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Cari amici e amiche siamo giunti al bivio
Da Fuoriluogo, di Grazia Zuffa – 29 giugno 2008

Fuoriluogo è a una svolta. O riesce a fare il salto e a diventare punto di riferimento per un network sociale più ampio, al di là di Forum droghe. Oppure cessa di esistere, senza mezzi termini. Un poco come accade al manifesto, fatte le differenze. D’altronde non potrebbe essere diversamente, considerati i dodici anni di convivenza. Fuoriluogo è cresciuto e maturato, grazie a e insieme con il manifesto: è parte della storia del giornale.
Veniamo ai fatti. Il recente rilancio editoriale del quotidiano ci obbliga a ripensare la nostra collocazione all’interno. C’è anche un problema economico. Attualmente le spese di Fuoriluogo sono ripartite più o meno a metà. Forum droghe sostiene completamente i costi redazionali, di grafica e di impaginazione, quelli di carta e stampa sono a carico del manifesto. D’ora in poi, ci viene chiesto l’autofinanziamento completo.
Non è solo una questione economica, comunque assai rilevante per noi; è innanzitutto una questione politica. Troppe cose sono accadute e stanno accadendo sui temi che ci stanno a cuore, è inevitabile che anche Fuoriluogo vada ridiscusso. Pensiamo alla mancata abrogazione della legge Fini Giovanardi, su cui aveva puntato il movimento di riforma della politica della droga; fino al crescendo pauroso della “sicurezza” declinata come paura/esecrazione/odio dei tanti “altri da sé”. Certo, se Fuoriluogo chiudesse, verrebbe a mancare una delle poche voci che cercano di contrastare la deriva e che si sforzano di agganciare il discorso sulle droghe ai fatti, alle evidenze, alla ragione. Ma non possiamo nasconderci che una delle nostre idee forti – la sicurezza intesa come l’arte di “gettare i ponti” con l’altro/l’altra da sé, nocciolo vero della riduzione del danno – si è eclissata dalla scena politica ed è impallidita nelle coscienze dei cittadini. Così come una delle nostre sfide più ambiziose – saper parlare ai policy makers offrendo spunti e prospettive internazionali – è in larga parte caduta nel vuoto. È vero che anche la riflessione sulla sconfitta sarebbe più difficile senza uno strumento come il nostro, specie pensando alla preoccupante afasia dei soggetti che operano nel sociale. Sulle droghe la frantumazione si avverte ancora di più: il movimento della canapa quale “non-droga” tende a separarsi da quello per la riduzione del danno (buono solo per le droghe-droghe, si dice); nel mezzo l’allarme cocaina (un tempo droga a metà, oggi la droga per eccellenza), che conquista un po’ tutti. Così, da qualsiasi parte ti giri è sempre la Sostanza (buona o maledetta) al centro: che il rischio (ma anche il piacere) dipendano solo in parte dalla chimica è verità troppo complicata per i nostri giorni, parrebbe.
Una impasse di questa portata necessita di una risposta all’altezza. C’è bisogno di un nuovo strumento che, ben oltre le droghe, sappia creare collegamenti stretti con altri settori del sociale, oggi in sofferenza. Abbiamo sempre cercato di mantenere una panoramica ampia, fra penale e sociale: ne è riprova questo stesso numero in gran parte dedicato all’immigrazione e all’integrazione degli stranieri, in Europa e in Italia. Non sempre ci siamo riusciti però. In ogni modo, ci aspetta una verifica. Se ci saranno altri soggetti, gruppi, associazioni disposti a lavorare con noi (con idee, con uomini e donne nuovi e qualche fondo), allora Fuoriluogo potrà ripartire in autunno da un nuovo progetto editoriale. Altrimenti, non c’è spazio per lo “speriamo che me la cavo”. Il giornale è uscito per tanti anni grazie all’impegno volontario di una redazione compatta e di collaboratrici e collaboratori generosi. Per parte nostra, vogliamo lavorare ancora. Ma non dipende solo da noi.
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Comunicato stampa: Droghe e diritti umani
Verso la revisione delle strategie Onu sulla droga: la sfida di Vienna 2009
in occasione della giornata mondiale sulla droga
Sala stampa del Senato
Roma, Corso Rinascimento
Mercoledì 25 giugno 2008, ore 11.30-12.30
Mercoledì 25 giugno si terrà presso la sala stampa del Senato (ore 11.30-12.30) un incontro sul tema Droghe e diritti umani. Verso la revisione delle strategie Onu sulla droga: la sfida di Vienna 2009.
