scatterebbe la corsa al certificato giustificatorio, un po’ come negli esami antidoping sugli sportivi, in cui la fa franca solo chi può pagarsi gli ultimi farmaci coprenti o dopanti non ancora individuabili.
Non c’è che dire, una bella prospettiva per tutte le agenzie sanitarie istituzionali o meno, come noi al Lab57 Alchemica, che ci occupiamo di riduzione dei rischi e di uso consapevole e critico delle sostanze.
In realtà sotto lo scudo mediatico «incidenti stradali per droga» tutto questo sta già succedendo da anni per migliaia e migliaia di malcapitati, che cercano di riavere la patente ritirata o sospesa spesso in seguito ad arbitrari test del sudore o della saliva, o di esami come urine o capello che vanno indietro giorni o anni prima dell’assunzione senza tenere conto delle quantità o modalità di assunzione.
Chiariamo bene: noi sosteniamo ed appoggiamo da sempre l’uso di strumenti di sensibilizzazione e prevenzione sulle strade o nei locali come l’etilometro, perché è sufficientemente preciso nel colpire un uso potenzialmente pericoloso per tutti. In tal modo incoraggiamo un uso moderato e controllato delle bevande alcoliche, senza colpire indiscriminatamente chi magari ha alzato troppo il gomito durante la serata ma poi ha giustamente aspettato di smaltire la bevuta prima di tornare in strada.
Ci sembra tutto sommato ragionevole anche l’ultima disposizione, entrata in vigore martedì 23 settembre, che prevede l’obbligo per tutti i locali di esporre le tabelle di contenuto e assorbimento alcolico legato al peso, al genere, allo stomaco pieno o vuoto.
Perché allora questa coerenza comunicativa e questa precisione sanzionatoria non vengono applicate anche alle altre sostanze diverse dall’alcol? Badate bene che non parliamo solo di sostanze illegali, le “droghe” appunto. Esistono gravi rischi per chi si mette alla guida sotto l’effetto di analgesici, barbiturici, ansiolitici, ecc… contenenti oppiacei di sintesi, o derivati della cocaina usati dai dentisti. Sono sostanze legali, non tutte soggette a prescrizione medica e nei foglietti informativi che le accompagnano è indicato espressamente cosa è sconsigliato fare durante o dopo l’assunzione.
L’introduzione su vasta scala dei narcotest sulla saliva o sul sudore in dotazione alle forze dell’ordine (benché abbiano valore legale solo le analisi del sangue o delle urine) rischia si colpire indiscriminatamente tutti quelli che hanno assunto sostanze psicotrope da alcune ore o addirittura giorni prima di mettersi alla guida, in quanto, come ammettono le stesse ditte che vendono a caro prezzo questi kit, non si è ancora in grado di avere strumenti quantitativi precisi come l’etilometro e, in assenza di valori medi accettabili per ogni singola sostanza, si preferisce “sparare nel mucchio”. Nel frattempo, le cavie siamo noi. Abbiamo il fondato timore che i parlamentari, i manager, i quadri aziendali più esposti non saranno mai considerati nelle categorie “a rischio”: se decidessero di inserire pure gli artisti metà palinsesti andrebbero in “fumo”.
Ironia amara, comunque, perché Giovanardi ha intenzione di esportare a Regioni e Comuni che lo vorranno il protocollo drugs on street: agenti che somministrano i narcotest su saliva o sudore e medici in ambulanza che analizzano sangue e urine per ritirare più patenti possibile, come già sta succedendo a Verona, ad esempio.
Se Regioni, Sert, Asl, Comuni non vi si opporranno, siamo di fronte alla morte annunciata della riduzione del danno. Come facciamo a intervenire alle feste legali o ai rave cercando faticosamente di lavorare con gli organizzatori per sensibilizzare i più giovani a comportamenti più sicuri, a individuare i propri limiti nel campo delle sostanze ma anche della velocità alla guida, quando sanno che comunque verranno puniti perché hanno toccato “la droga”, indipendentemente dal fatto che l’abbiano fatto un’ora, un giorno o un anno prima? L’unico modo per sfuggire a questi controlli è l’astensione totale. È questo il messaggio che si vuole dare?
