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Come uscire dall´economia del petrolio? Croce: «Bioenergie, biopolimeri e canapa»
Ottobre 4, 2008, 11:33 am
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03 ottobre 2008

di Lucia Venturi

LIVORNO. E’ in corso a Roma, sino a domani, ZeroEmission 2008, una fiera sulle energie rinnovabili e sui cambiamenti climatici. Nell’ambito di questa manifestazione Legambiente promuove assieme all’associazione Chimica Verde bionet, iniziative dedicate ai temi delle agrienergie e di altre filiere dell’agricoltura non food. Chimica verde appunto.

Gli obiettivi sono quelli di fornire informazioni e approfondimenti tematici su diversi impieghi dell’agricoltura non food in sostituzione di sostanze di origine petrolchimica; divulgare ricerche, esperienze e progetti innovativi avviati nei territori italiani, fornire criteri di sostenibilità per un modello agricolo in equilibrio tra sicurezza alimentare, tutela delle risorse naturali e produzioni non food.
Temi che verranno declinati attraverso un’ area didattico-espositiva, seminari e incontri con esperti e un convegno che lancia la Chimica verde per uscire dal petrolio.
Ne abbiamo parlato con Beppe Croce, responsabile del settore agricoltura non food di Legambiente

Domani coordinerà una tavola rotonda sulle prospettive per lo sviluppo di filiere integrate non food come la strada per uscire dall’economia del petrolio, quali sono?
«Le prospettive sono davvero tante, bisognerebbe però intervenire – e domani lo diremo – per superare alcune criticità che non permettono al settore non food di decollare».

Quali sono le principali criticità?
«Fondamentalmente sono di carattere normativo: l’attuale legislazione italiana frena il decollo di filiere che avrebbero notevole potenzialità di sviluppo».

Ci dica intanto quali sono queste filiere
«Sono essenzialmente tre: la bioenergia, i biopolimeri e la canapa. Sulle bioenergie mancano ancora i decreti attuativi che rendano operative le norme contenute nella finanziaria 2008 riguardo alle energie rinnovabili. Che prevedevano incentivi per impianti a biomasse usando materia prima proveniente dalla fascia di 70 chilometri dall’impianto. Una buona norma ma senza il decreto che la renda operativa, di fatto inutile. Questo per la filiera agricola ha significato perdere un anno».

Per le alte filiere?
«Per la canapa vediamo che ormai il mercato sta crescendo in Germania e anche in Canada, mentre in Italia il decollo è frenato da una legislazione che non dà garanzie ai produttori soprattutto per quanto riguarda i semi e gli oli che da essi possono derivare, e che mostrano caratteristiche interessanti in vari settori, dalla farmaceutica alla nutrizione. Ma non essendoci una normativa sulla filiera del seme, un agricoltore o una industria farmaceutica rischia di vedersi sequestratati il campo e il raccolto per presenza di tracce di Thc, il principio attivo che rientra nella normativa sulle droghe. Con il rischio anche di procedimenti penali. Ma dato che non esistono semi , se non in campo sperimentale, con zero contenuto di Thc, con queste norme nessuno è disposto a rischiare».

Per i biopolimeri la strada potrebbe essere più piana?
«In effetti la previsione del divieto di commercializzazione degli shopper non biodegradabili al 2010, come la diffusione di iniziative locali, quali le sagre in cui si obbliga all’uso di piatti e bicchieri biodegradabili, offre potenzialità di sviluppo molto interessanti al settore delle bioplastiche. Ma anche in questo caso il paradosso è che ancora non vi è chiarezza sulla chiusura del ciclo e ciò rischia di indebolire il settore. Se infatti non si dà certezza di poter inviare questi prodotti, una volta divenuti rifiuti, nella filiera del compostaggio, si perde il valore aggiunto che offrono: oltre alla loro biodegradabilità infatti hanno il vantaggio di non richiedere la separazione dagli scarti organici».

Quali sono le vostre proposte per far decollare la chimica verde?

«E’assodato da studi scientifici e da sperimentazioni in atto ormai da almeno 15 anni che l’agricoltura è in grado di sequestrare Co2, perché operando un buon sovescio consente di sequestrare fino a 4 tonnellate per ettaro di Co2 in maniera permanente, l’ equivalente delle emissioni di oltre 1000 litri di gasolio. Allora crediamo che questo debba essere un riconoscimento importante che l’Unione europea debba fare all’agricoltura».