Promuove l’incontro l’associazione Forum Droghe in collaborazione con i senatori radicali del gruppo Pd e con: Antigone; Arci; Cnca Lazio; Cgil nazionale, Dipartimento welfare e diritti; Comunità San Benedetto al Porto di Genova; Gruppo Abele; Itaca Europa; Lia; Parsec.
Per adesioni: Marina Impallomeni mimpallomeni@fuoriluogo.it Nel corso dell’incontro le associazioni promotrici presenteranno una piattaforma di riforma delle politiche internazionale sulle droghe che abbiano come fulcro il superamento delle violazioni dei diritti umani, ad iniziare dalla abolizione della pena di morte per reati di droga.
Quest’anno la giornata internazionale di contrasto alla droga cade infatti mentre è in corso il processo di valutazione del piano decennale antidroga delle Nazioni Unite, approvato nel 1998 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla droga a New York. Nel 2009, a Vienna, verrà lanciato il nuovo piano dell’Onu.
Interverranno:
Vittorio Agnoletto, parlamentare europeo RC-Sinistra Europea; Stefano Anastasia, Forum Droghe; Rita Bernardini, Segretaria Radicali Italiani; Giuseppe Bortone, Cgil nazionale, Franco Corleone, Segretario Forum Droghe; Toni Dall’Olio, Gruppo Abele; Carlo De Angelis, Presidente Cnca Lazio; Patrizio Gonnella, Presidente Antigone; senatore Marco Perduca, Lia; Edo Polidori, Itaca Europa; senatrice Donatella Poretti, radicali-Pd; Fabio Scaltritti, Comunità S. Benedetto al Porto di Genova; Marco Solimano, Arci nazionale; Ingo Stockel, Parsec.
La piattaforma programmatica
La giornata internazionale del 2008 cade mentre è in corso il processo di valutazione del piano decennale antidroga delle Nazioni Unite, lanciato nel 1998 all’Assemblea Generale Onu sulla droga di New York. Il processo di valutazione è iniziato nel marzo 2008 nella sede Onu di Vienna e lì si concluderà nello stesso mese del 2009, alla presenza dei ministri e capi di governo di tutto il mondo.
E’ ormai chiaro che l’obiettivo, stabilito a New York, di “eliminare o almeno significativamente ridurre entro dieci anni” la produzione delle principali sostanze illegali, non è stato raggiunto e il mercato illegale delle droghe non ha subito contrazioni; emergono invece i danni di un approccio internazionale fortemente centrato sulla repressione delle coltivazioni, del traffico e del consumo anche a scapito di diritti umani fondamentali.
Come organizzazioni impegnate nella riforma della politica della droga e nella difesa dei diritti, poniamo al centro della ricorrenza internazionale del 2008 il tema dei diritti umani quale fulcro di nuove strategie sulla droga più razionali e umane.
Le attuali politiche antidroga violano i diritti umani con:
- La pena di morte per reati di droga. Nonostante diminuisca il numero degli stati che applicano la pena capitale, si è esteso il numero dei paesi che la applicano per reati di droga. Più di 30 paesi hanno la pena di morte per reati di droga, compreso il possesso. Negli anni recenti ci sono state esecuzioni per droga in Cina, Egitto, Indonesia, Iran, Kuwait, Malesia, Arabia Saudita, Singapore, Tailandia e Vietnam.
- L’eradicazione forzata delle coltivazioni illegali con l’impoverimento e l’abbandono dei terreni e delle case da parte di migliaia di contadini. Il piano antidroga lanciato a New York dieci anni fa, nello sforzo di “eliminare” le coltivazioni ha promosso strategie centrate sull’eradicazione forzata, costate miliardi di dollari, a scapito di programmi di sviluppo alternativo. E’ stato pagato un prezzo umano e sociale altissimo a fronte di risultati infimi: lo stesso rapporto ufficiale del direttore dello Unodc, Antonio Costa, presentato nel marzo 2008, riconosce che “la coltivazione di oppio e coca è rimasta largamente immutata nei dieci anni passati”.