Speriamo di no.
Le tragedie di decessi di giovanissimi a feste o rave legali o meno ci spingono solo a lavorare di più sulla comunicazione, ma servono strumenti adeguati, il narcotest è utile solo a chi lo vende e a chi predica la tolleranza zero.
Al contrario, il test rapido delle sostanze può realmente salvare la vita a qualcuno e risulta uno straordinario strumento comunicativo verso i consumatori più inesperti e quindi più a rischio perché ignari di dosaggi e mix letali.
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04 ottobre 2008
Nel giardino. Sul balcone. In cucina. Nell’armadio. Nella vasca da bagno. La cannabis, per crescere, ha bisogno di poco: i semi giusti, terra di buona qualita’, luce (se e’ il caso, artificiale) quanto basta. Tanto che gli italiani, forti delle informazioni scambiate clandestinamente tra i fan dello spinello o scaricate dal web, sembrano essere diventati un popolo di coltivatori fai-da-te. La conferma arriva dalle cronache: sui giornali conquistano spazi solo i maxisequestri di hashish e marijuana, ma i mattinali delle forze dell’ordine, negli ultimi mesi, sono un lungo rosario di piantine piu’ o meno rigogliose strappate a una pletora di insospettabili “growers” (gli autocoltivatori per hobby) fatta di studenti, impiegati, insegnanti, liberi professionisti, operai, casalinghe, pensionati, gente di tutte le eta’ e di tutte le estrazioni sociali. Quanti sono? Impossibile dirlo. Anche se sulla rete, tra un blog di amanti della “maria” e l’altro, c’e’ chi azzarda una stima choc: 2 milioni. “Sembra un numero iperbolico – ammette Marco Contini, segretario degli antiproibizionisti.it – ma ha una sua credibilita’, laddove si pensi che i consumatori di cannabis, nel nostro Paese, hanno superato la soglia dei 4 milioni e 200mila. E ci sta che poco meno di uno su 2 sia tentato dalla prospettiva di autoprodurre, con una modica spesa, un impegno limitato e lontano da occhi indiscreti, l’erba per il proprio fabbisogno”. Secondo l’ultimo Rapporto sulle tossicodipendenze curato da palazzo Chigi, gli italiani tra i 15 e i 64 anni che consumano abitualmente la cannabis e i suoi derivati sono 14 su 1000, ma il loro numero sale al 14,6% (in termini assoluti, 5,4 milioni di uomini e donne) se si includono quanti nel 2007 si sono fatti almeno uno spinello.
Fonte: repubblica
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23 settembre 2008
BERNA – Gli adolescenti svizzeri bevono e fumano un po’ meno rispetto ai loro coetanei europei e nordamericani, ma sono molto più attaccati allo spinello: è quanto emerge da un’inchiesta condotta in 41 paesi e i cui risultati sono stati pubblicati oggi dall’Istituto svizzero di prevenzione dell’alcolismo e altre tossicomanie (ISPA).
Il 31% dei 15enni svizzeri ha ammesso di aver già fumato cannabis, molto più della media del 18% registrata sul piano internazionale: il 12% (il doppio dei coetanei stranieri), ha consumato canapa nel mese precedente l’indagine.
Lo studio “Health Behaviour in School-aged Children” (HBSC) si basa su dati del 2006 e li confronta con le cifre del 2002. Secondo l’ISPA in questi quattro anni il calo del consumo di alcol in Svizzera è stato notevole. Alla voce ubriachezza la Confederazione si trova oggi ben al di sotto della media: il 23% dei quindicenni elvetici ha ammesso di essersi già ubriacato almeno due volte, contro il 33% della media internazionale. I risultati concernenti il consumo regolare sono invece meno rallegranti: circa il 22% degli adolescenti svizzeri beve alcol almeno una volta la settimana, contro il 26% dei coetanei stranieri.