E in cosa dovrebbe tradursi?

«In incentivi alle pratiche del sovescio che sarebbe ideale accorpare alla pratica della semina su sodo, cioè con minore aratura, perché oltre a ridurre l’utilizzo di mezzi meccanici, porta ad una maggiore ritenzione idrica e permetterebbe di sfruttare per colture idroesigenti anche terreni in cui vi è scarsità d’acqua».

Ci dice in due parole in che consiste il sovescio?
«E’ la pratica di lasciare sul suolo e interrare la biomasse che residuano dalle piante che sono state coltivate su un terreno. Oltre ai benefici di fissazione della Co2, determina un aumento della materia organica al terreno e quindi della fertilità, un rallentamento dei fenomeni erosivi e il mantenimento del contenuto di azoto nitrico».

Fonte: green report



Plastiche “verdi” e canapa Italia leader ma non le usa
Ottobre 2, 2008, 2:31 pm
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01 ottobre 2008

Conosciute in campo scientifico come biopolimeri, sono impropriamente definite “plastiche verdi”. Possono servire nella produzione di piatti, sacchetti, pannolini, imballaggi,e via elencando.Costituiscono la migliore alternativa all’uso della plastica, essendo del tutto biodegradabili. È dedicata a essi la prima fiera riservata alla promozione e lo sviluppo dei prodotti, delle tecnologie di lavorazione, e delle materie prime ecosostenibili appena iniziata a Roma per proseguire fino al 4 ottobre. Si chiama “chimica verde Expo 2008″ ed è il primo evento fieristico di questo tipo, e si svolgerà in contemporanea a AgriEnergy Expo e Biofuel Expo 2008 nell’ambito della manifestazione “ZeroEmissioni Rome 2008″.

L’Italia è uno dei Paesi al mondo leader nella produzione di questi materiali, ma è proprio da noi che l’iniziativa, che potrebbe risollevare un settore come l’agricoltura (molti biopolimeri sono di origine vegetale), stenta a partire.

La causa è da ricercare in una normativa che ancora non è indirizzata in maniera adeguata all’educazione del risparmio nella plastica, come invece avviene in altri paesi. Oltre il 60 percento della nostra produzione infatti viene esportato, mentre solo il restante 40 per cento è utilizzato per la produzione di materiale per catering. Ed è proprio nelle mense, a partire da quelle scolastiche, che si dovrebbe invece cominciare iniziare a educare all’uso delle plastiche biodegradabili.

“Chimica verde Bionet” è un’associazione senza fini di lucro nata allo scopo di promuovere e sviluppare la ricerca e l’applicazione industriale e commerciale di materie prime di origine vegetale, secondo i criteri della ecosostenibilità. Ad oggi comprende una ventina di soci tra cui, fra i fondatori, Legambiente.
Lorenzo D’Avino, responsabile dell’Associazione, osserva che “«già in molte sagre paesane e mense esiste un solo sacco del rifiuto, quello organico e compostabile, permettendo l’ eliminazione alla fonte di imballaggi non compostabili».

Ogni anno nel nostro pianeta vengono prodotti 150 milioni di tonnellate di plastica di cui in Europa 44 milioni e  9 milioni in Italia. Plastica che ogni anno deve essere smaltita con costi impressionanti, ma soprattutto con un forte impatto inquinante. Fino a oggi ognuno di noi ha consumato 30 chili all’anno di plastica, ma per i prossimi anni si parla di un potenziale di 100 chili all’anno pro capite. E in un solo anno i rifiuti di plastiche uccidono più di un milione di uccelli marini, e oltre 100 mila mammiferi marini. La plastica continua a uccidere e a inquinare mari e terre.

L’utilizzo dei biopolimeri in termini di riduzione dell’inquinamento rappresenta una importante soluzione da vari punti di vista. A partire dal risparmio energetico per la loro produzione (fino al 75 in meno di energia e fino all’80 percento in meno di emissioni gas serra).

«In realtà si può fare molto, e molto c’è da fare» puntualizza Stefano Cavallo, manager del marketing europeo di Ingeo per Natureworks . «E un esempio concreto di risparmio energetico viene dalla Coop che nel 2007 ha venduto circa 10 milioni fra piatti e bicchieri usa e getta della linea “eco-logici Coop”, realizzati in bioplastica Ingeo. Il risparmio di petrolio è stato quantificato in 800 barili e si sono evitate emissioni di CO2 per una quantità equivalente a quella emessa da 70 auto, con percorrenza media annua di 25,000 km.