- La criminalizzazione degli usi tradizionali di alcune sostanze nelle culture indigene. La persecuzione della secolare tradizione della masticazione della foglia di coca in Sud America costituisce una discriminazione delle minoranze e viola il loro diritto a preservare la loro identità culturale.
- La inadeguata difesa della salute dei consumatori. Se in molti paesi mancano o sono fortemente carenti programmi di scambio siringhe, altrettanto si può dire per la prevenzione delle overdose, mentre è spesso negato ai consumatori di droghe l’accesso alle cure per l’infezione da HIV. Più in generale, la stigmatizzazione e la criminalizzazione dei consumatori costituiscono un ostacolo a programmi efficaci di tutela della salute.
Tra gli obiettivi prioritari che il governo italiano dovrebbe sostenere al prossimo meeting Onu indichiamo:
- stabilire che la pena di morte per reati di droga è contraria alla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici.
- stabilire che la repressione dei reati di droga avvenga nel rispetto delle regole dello stato di diritto e della proporzionalità delle pene.
- porre fine all’eradicazione forzata e aumentare l’assistenza allo sviluppo. Promuovere programmi alternativi quali l’utilizzo della produzione di oppio afghana a scopo medico.
- rimuovere la foglia di coca dalla Tabella I della Convenzione internazionale sulle droghe narcotiche del 1961
- riequilibrare l’attenzione e le risorse finanziarie dalla legge penale alla tutela della salute. Questo obiettivo vale per tutti gli stati membri, compresa l’Europa e l’Italia. (Nel 2006, in Italia, i costi socio-sanitari sono stati di 1 miliardo e 743 milioni di euro, mentre la repressione penale ha assorbito quasi il doppio delle risorse, 2 miliardi e 798 milioni di euro).
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di Emma Bonino
Credo che ormai sia stato detto tutto pro e contro il proibizionismo delle droghe.
Mettendo da parte le posizioni esclusivamente strumentali e demagogiche credo che sia i “proibizionisti” che gli “antiproibizionisti” abbiano obiettivi comuni, vogliono la riduzione del consumo di droga, vogliono combattere il narcotraffico, la criminalità che si alimenta con il traffico di stupefacenti. Diversi invece sono i mezzi con i quali vogliono ottenere questi risultati.
Per non rischiare di ripetere cose dette mille volte propongo un esempio molto semplice per spiegare perché ritengo più efficace la politica antiproibizionista per ottenere quegli obiettivi comuni.
Il tabacco ha effetti devastanti sulla salute umana, produce dipendenza e provoca danni sociali immensi. La mortalità nel mondo a causa, diretta e indiretta, del fumo non è neppure paragonabile con quella delle droghe. Solo negli Usa 320 mila persone muoiono ogni anno a causa del fumo mentre poco meno di 4.000 a causa delle droghe.
Sulla base quindi delle stesse, medesime valutazioni che spingono a vietare la droga, sarebbe non solo legittimo ma urgentissimo vietare il commercio e l’uso del tabacco. Subito dopo, sempre calcolando il livello del danno sociale, bisognerebbe vietare il commercio e l’uso degli alcoolici. Solo alla fine della graduatoria della pericolosità sociale verrebbe la questione della droga.
Ma sappiamo tutti che vietare il fumo o l’alcool non produrrebbe la scomparsa di questi due “vizi” ma aggiungerebbe al danno sulla salute che provocano il danno derivante dal commercio clandestino che immediatamente sorgerebbe. Accanto ai narco-trafficanti avremmo i tabacco-trafficanti e gli alcool-trafficanti. I fumatori, occasionali o dipendenti, i consumatori di alcool, quelli occasionali come gli alcolisti, invece di recarsi dal tabaccaio o nell’enoteca per soddisfare il loro “vizio”, dovrebbero fornirsi dal mercato nero. I costi salirebbero e per acquistare tabacco e alcool molti sarebbero costretti a compiere reati, a fare rapine o spacciare tabacco o alcol, fare proseliti.
Non credo che alcuno possa dubitare che questo scenario, a parte dettagli, sarebbe perfettamente corrispondente alla realtà. Infatti nessuno è oggi così folle da proporre il divieto del fumo o dell’alcool. Tutti i governi cercano di avvicinarsi a questo risultato con mezzi più efficaci: campagne informative, induzione di mode comportamentali, divieti della pubblicità, limitazioni all’uso pubblico di queste droghe.