La diminuzione del consumo di tabacco rilevato in Svizzera è superiore a quello registrato su scala internazionale: se nel 2002 il 23% dei giovani svizzeri fumava almeno una volta la settimana contro il 24% dei coetanei internazionali, nel 2006 il tasso elvetico è sceso al 15%, mentre quello europeo e nordamericano si è arrestato al 19%.
“Gli ultimi sviluppi sono positivi, ma non devono mascherare il fatto che sono sempre troppi gli adolescenti che bevono e fumano”, osserva Michel Graf, direttore dell’ISPA. La sigaretta è comunque meno di moda: secondo l’ISPA gli sforzi compiuti a favore dei non fumatori e il dibattito pubblico sul fumo passivo hanno contribuito a sensibilizzare la popolazione. Alla stessa stregua, anche il calo rilevato nel consumo di canapa è riconducibile alla maggiore consapevolezza dei pericoli per la salute. Il divieto di fumare nei locali pubblici potrebbe inoltre aver frenato anche il consumo di spinelli.
L’inchiesta HBSC tiene conto anche dell’ambiente in cui vivono gli adolescenti. Secondo l’ISPA il fatto che i genitori siano al corrente di cosa facciano i figli e di chi frequentino significa che in famiglia si è instaurata una relazione aperta che può avere un effetto preventivo. Interessante anche la valutazione sull’impegno scolastico: il 71% dei quindicenni si sente poco o per nulla stressato dal lavoro scolastico, il 20% si dichiara abbastanza stressato e il 9% molto stressato. Il numero di adolescenti che consuma regolarmente sostanze che rendono dipendenti, in particolare tabacco, è proporzionalmente maggiore tra coloro che si sentono molto stressati dalla scuola. (ATS)
Fonte: swissinfo
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03 ottobre 2008
di Lucia Venturi
LIVORNO. E’ in corso a Roma, sino a domani, ZeroEmission 2008, una fiera sulle energie rinnovabili e sui cambiamenti climatici. Nell’ambito di questa manifestazione Legambiente promuove assieme all’associazione Chimica Verde bionet, iniziative dedicate ai temi delle agrienergie e di altre filiere dell’agricoltura non food. Chimica verde appunto.
Gli obiettivi sono quelli di fornire informazioni e approfondimenti tematici su diversi impieghi dell’agricoltura non food in sostituzione di sostanze di origine petrolchimica; divulgare ricerche, esperienze e progetti innovativi avviati nei territori italiani, fornire criteri di sostenibilità per un modello agricolo in equilibrio tra sicurezza alimentare, tutela delle risorse naturali e produzioni non food.
Temi che verranno declinati attraverso un’ area didattico-espositiva, seminari e incontri con esperti e un convegno che lancia la Chimica verde per uscire dal petrolio.
Ne abbiamo parlato con Beppe Croce, responsabile del settore agricoltura non food di Legambiente
Domani coordinerà una tavola rotonda sulle prospettive per lo sviluppo di filiere integrate non food come la strada per uscire dall’economia del petrolio, quali sono?
«Le prospettive sono davvero tante, bisognerebbe però intervenire – e domani lo diremo – per superare alcune criticità che non permettono al settore non food di decollare».
Quali sono le principali criticità?
«Fondamentalmente sono di carattere normativo: l’attuale legislazione italiana frena il decollo di filiere che avrebbero notevole potenzialità di sviluppo».
Ci dica intanto quali sono queste filiere
«Sono essenzialmente tre: la bioenergia, i biopolimeri e la canapa. Sulle bioenergie mancano ancora i decreti attuativi che rendano operative le norme contenute nella finanziaria 2008 riguardo alle energie rinnovabili. Che prevedevano incentivi per impianti a biomasse usando materia prima proveniente dalla fascia di 70 chilometri dall’impianto. Una buona norma ma senza il decreto che la renda operativa, di fatto inutile. Questo per la filiera agricola ha significato perdere un anno».