Una normativa ancora poco adeguata però non permette una vera e propria svolta nel nostro paese. «A questo proposito», spiega D’Avino «noi proponiamo patti di filiera adeguati, in particolare nei settori delle oleaginose e delle amidacee: è importante puntare su colture intensive a basso impatto ambientale e quindi libere da Ogm».

Ma con la produzione di biopolimeri non si sottraggono aree agricole alla produzione del cibo umano rischiando di impoverire l’alimentazione delle fasce più deboli a livello mondiale?

A rispondere è Beppe Croce è responsabile nazionale di Legambiente per l’agricoltura non food e uno dei promotori della manifestazione alla Fiera di Roma.

«L’agricoltura – dice Croce- ha sempre soddisfatto qualsiasi tipo di esigenza umana, non solo alimentare. Il problema è che l’agricoltura odierna è del tutto irrazionale e in gran parte finalizzata all’alimentazione dei bovini. Le cose devono cambiare radicalmente,l’ agricoltura deve essere mirata a produzioni più intelligenti. Quella dei biopolimeri è una coltivazione che può essere fatta a rotazione con le colture alimentari, per far risposare la terra. Riguardo al problema dei biocarburanti, che ha scatenato la questione, io sono contrario a sostituire i carburanti attuali con quelli naturali: può trattarsi di una scelta solo parziale, altrimenti si viene a creare una corsa all’ accaparramento ai terreni come è successo lo scorso anno. Ora le speculazioni finanziarie sui prezzi alimentari sono per fortuna terminate e i prezzi stanno crollando: la vera cosa perversa è che l’agricoltura sia retta da mercati speculativi, per questo noi sosteniamo la filiera corta».

Secondo i tecnici di Legambiente le “agrienergie” devono essere legate al territorio e alle piccole realtà locali, se no non si va da nessuna parte.

Un altro paradosso tutto italiano in fatto di nuove produzioni agricole è quello della canapa: anche qui l’Italia è sempre stata la prima produttrice per quantità e qualità ma oggi non è possibile far decollare questa coltura che aiuterebbe l’economia e le difficoltà del primo settore.

Se da una parte le proprietà del seme di canapa e del prezioso olio che se ne estrae sono riconosciute universalmente da tutte le più avanzate ricerche scientifiche, dall’altra una normativa perversa impedisce la coltivazione in Italia di canapa che abbia anche lievissime tracce di thc, tetraidrocannabinolo, principio attivo della marijuana. Ora, è impossibile che una minima traccia non sia presente, come ben sanno i grandi produttori di canapa a livello mondale, come Canada, Svizzera e Germania, dove la legislazione permette la coltivazione. Da noi invece non c’è normativa e le aziende rischiano di veder sequestrato tutto il loro prodotto.

Paradossalmente noi possiamo importare e commercializzare la canapa dalla Germania. Ma finora nessun governo ha affrontato il problema. Anche di questo si parlerà Fiera dell’ecosostenibilità a Roma.

Fonte: l’unità



UNA GIORNATA ALLA SCOPERTA DELLA RACCOLTA TRADIZIONALE DELLA CANAPA

26 agosto 2008

Sabato alle canapine dei piani di Ruscio l’iniziativa con i volontari del servizio civile nazionale e le pro locoCome si raccoglieva anticamente la canapa? Chi vuole scoprirlo potrà farlo nel corso di una giornata promossa presso il Museo della Canapa, una delle antenne dell’ecomuseo della Valnerina, in programma sabato 30 agosto.

L’iniziativa si tiene nell’ambito delle attività dei Volontari del servizio Civile Nazionale delle Pro Loco della Valnerina ed è realizzata dalle pro loco di Norcia, Ruscio, Trivio e Castelluccio, in collaborazione con il Cedrav, il Centro per la Documentazione e la Ricerca Antropologica in Valnerina e nella dorsale appenninica umbra.

L’appuntamento è alle 8.30 alle canapine dei piani di Ruscio, con la dimostrazione e pratica della raccolta della canapa eseguita secondo i metodi tradizionali, nell’ambito del progetto del Servizio Civile Nazionale 2007 – 2008.

Alle 11 seguirà una merenda per tutti, offerta dalle associazioni pro loco.