Perché allora queste stesse considerazioni non valgono per le altre droghe, per gli stupefacenti?
Perché non si provvede subito a riportare nella legalità il “vizio” della droga al pari degli altri vizi? Legalizzare, preciso, non liberalizzare. Non si tratta infatti, come qualcuno sostiene per screditare la posizione antiproibizionista, di mettere in distribuzione nei supermercati gli stupefacenti. Legalizzare vuol dire infatti regolamentare e non, come accade di fatto oggi, abbandonare il mercato alla legge del far west. Oggi infatti la droga è praticamente liberalizzata: si vende ad ogni angolo di strada, basta avere i soldi.
Legalizzare significa invece controllare, significa separare il problema sociale e sanitario del tossicodipendente da quello giudiziario e criminale. Legalizzare significa trovare, per ogni Paese, in relazione alla situazione del suo mercato e del tipo di consumatori di droga, l’equilibrio giusto fra disincentivazione della droga e sua reperibilità. In alcuni casi si tratterà di sola distribuzione controllata da parte delle strutture sanitarie, in altri paesi, di vendita su ricetta o con altre forme di controllo. Il prezzo della droga dovrà poi essere superiore al suo costo di produzione. Così i profitti della vendita potranno essere utilizzati per i recupero dei tossicodipendenti e per le campagne informative.
Ma in ogni caso questo equilibrio fra costo della droga e sua reperibilità dovrà impedire la convenienza del commercio clandestino, la necessità di compiere atti criminali o di proselitismo per acquisire la droga.
E’ quindi veramente incomprensibile, dal punto di vista teorico e alla luce dei risultati catastrofici della “drug war”, perché si perseveri nell’errore del proibizionismo, perché si alimenti consapevolmente il narcotraffico, perché s’incentivi la diffusione capillare della droga fra gli individui più indifesi, perché si faciliti la diffusione dell’Aids, perché si consenta la paralisi della magistratura e della polizia, ormai costretti ad occuparsi quasi esclusivamente di droga.
Vi sono certo difficoltà di ordine psicologico e politico per modificare di 180 gradi una posizione adottata da tutti i governi. A questo proposito molto convincenti sono le parole di John Golibert, da 21 anni senatore in rappresentanza del West Bronx: “Non è facile, dopo che si sono spesi miliardi di miliardi di dollari, dopo che si è fatta per anni la voce grossa, ammettere che la strada intrapresa era sbagliata. Non è facile ammettere il fallimento, riconoscere che il Re è nudo e guardare in faccia la nuda realtà”. Ma da sola, questa giustificazione, non è sufficiente. Perché infatti esporsi ad una sconfitta sicura, sperperare ancora miliardi di dollari.
Due sole possono allora essere le risposte:
Il proibizionismo è il nuovo volto del totalitarismo. Dietro la volontà di salvaguardare la salute dei cittadini si nasconde la tentazione, sempre purtroppo presente, di limitare le libertà individuali. Lo si è fatto in nome della religione, della classe, dello stato, della patria, della rivoluzione. Oggi questi miti sono piuttosto in disgrazia. Ecco che il demone della droga ben si adatta per ottenere lo stesso risultato.
Il proibizionismo è il nuovo alibi dell’imperialismo. Dopo l’autoscioglimento del nemico storico, il comunismo, serviva un nuovo nemico che consentisse agli eserciti di giustificare la propria esistenza, alle politiche di difesa dell’ordine democratico” di esercitarsi nella “liberazione” militare di altri paesi. La guerra alla droga, il “fraterno” aiuto militare ai paesi colpiti dai narcotrafficanti è l’alibi giusto per perseverare nel vecchio vizio dell’imperialismo.
Per tutti e due queste finalità serve la droga, servono i tossicodipendenti, servono i narcotrafficanti. Se non ci fossero si dovrebbero inventare.
Chi è allora veramente contro la droga?
Fonte: emmabonino.it
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di Pierangelo De Pace
Le leggi proibizioniste contro alcool e droghe producono solitamente effetti di natura economica e sociale difficilmente controllabili e prevedibili. Cercherò di chiarire alcuni punti importanti affrontando il problema attraverso logiche prevalentemente economiche. Eviterò, pertanto, di ricorrere ad argomenti di tipo libertario e di matrice conservatrice o religiosa per giustificarne a priori l’abolizione o l’adozione. Mi riferirò in linea di massima al caso americano, per il quale esistono dati e studi di rilievo, invitando il lettore a confronti e conclusioni che possano valere in senso più ampio.