Per le alte filiere?
«Per la canapa vediamo che ormai il mercato sta crescendo in Germania e anche in Canada, mentre in Italia il decollo è frenato da una legislazione che non dà garanzie ai produttori soprattutto per quanto riguarda i semi e gli oli che da essi possono derivare, e che mostrano caratteristiche interessanti in vari settori, dalla farmaceutica alla nutrizione. Ma non essendoci una normativa sulla filiera del seme, un agricoltore o una industria farmaceutica rischia di vedersi sequestratati il campo e il raccolto per presenza di tracce di Thc, il principio attivo che rientra nella normativa sulle droghe. Con il rischio anche di procedimenti penali. Ma dato che non esistono semi , se non in campo sperimentale, con zero contenuto di Thc, con queste norme nessuno è disposto a rischiare».
Per i biopolimeri la strada potrebbe essere più piana?
«In effetti la previsione del divieto di commercializzazione degli shopper non biodegradabili al 2010, come la diffusione di iniziative locali, quali le sagre in cui si obbliga all’uso di piatti e bicchieri biodegradabili, offre potenzialità di sviluppo molto interessanti al settore delle bioplastiche. Ma anche in questo caso il paradosso è che ancora non vi è chiarezza sulla chiusura del ciclo e ciò rischia di indebolire il settore. Se infatti non si dà certezza di poter inviare questi prodotti, una volta divenuti rifiuti, nella filiera del compostaggio, si perde il valore aggiunto che offrono: oltre alla loro biodegradabilità infatti hanno il vantaggio di non richiedere la separazione dagli scarti organici».
Quali sono le vostre proposte per far decollare la chimica verde?
«E’assodato da studi scientifici e da sperimentazioni in atto ormai da almeno 15 anni che l’agricoltura è in grado di sequestrare Co2, perché operando un buon sovescio consente di sequestrare fino a 4 tonnellate per ettaro di Co2 in maniera permanente, l’ equivalente delle emissioni di oltre 1000 litri di gasolio. Allora crediamo che questo debba essere un riconoscimento importante che l’Unione europea debba fare all’agricoltura».
E in cosa dovrebbe tradursi?
«In incentivi alle pratiche del sovescio che sarebbe ideale accorpare alla pratica della semina su sodo, cioè con minore aratura, perché oltre a ridurre l’utilizzo di mezzi meccanici, porta ad una maggiore ritenzione idrica e permetterebbe di sfruttare per colture idroesigenti anche terreni in cui vi è scarsità d’acqua».
Ci dice in due parole in che consiste il sovescio?
«E’ la pratica di lasciare sul suolo e interrare la biomasse che residuano dalle piante che sono state coltivate su un terreno. Oltre ai benefici di fissazione della Co2, determina un aumento della materia organica al terreno e quindi della fertilità, un rallentamento dei fenomeni erosivi e il mantenimento del contenuto di azoto nitrico».
Fonte: green report
01 ottobre 2008
Conosciute in campo scientifico come biopolimeri, sono impropriamente definite “plastiche verdi”. Possono servire nella produzione di piatti, sacchetti, pannolini, imballaggi,e via elencando.Costituiscono la migliore alternativa all’uso della plastica, essendo del tutto biodegradabili. È dedicata a essi la prima fiera riservata alla promozione e lo sviluppo dei prodotti, delle tecnologie di lavorazione, e delle materie prime ecosostenibili appena iniziata a Roma per proseguire fino al 4 ottobre. Si chiama “chimica verde Expo 2008″ ed è il primo evento fieristico di questo tipo, e si svolgerà in contemporanea a AgriEnergy Expo e Biofuel Expo 2008 nell’ambito della manifestazione “ZeroEmissioni Rome 2008″.