E’ consigliato un abbigliamento comodo, pantaloni lunghi e scarpe chiuse. Se possibile portare con se’ falce o falcetto

Fonte: tuttoggi



Kerzers (FR): canapa, ordinata distruzione di campo

Svizzera, 19 luglio 2008

KERZERS (FR) – Un campo di due ettari di canapa dovrà essere distrutto nel comune friburghese di Kerzers dopo che analisi realizzate mercoledì hanno rivelato nelle piante tenori della sostanza psicoattiva THC dell’1,1 %, contro lo 0,3 % ammesso dalla Legge sugli stupefacenti (LStup). Il giudice istruttore ha pure avviato un procedimento penale – proprio per infrazione alla LStup – contro l’amministratore della società SanaSativa SA che gestisce la coltura.

Analisi realizzate in giugno sullo stesso campo erano risultate conformi alla legge, indica un comunicato odierno della polizia cantonale friburghese.

Fonte: swiss info



Progetto agro-industriale

Capitolo 1 Progetto agro-industriale.

Prologo

Da anni si parla di reintrodurre la coltura della canapa per i notevoli benefici che ne ricaverebbe la biosfera, ma nonostante tutto non riesce a decollare perché nessuno ha pensato a valorizzare la parte maggiore della pianta il “canapulo” che è lo stelo centrale di legno, circa il 65% e le fibre cortissime e le polveri,5%. Infatti il basso valore che si ricava da tale frazione per la termovalorizzazione o per l’uso diffuso per lettiere di cavalli o altri animali sommato al valore che si ricava dalle fibre, non è renumerativo per gli agricoltori, pertanto le buone intenzioni sono come un cane che si morde la coda

Il presente progetto sarebbe in grado di colmare questa mancata valorizzazione dando vita ad una attività locale, per un consumo locale di pannelli eco-bio-compatibili per il mobile o per l’isolamento e le costruzioni edili, che può essere replicata a macchia di leopardo su tutto il territorio. I benefici ambientali che la coltura della canapa apporta, sottrazione di ingenti quantità di anidride carbonica dall’atmosfera con immissione di ossigeno, la produzione in tempi brevissimi (il ciclo colturale si conclude in tre-quattro mesi) di una quantità di biomassa quattro volte superiore a quella prodotta da un bosco di latifoglie in un anno, e le proprietà di rinnovo dei terreni agricoli per la coltivazione di colture “food” senza l’impiego di diserbanti e pesticidi, mi danno l’energia e la forza di realizzare questo sano progetto. Altro motivo che mi spinge ad attuarlo è la conoscenza che nell’attuale contesto produttivo di pannelli, per la carenza di materie prime, si fa ricorso al recupero del legno usato, vecchi mobili di truciolare di urea-formaldeide, segatura di truciolare urea-formaldeide, legni impregnati di vernici tossiche, bancali che possono aver trasportato merci pericolose, aumentando di volta in volta il contenuto in urea formaldeide, tanto che siamo arrivati all’emergenza della proibizione di utilizzare le polveri di risulta per il riscaldamento degli stessi mobilifici, ma continuiamo a costruire “camerette per bambini” con tale materiale.

1 Idea di business.

Il progetto innovativo è orientato su due aspetti fondamentali per la tutela della salute dell’ecosistema, il risparmio energetico e l’impiego di risorse rinnovabili.

L’attenzione è rivolta alla fibra ed al legno della canapa che possono essere impiegate per la realizzazione di un nuovo composito dalle svariate possibilità di impiego, con caratteristiche di resistenza all’acqua, leggerezza e capacità di isolamento termico rilevanti; impiegabile in diversi settori di utilizzo ed in un nuovo nascente progetto in grado di poter creare il verde e culture in paesi di scarsissima precipitazione piovosa, che può dare un notevole impulso alla riattivazione della scomparsa coltura, coinvolgendo nello sviluppo l’agricoltura locale, quindi con un duplice effetto di sviluppo economico.

La coltivazione della canapa nel territorio italiano, tradizionalmente votato a questo tipo di cultura, rappresenta inoltre un opportunità di estremo interesse per l’economia agricola che in questi ultimi anni ha patito la progressiva contrazione di culture importanti sia per reddito che per valore agronomico.

La canapa è poi considerata una delle migliori colture da rinnovo fra tutte quelle rientranti negli avvicendamenti, per la sua duplice attitudine a migliorare le condizioni fisiche del terreno senza depauperare la fertilità, e contemporaneamente a contenere la diffusione delle malerbe.