Un punto comune sul quale penso che tutti siano d’accordo è la connessione tra l’uso di droghe e le azioni criminali, da quelle più lievi a quelle di natura più violenta. Esiste invece ampio disaccordo su quale sia il segno di tale connessione: coloro che si dichiarano a favore di leggi proibizioniste affermano che sia l’uso stesso di droghe la causa principale e scatenante dei crimini più sanguinosi; i più scettici, avversi ai metodi attraverso i quali la guerra alla diffusione ed all’uso della droga è condotta attualmente e di conseguenza più orientati verso leggi antiproibizioniste, sono generalmente dell’opinione che sia il tentativo di proibirne l’uso ed il consumo a causare un numero elevato di fatti di sangue.
A tal proposito, si osservino i due grafici seguenti (fonte: Drugs, Violence and Economics di David Friedman, il quale a sua volta si riferisce ad un articolo del 1999 di Jeffrey A. Miron, al momento Professore di Economia presso la Boston University). La prima figura riporta l’andamento temporale del tasso di criminalità misurato dal numero di omicidi ogni 100.000 abitanti negli Stati Uniti su un periodo di 100 anni, dal 1900 al 2000. La seconda descrive invece l’evoluzione, in termini reali e lungo lo stesso periodo di tempo, della spesa nazionale pro-capite destinata alle agenzie federali incaricate di far rispettare le leggi proibizioniste e/o restrittive riguardanti droga ed alcool.
Un’analisi veloce sembra fornire evidenza a supporto delle tesi antiproibizioniste: negli Stati Uniti d’America gli omicidi si mantennero alti durante il periodo proibizionista (1920-1933, periodo in cui il 18esimo Emendamento della Costituzione degli USA in tema di sostanze alcooliche rimase in vigore); si ridussero sostanzialmente dopo l’abrogazione delle leggi contro il consumo e la vendita di alcool; aumentarono di nuovo a partire dalla metà degli anni ‘60 dello scorso secolo, allorchè le risorse impiegate per la lotta alle droghe illegali divennero più ingenti. Da allora, il numero di omicidi si è mantenuto su livelli assai elevati.
Quella che appare come una chiara correlazione tra due variabili sembra indicare anche un sospetto rapporto di causalità: come lo stesso Miron conclude in un suo studio statistico del 1999, i tassi di criminalità recenti sono più alti del 25%-75% rispetto ai livelli che prevarrebbero in completa assenza di leggi proibizioniste.
Milton Friedman, Professore Emerito di Economia presso la University of Chicago, nonchè Premio Nobel nel 1976 e da sempre convinto sostenitore di leggi antiproibizioniste, afferma che, nei periodi in cui le leggi contro vendita e consumo di alcool furono in vigore negli USA, le morti per avvelenamento e consumo eccessivo di bevande ad alto contenuto alcoolico aumentarono in maniera drammatica. Nella stessa maniera, a partire dagli anni ‘70 del ‘900, da quando, cioè, la guerra alle droghe illegali si fece più intensa, le morti da overdose o causate dall’uso di sostanze adulterate e “tagliate” male sono diventate più numerose e frequenti.