L’Italia è uno dei Paesi al mondo leader nella produzione di questi materiali, ma è proprio da noi che l’iniziativa, che potrebbe risollevare un settore come l’agricoltura (molti biopolimeri sono di origine vegetale), stenta a partire.
La causa è da ricercare in una normativa che ancora non è indirizzata in maniera adeguata all’educazione del risparmio nella plastica, come invece avviene in altri paesi. Oltre il 60 percento della nostra produzione infatti viene esportato, mentre solo il restante 40 per cento è utilizzato per la produzione di materiale per catering. Ed è proprio nelle mense, a partire da quelle scolastiche, che si dovrebbe invece cominciare iniziare a educare all’uso delle plastiche biodegradabili.
“Chimica verde Bionet” è un’associazione senza fini di lucro nata allo scopo di promuovere e sviluppare la ricerca e l’applicazione industriale e commerciale di materie prime di origine vegetale, secondo i criteri della ecosostenibilità. Ad oggi comprende una ventina di soci tra cui, fra i fondatori, Legambiente.
Lorenzo D’Avino, responsabile dell’Associazione, osserva che “«già in molte sagre paesane e mense esiste un solo sacco del rifiuto, quello organico e compostabile, permettendo l’ eliminazione alla fonte di imballaggi non compostabili».
Ogni anno nel nostro pianeta vengono prodotti 150 milioni di tonnellate di plastica di cui in Europa 44 milioni e 9 milioni in Italia. Plastica che ogni anno deve essere smaltita con costi impressionanti, ma soprattutto con un forte impatto inquinante. Fino a oggi ognuno di noi ha consumato 30 chili all’anno di plastica, ma per i prossimi anni si parla di un potenziale di 100 chili all’anno pro capite. E in un solo anno i rifiuti di plastiche uccidono più di un milione di uccelli marini, e oltre 100 mila mammiferi marini. La plastica continua a uccidere e a inquinare mari e terre.
L’utilizzo dei biopolimeri in termini di riduzione dell’inquinamento rappresenta una importante soluzione da vari punti di vista. A partire dal risparmio energetico per la loro produzione (fino al 75 in meno di energia e fino all’80 percento in meno di emissioni gas serra).
«In realtà si può fare molto, e molto c’è da fare» puntualizza Stefano Cavallo, manager del marketing europeo di Ingeo per Natureworks . «E un esempio concreto di risparmio energetico viene dalla Coop che nel 2007 ha venduto circa 10 milioni fra piatti e bicchieri usa e getta della linea “eco-logici Coop”, realizzati in bioplastica Ingeo. Il risparmio di petrolio è stato quantificato in 800 barili e si sono evitate emissioni di CO2 per una quantità equivalente a quella emessa da 70 auto, con percorrenza media annua di 25,000 km.
Una normativa ancora poco adeguata però non permette una vera e propria svolta nel nostro paese. «A questo proposito», spiega D’Avino «noi proponiamo patti di filiera adeguati, in particolare nei settori delle oleaginose e delle amidacee: è importante puntare su colture intensive a basso impatto ambientale e quindi libere da Ogm».
Ma con la produzione di biopolimeri non si sottraggono aree agricole alla produzione del cibo umano rischiando di impoverire l’alimentazione delle fasce più deboli a livello mondiale?
A rispondere è Beppe Croce è responsabile nazionale di Legambiente per l’agricoltura non food e uno dei promotori della manifestazione alla Fiera di Roma.
«L’agricoltura – dice Croce- ha sempre soddisfatto qualsiasi tipo di esigenza umana, non solo alimentare. Il problema è che l’agricoltura odierna è del tutto irrazionale e in gran parte finalizzata all’alimentazione dei bovini. Le cose devono cambiare radicalmente,l’ agricoltura deve essere mirata a produzioni più intelligenti. Quella dei biopolimeri è una coltivazione che può essere fatta a rotazione con le colture alimentari, per far risposare la terra. Riguardo al problema dei biocarburanti, che ha scatenato la questione, io sono contrario a sostituire i carburanti attuali con quelli naturali: può trattarsi di una scelta solo parziale, altrimenti si viene a creare una corsa all’ accaparramento ai terreni come è successo lo scorso anno. Ora le speculazioni finanziarie sui prezzi alimentari sono per fortuna terminate e i prezzi stanno crollando: la vera cosa perversa è che l’agricoltura sia retta da mercati speculativi, per questo noi sosteniamo la filiera corta».