2 Lavoro di ricerca e sperimentazione effettuato.

Nell’ allegato 1 è riportata la documentazione relativa al lavoro di ricerca e sperimentazione che ha portato alla stesura ed al deposito dei brevetti sui materiali compositi derivati dalla canapa.

Inoltre è riportata la fattibilità i termini economici di produttività dell’impresa, in comparazione ai sistemi attualmente in uso per la produzione di pannelli con urea-formaldeide, considerata cancerogena, ed attualmente oggetto di moratoria dall’Unione Europea.

Le innovazioni di processo rispetto a quelle in uso risultano nella semplificazione della preparazione della materia prima, che per la produzione di pannelli derivati dalla lavorazione del legno di piante di alto fusto consiste di varie fasi (deposito tronchi, scortecciatura, cippatura, raffinazione, essiccazione, vagliatura), mentre il legno di canapa per la produzione di pannelli può essere utilizzato tal quale, così come prodotto dall’operazione di estrazione della fibra (stigliatura) che viene effettuata sugli steli essiccati all’aria (umidità del 15%) prima della raccolta in rotoballe, con notevole risparmio energetico.

Altro risparmio energetico si ottiene nella formazione del pannello mediante impiego del legante atossico bicomponente poliuretanico, in sostituzione della miscela urea-formaldeide, che consente di riscaldare la massa prima che questa venga introdotta nella pressa riscaldata.

Il riscaldamento si realizza sfruttando l’umidità residua e la sensiblità del legante all’eccitazione da microonde, che permette di riscaldare istantaneamente tutta la massa.

Nel caso di impiego di urea-formaldeide il riscaldamento può essere effettuato solo all’interno della pressa e richiede, per forti spessori, un lungo tempo di sosta e quindi un maggior dispendio energetico. Il riscaldamento della massa prima della formazione all’interno della pressa consente anche di ottenere dei pannelli di maggiore spessore.

3 Mercato di riferimento

Il pannello di canapa prodotto ha il vantaggio di avere grande spessore e bassa densità (220 Kg/m3 contro i 700 Kg/m3 dei pannelli attualmente in uso).

Questo tipo di pannello può essere usato per la costruzione di mobili particolarmente robusti e di porte da interni massicce, in sicura competizione con i costi dei pannelli fibrolegnosi stratificati alveolari, ed in tendenza con la progettazione dei disigner di mobili, con pannelli di spessore superiore ai 18 mm attualmente in uso.

Al pannello base si possono applicare ulteriori caratteristiche innovative per aumentare il valore dello stesso:

  • Dotare il pannello di armature laterali sottili a maggiore densità, utilizzando pressioni superiori, polveri residue e cascami di fibra provenienti dalla stigliatura, riciclando le polveri di calibratura. Con l’ulteriore possibilità di nobilitazione tramite stampa e verniciatura per fornire pannelli pronti all’uso.
  • Rendere ignifughi i pannelli e dotarli di armature di altra natura incollando carton-gesso o fibro-cemento, per la realizzazione di tramezze di edifici isolate termo acusticamente, o per pareti mobili di uffici e comunità.
  • Valorizzare parte della fibra per ottenere pannelli sottili a maggiore densità, da utilizzare per le armature esterne del pannello conferendo caratteristiche di elevata portanza per la costruzione di tetti, risolvendo con un’unica soluzione la riduzione del numero di travi portanti, l’isolamento termo-acustico e l’eliminazione della guaina impermeabile (che non lascia traspirare) poiché le fibre superficiali dell’armatura superiore, per infiltrazione accidentale dell’acqua dalle tegole si gonfiano come nelle tubazioni idrauliche, garantendo l’impermeabilità.

Le sopracitate nobilitazioni del pannello rendono ancora più vantaggiosa la commercializzazione per un consumo locale, permettendo anche il trasporto a distanze superiori.

4 Organizzazione della produzione

Per la realizzazione della filiera della canapa saranno coinvolti agricoltori locali per una superficie di circa 1500 ettari complessivi per garantire il fabbisogno annuale di materia prima, i quali possono consorziarsi per svolgere collettivamente le operazioni di raccolta con macchine idonee al tipo di coltura, l’acquisto delle sementi certificate per coltura a basso contenuto di tetraidrocannabinolo, l’assistenza alla coltura con un agronomo specializzato che possa garantire le qualità del raccolto. Nella fase iniziale tale assistenza sarà curata dalla società fornitrice degli impianti di stigliatura e produzione pannelli, Soc. K.E.F.I. S.p.A., unica entità in Italia in grado di fornire il Cnow-How per la stigliatura ed interessata ad acquistare la totalità della fibra prodotta per la sua produzione interna di geotessile e materassini isolanti termoacustici, nonché di realizzare a costi competitivi l’impianto di produzione pannelli, innovativo nel suo genere e replicabile anche per pannelli di legno di alberi di alto fusto, quando finalmente sarà abolita l’urea formaldeide.

5 La parte agricola

La canapa è una coltura non particolarmente esigente riguardo i fattori pedo-climatici, ma offre le migliori prestazioni nei climi temperati caldo-umidi, in terreni profondi, freschi, ben aerati e con una buona dotazione di elementi nutritivi.

L’accrescimento ottimale si ha con valori di temperatura compresi tra 15 e 25 °C.

Germinazione ed emergenza si possono avere anche con temperature di poco superiori a 0°C.

E’ possibile quindi realizzare una semina precoce, nel mese di marzo, garantendo alla coltura una buona disponibilità di acqua nelle prime fasi della crescita.

Infatti, pur essendo la canapa una coltura ben tollerante lo stress idrico, nei primi 45 giorni dalla semina necessita di una buona disponibilità di acqua che ne consente il rapido accrescimento fino alla copertura del terreno.

Il ristagno idrico nelle fasi giovanili può tuttavia causare severi danni alla coltura.

La forte velocità di crescita congiunta al notevole sviluppo in altezza, conferisce alla canapa una spiccata capacità competitiva nei confronti delle erbe infestanti dalle quali si difende senza impiego di diserbanti. La sua naturale resistenza all’attacco di insetti fitofagi e microrganismi patogeni, rende sostanzialmente non necessario alcun tipo di trattamento fitosanitario durante l’intero ciclo colturale.

Prove colturali effettuate hanno confermato che la canapa è una coltura rustica e molto produttiva, anche in assenza di apporti irrigui. Il suo apparato radicale di tipo fittonante, infatti, permette alla pianta di soddisfare gran parte del proprio fabbisogno idrico, attingendo alla falda freatica superficiale.

La semina è una operazione semplice per cui si possono utilizzare le comuni seminatrici densimetriche.

Tranne i casi in cui si sono verificati problemi di ristagni idrico nelle prime fasi di accrescimento, per lo più legati alla preparazione del terreno e facilmente risolvibili, la pianta ha manifestato ampia adattabilità alle diverse situazioni pedoclimatiche e ha espresso ampiamente la propria potenzialità produttiva.

Sulla base dello stato dei campi prova, con particolare riferimento all’uniformità dell’investimento e dello sviluppo delle piante, dal prelievo effettuato nella prima decade di agosto, si può stimare che le produzioni si siano attestate su valori compresi tra i 10-14 t/ha.

Il progetto proposto prevede per il primo anno un fabbisogno di 1.500 ha di coltura.

La parte agricola dovrebbe seminare 50 Kg/ha di seme ( possono essere sufficienti anche 40 Kg/ha), e verso la fine di luglio o i primi di agosto, quando le condizioni climatiche sono ancora favorevoli ad una rapida essiccazione sul campo, dovrebbe sfalciare, ranghinare ed imballare gli steli.

Per lo sfalcio sono necessarie una coppia di barre falcianti disposte frontalmente ad un trattore di 50 CV di potenza, ed una o due lame disposte sulla parte posteriore del trattore, capaci di tagliare in rapida successione gli steli di canapa.

Gli steli tagliati in 3-4 porzioni possono essere ranghinati per una rapida essiccazione e poi rotoimballati.

Le rotoballe prodotte con una rotoimballatrice comune, verrebbero a questo punto stoccate e consegnate all’acquirente.

Agli agricoltori sarà garantito complessivamente all’integrazione comunitaria un ricarico sulle spese di circa novanta euro per tonnellata di canapa prodotta, ed il pagamento alla consegna del raccolto.

Capitolo 2 Trasformazione

6 Stigliatura

Si chiamano genericamente “stigliature” gli impianti di prima lavorazione di prodotti agricoli, quali sono la canapa, il lino, il kenaf, il ramiè, in cui si effettua la lavorazione degli steli per separare la parte fibrosa, il tiglio, dalla parte legnosa della pianta, il canapulo, (nel caso della canapa). Questa operazione viene effettuata in appositi impianti fissi, con mezzi meccanici che sottopongono gli steli essiccati a sollecitazioni di vario tipo, durante le quali il canapulo si frantuma in pezzetti di varia dimensione, frammisti a fibre corte, e le fibre rimanenti vengono raccolte separatamente.