Secondo i tecnici di Legambiente le “agrienergie” devono essere legate al territorio e alle piccole realtà locali, se no non si va da nessuna parte.
Un altro paradosso tutto italiano in fatto di nuove produzioni agricole è quello della canapa: anche qui l’Italia è sempre stata la prima produttrice per quantità e qualità ma oggi non è possibile far decollare questa coltura che aiuterebbe l’economia e le difficoltà del primo settore.
Se da una parte le proprietà del seme di canapa e del prezioso olio che se ne estrae sono riconosciute universalmente da tutte le più avanzate ricerche scientifiche, dall’altra una normativa perversa impedisce la coltivazione in Italia di canapa che abbia anche lievissime tracce di thc, tetraidrocannabinolo, principio attivo della marijuana. Ora, è impossibile che una minima traccia non sia presente, come ben sanno i grandi produttori di canapa a livello mondale, come Canada, Svizzera e Germania, dove la legislazione permette la coltivazione. Da noi invece non c’è normativa e le aziende rischiano di veder sequestrato tutto il loro prodotto.
Paradossalmente noi possiamo importare e commercializzare la canapa dalla Germania. Ma finora nessun governo ha affrontato il problema. Anche di questo si parlerà Fiera dell’ecosostenibilità a Roma.
Fonte: l’unità
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26 settembre 2008
Una carrozzeria che costi poco, resistente, leggera e biodegradabile. Come fare? Con una pianta che non finisce mai di stupire: la canapa. Portiere, cruscotti, tessuti, cofani, bauli, scocche, gran parte dell’auto, in un futuro molto prossimo, potrebbe essere costituito da fibre vegetali molto più resistenti dell’alluminio, tanto che l’idea pare essere stata presa molto sul serio in Germania.
Basti pensare che la Mercedes monta nelle portiere delle sue autovetture pannelli di juta sin dal 1995 e la BMW ha recentemente presentato la concept GINA con carrozzeria costituita interamente da tessuto.
meno pesa un auto e meno carburante occorre per farla andare
afferma molto semplicemente Alan Crosky, professore di Scienza dei Materiali all’Università del New Galles, in Australia. Un’auto che sostituisce lamierati e plastiche con fibre vegetali può arrivare a pesare sino al 30% in meno rispetto ai canoni attuali.
Ma i vantaggi non si limitano solamente ai consumi. Paradossalmente costruire una carrozzeria di canapa e resina costa molto meno, comporta meno risorse energetiche e, quel che più conta, sarebbe totalmente biodegradabile oltre che più resistente ed efficiente. A dire il vero l’idea non è del tutto nuova, già la Ford costruì nei lontani anni 30 un modello di automobile con carrozzeria e carburante “vegetale”, la Hemp-Car, di cui si possono trovare video storici su YouTube.
L’utilizzo della canapa potrebbe essere ampliato anche alle parti meccaniche, dei pneumatici, del carburante. Ma la realizzazione di una scocca biodegradabile sarebbe già un ottimo risultato che permetterebbe di risolvere una volta per tutte lo smaltimento, difficoltoso e costoso, dei rottami veicolari. Se tale tecnologia costruttiva venisse applicata basterebbe sepellire le automobili per liberarsene, con buona pace delle autodemolizioni.