Per riepilogare, dagli impianti di stigliatura si possono quindi ottenere i seguenti prodotti principali:

  • Fibra (30% circa) che costituisce la parte esterna dello stelo;
  • Canapulo (65% circa) che è la parte legnosa;
  • Il restante sono polveri di vario genere.

Funzionamento di un impianto di stigliatura

Le balle, preferibilmente squadrate di grosse dimensioni provenienti dalla campagna, vengono aperte e le paglie di canapa preparate alle lavorazioni successive:

  • gramolatura a rulli- in cui le paglie passano attraverso coppie di rulli scanalati contrapposti che rompono il canapulo;
  • decorticazione- in questa fase si ha la maggiore separazione tra fibra e canapulo;
  • scuotimento a caduta- in sequenza ai decorticatori, sono installate delle macchine che scuotono le fibre mentre le trasportano su piani forati, più o meno inclinati. Lo scopo e di rimuovere per caduta la maggior quantità possibile di canapulo rimasto attaccato alla fibra;
  • pressatura – le fibre così ottenute vengono in genere pressate in balle compatte per facilitarne il successivo trasporto.

Il progetto dell’impianto di stigliatura prevede un investimento iniziale di 3.115.000 di cui il 50% sarà reperito mediante un versamento in conto capitale, ed il restante 50% mediante la stipula di un mutuo bancario ad un tasso di interesse fisso del 6%, per un periodo di 10 anni.

7 Produzione pannelli

Il reparto di conglomerizzazione pannelli è composto da una formatrice continua del materasso da pressare, in linea con una pressa continua a nastri di acciao flessibile, risolvendo il problema del calore necessario, predisponendo prima dell’entrata nei nastri di pressione, una serie di magnetron per elevare istantaneamente la temperatura di tutta la massa. Contrariamente, nel sistema ora in uso, Urea-formaldeide, si richiedono i cips di legno perfettamente essiccati (con un grande dispendio di energia) e lunghi tempi di sosta sotto pressione e temperatura elevata (200-230°C, trattandosi di materiale altamente coibente), per far raggiungere al centro del pannello una temperatura di 100°C. , necessaria alla polimerizzazione in un tempo adeguato alle esigenze di produzione, per evitare che all’uscita ne esca danneggiato per la delaminazione.

Invece nel mio sistema innovativo, per effetto dell’irraggiamento del magnetron sull’umidità residua del canapulo e sulla resina sensibile alle microonde, introduciamo la massa già in temperatura di 100°C, alla quale si eccita la resina bicomponente che ancora non indurisce, poi la stessa viene tenuta in temperatura e pressione, per determinarne il calibro, per un percorso di 8-10 metri a velocità costante ed adeguata al tempo di polimerizzazione, con un notevole risparmio energetico. All’uscita viene predisposto un taglio in corsa per determinare la lunghezza del pannello ed i rifilatori laterali per la larghezza ed un sistema di impilazione automatico.

Combinata all’operazione di conglomerizzazione dei cips di canapolo vengono incollate simultaneamente le due armature sottili di MDF le quali sono state introdotte: l’inferiore prima della formazione del cuscino da pressare e la seconda dopo la formatura dello stesso escludendo l’uso di distaccanti sulle lamine di acciaio della pressa.

Il costo dell’impianto di conglomerizzazione si aggira sui € 4.900.000 di cui il 50% sarà reperito mediante un versamento in conto capitale, ed il restante 50% mediante stipula di un mutuo bancario ad un tasso di interesse fisso del 6%, per un periodo di 10 anni.

8 Sintesi del Risultato operativo

Se la fibra viene venduta in balle senza valorizzarla si ottiene dal primo reparto un risultato operativo su di un fatturato di € 2.910.600/anno:

  • risultato operativo € 281,012
  • utile netto € 59,081
  • ROI % 10,10%
  • ROE % 3,79%
  • recupero investimento senza ammortamento mesi 81
  • recupero investimento con ammortamento mesi 683

Mentre per la produzione pannelli su di un fatturato di 11,340,000/anno:

  • Risultato operativo € 2,193,656
  • utile netto € 1,163,894
  • ROI % 23,23%
  • ROE % 47,51%
  • recupero investimento senza ammortamento mesi 33
  • recupero investimento con ammortamento mesi 51

9 Intervento pubblico

E’ uscito un bando di concorso indetto dal Ministero dello Sviluppo Economico in attuazione dell’Azione Strategica di Innovazione Industriale denominato “Efficienza Energetica” dove è previsto all’art. 3 punto b2: materiali ad alta efficienza per l’edilizia e l’architettura bioclimatica, che prevede un importo complessivo dei costi agevolabili non inferiore a 10,000,000 di euro.

Lo studio e la sperimentazione riportati nell’ allegato N°1 sono stati effettuati da me con la collaborazione dei ricercatori del dipartimento di Architettura dell’Università Politecnica delle Marche e del dott. Hans Peter Kohlstadt della soc. Pekopur per il collante bicomponente innovativo.

La stesura del business-plane è stata curata dalla soc. K.E.F.I. S.p.A. (Kenaf Eco Fibers Italia) di Guastalla (RE).

Pesaro (I), 29/04/08

P.I. Canti Max Tel (348/7916933) E-Mail m.canti@libero.it

più:

Studio di un sistema agro-industriale per la coltivazione, trasformazione e commercializzazione della canapa da fibra e dei suoi prodotti

pdf

fonte: chanvre-info



Introduzione e cenni storici
Maggio 5, 2008, 10:59 am
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In un economia avanzata potrebbe sembrare impossibile rinunciare al petrolio ed ai suoi derivati e ad una serie di pratiche invasive per l’ambiente come l’uso di prodotti chimici e pesticidi per non parlare dell’abbattimento di alberi per produrre carta.

Invece esiste una risorsa che può sostituire questi prodotti: la canapa, con cui si possono produrre, in modo più pulito ed economico, carta, tessuti, plastica, cosmetici, generi alimentari, materiali per l’edilizia, combustibili, vernici…

Ad esempio per produrre tessuti di cotone bisogna usare grandi quantità di pesticidi, con ripercussioni economiche ed ambientali, la canapa invece non ne richiede l’utilizzo.

Le sue fibre sono molto robuste e durature, tanto da essere state proposte come valida alternativa al cotone e alle fibre sintetiche.

Inoltre, grazie alla sua resa in biomassa molto alta, la canapa è considerata uno dei sostituti ideali del petrolio destinato alla produzione di carburante, perché l’utilizzo di questa pianta come combustibile da biomassa avrebbe il vantaggio di non far aumentare l’effetto serra.

Questi sono solo alcuni esempi dei vantaggi che si potrebbero trarre dall’utilizzo della canapa.

Basandoci sulla storia sappiamo che la canapa è stata, tra le specie coltivate, una delle poche, conosciute fin dall’ Antichità sia in Oriente che in Occidente.

In passato era coltivata in numerose zone europee, tra cui l’Italia, che occupava la seconda posizione nella produzione mondiale di canapa tessile, sia destinata ai filatii che al sartiame e al cordame nonché alla veleria vista la sua grande resistenza..

Henry Ford negli anni 30’ addirittura realizzò un prototipo di automobile, la Ford T, in cui sia la carrozzeria, che gli interni erano fatti di canapa; quest’ automobile pesava molto meno delle altre e il carburante utilizzato derivava anch’esso dalla canapa.

Il colpo di grazia la coltivazione di canapa tessile lo ricevette a seguito del Marijuana Tax Act del 1937, dove la si mise al bando negli Usa e poi di riflesso in gran parte del resto del mondo.

In Italia la coltivazione di canapa cessò del tutto negli anni 70’.

Le cause di questo declino iniziato negli anni 30’ sono molteplici: le principali possono essere individuate nella mancata industrializzazione della filiera di lavorazione del prodotto, per cui ci si ritrovava nella situazione in cui i contadini operavano manualmente dalla semina alla lavorazione per ottenere la fibra, con ripercussioni sulla rapidità e sul costo del prodotto finito.

La seconda è che contemporaneamente c’era stata una grande industrializzazione di altre fibre come cotone e juta che creavano una concorrenza spietata grazie all’automazione e all’industrializzazione dei cicli di produzione.

Anche il disinteresse delle pubbliche istituzioni nei confronti della canapa è stato un elemento che contribuì a questo declino.

Oggi per coltivare canapa a scopo industriale in Europa ci vogliono dei particolari permessi e vanno usati dei semi certificati con un tasso di THC inferiore allo 0,2%.

fonti:

http://www.usidellacanapa.it/

http://www.chanvre-info.ch

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