Fonte: one green tech
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Milano, 24 settembre 2008 – “Di fronte alla stupidita’ di certi provvedimenti non si puo’ restare fermi”: questa la reazione di Dario Fo all’annunciata ordinanza del sindaco di Milano, Letizia Moratti, che intende multare chi fuma spinelli in strada con 500 euro di sanzione. “Drogarsi per strada e’ un’offesa al decoro della citta’”, con queste parole la Moratti ha sintetizzato il concetto chiave dell’ordinanza. Secondo il drammaturgo di Sangiano, sono altri i problemi di cui la Moratti dovrebbe occuparsi: “nella scala del degrado urbano, uno spinello fumato in pubblico sta al centesimo posto. Il sindaco cerchi di stimolare nei nostri ragazzi interessi culturali e si preoccupi che la gente non va piu’ ai concerti, a teatro o alle mostre”. “Se invece gli spinelli”, continua il Premio Nobel per la letteratura, “venissero venduti in farmacia a nessuno verrebbe in mente di multare chi li fuma in pubblico”. Allora sorge spontaneo all’attore e regista di dover ironicamente multare anche i normali fumatori di tabacco: “fumare tabacco fa venire il cancro, quindi andrebbero multati anche i normali fumatori; pero’ la Moratti avrebbe contro tutte le multinazionali del tabacco, e non certo qualche ragazzino che si fa una canna al parco Sempione e che non conta niente”, conclude cosi’ Fo.
fonte: agi
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La testimonianza di un paziente che racconta la sua scoperta delle virtù terapeutiche della canapa.
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8 settembre 2008
Prosegue il progetto del Museo della canapa di Sant’Anatolia di Narco
di Daniele Ubaldi
Prosegue il processo di lavorazione della cannabis sativa varietà carmagnola, ovvero la canapa coltivata ai Piani di Ruscio (Monteleone di Spoleto) per iniziativa del Museo della canapa di Sant’Anatolia di Narco, antenna dell’ecomuseo della Valnerina, Comune di Sant’Anatolia di Narco e Cedrav.
Dopo la raccolta dello scorso 30 agosto, la canapa è stata posta ad essiccare all’interno del vivaio forestale della Comunità Montana a Castel San Felice e, ieri mattina, è stata finalmente posta al macero. Dopo la battitura, che ha consentito di eliminare completamente le foglie dallo stelo, e il taglio delle radici da utilizzate in seguito per accendere il fuoco, le piante sono state legate in mannelle, cioè dei piccoli fasci grandi quanto due mani semi aperte e, successivamente, immerse nell’acqua e bloccate con dei massi per evitare che tornassero a galla.
Grazie al prezioso contributo di alcune persone di Sant’Anatolia di Narco è stata pulita e ripristinata la sorgente detta della “Pia”, utilizzata almeno fino alla metà del secolo scorso proprio per mettere la canapa al macero. Le mannelle di canapa dovranno rimanere in acqua a macerare almeno per 10 giorni, per fare in modo che si separi completamente il canapulo dal tiglio.
Una volta tolta dall’acqua e messa ad asciugare, la canapa verrà poi gramolata, cardata e successivamente filata con la rocca e il fuso. A questo punto si potrà parlare non più di fibra ma di filato di canapa. Il filo, a quel punto, seguirà tutto l’iter per essere trasformato in tessuto: dalla riduzione in matasse con l’aspo all’orditura fino alla tessitura, utilizzando sia gli strumenti tradizionali che altri ricostruiti fedelmente a fini didattici.
Tra questi ultimi vanno annoverati i telai per tessere, presenti nel laboratorio annesso al museo stesso. Si passa da telai a quattro licci con orditoio sezionale a telai a pettine-liccio, a leve frontali costruiti appositamente per il Museo a ricostruzioni di telai utilizzati nelle varie epoche storiche per far comprendere, attraverso un affascinante percorso espositivo, l’evoluzione dell’attività tessile dalla preistoria ai giorni nostri. Per dirla con le parole di Glenda Gianpaoli, coordinatrice del Museo e del progetto canapa, “Il museo va spiegato e va compreso solo facendo”.
Fonte: Spoletonline