Come qualcuno fa notare, l’introduzione di leggi antiproibizioniste potrebbe indurre più persone all’uso di droghe, ma questa conseguenza non è affatto chiara ed univoca. Il meccanismo funzionerebbe nel seguente modo: legalizzando, si distruggerebbe automaticamente il mercato nero delle droghe, il loro prezzo diminuirebbe drasticamente e la domanda tenderebbe ad aumentare di conseguenza. Questo potrebbe verificarsi con molta probabilità, ma si facciano anche le seguenti osservazioni: la marijuana è una droga dalla composizione fisica relativamente pesante e spessa. Per queste sue caratteristiche, i governi di ogni Paese hanno avuto un discreto successo nella sua interdizione rispetto a droghe di altro genere, strutturalmente più leggere e ben più pericolose come la cocaina o l’eroina. La diversa natura fisica di queste sostanze ha fortemente influenzato i tassi di successo delle forze dell’ordine nella lotta alla droga, ma ha anche influito sul prezzo della marijuana, aumentato enormemente nel tempo: le organizzazioni illegali che la producono e commerciano devono correre rischi più elevati per arrivare al consumatore finale, per cui tendono a praticare prezzi al consumo maggiori. Come se non bastasse, a causa dei rischi da parte delle organizzazioni trafficanti connessi con la distribuzione di droghe meno pericolose, si è sviluppato nel tempo l’incentivo a creare sostanze più potenti e meno rintracciabili ai controlli. L’effetto finale è stata la progressiva sostituzione del consumo di marijuana con il consumo di cocaina ed eroina; ma anche di crack, nato dal tentativo di rendere la cocaina più pratica nell’utilizzo e meno costosa. Tutto questo rappresenta una sorta di naturale innovazione imprenditoriale sviluppatasi nel contesto di un mercato illegale allo scopo di massimizzare i profitti. Esattamente come accadrebbe in qualunque altro mercato.
Legalizzando il mercato delle droghe, si è detto, la domanda di droghe potrebbe aumentare. A chi contesta il fatto che l’abbattimento conseguente e generalizzato del prezzo di tali sostanze indurrebbe un maggior numero di persone ad utilizzare droghe pesanti e dagli effetti dannosi, Friedman propone risultati empirici interessanti. Lo stesso meccanismo che porta gli individui a preferire le droghe pesanti quando il prezzo delle droghe leggere aumenta (come descritto brevemente nel caso di marijuana, cocaina ed eroina), funzionerebbe nella maniera opposta nel caso in cui i prezzi si abbassassero. Si assisterebbe probabilmente ad un maggior consumo di erba e marijuana a discapito di cocaina, crack ed eroina. E questo, in un’ottica di costi e benefici, costituirebbe senza ombra di dubbio un miglioramento desiderabile. Senza considerare il fatto che migliaia di bambini nati da madri tossicodipendenti non sarebbero più costretti a convivere sin dalla nascita e senza colpa alcuna con i problemi associati al consumo di droghe pesanti o con seri problemi di salute (in Maryland, ad esempio, il 25% dei bambini nati in ospedale manifesta i sintomi peculiari di questa dipendenza non scelta). Se si legalizzasse l’uso di droghe, una madre tossicodipendente non avrebbe alcun timore a richiedere assistenza medica prima di dare alla luce un bambino potenzialmente malato. Oggi finirebbe invece direttamente in galera, motivo per cui raramente l’assistenza medica prenatale è formalmente richiesta.
Allo stato attuale delle cose, i costi legati al tentativo di far rispettare il divieto di vendita e di consumo della sola marijuana negli Stati Uniti ammontano a circa 8 miliardi di dollari all’anno. Legalizzarne la diffusione sull’intero territorio nazionale implicherebbe un ingente risparmio in termini di spesa pubblica ed in più garantirebbe un gettito fiscale aggiuntivo nell’ordine dei 6.5 miliardi di dollari annui (limite massimo ipotetico nel caso in cui la droga fosse tassata, pesantemente, come correntemente vengono tassate le bevande alcooliche). Ma non è solo la questione strettamente venale che importa in casi come questi, anche se vi è da dire che quelle risorse recuperate in tal maniera potrebbero essere impiegate più saggiamente in progetti ed investimenti alternativi ed urgenti. Legalizzando l’uso delle droghe, si sconfiggerebbero alla radice le violenze indotte dal traffico illegale, oggi all’origine di un numero rilevante di vittime: si pensi agli scippi, alle rapine, ai furti, agli omicidi compiuti per procurare droga, il cui prezzo elevato non ne permette l’acquisto alle classi più povere.
Ancora secondo Milton Friedman, la proibizione delle droghe leggere e pesanti produce in media, ogni anno, 10.000 omicidi negli USA. Nella sola città di Baltimora, un’area urbana di medie dimensioni con i suoi 620.000 abitanti circa, si registrano usualmente 300-320 omicidi all’anno, l’80% dei quali legati a fatti di droga. Si pensi alle vittime tra le forze dell’ordine impegnate nelle campagne di lotta ai narcotrafficanti, alla corruzione latente e dilagante negli ambienti politici (non si faccia finta di indignarsi, ad esempio, se si scopre che anche un certo numero di parlamentari italiani è consumatore abituale di droghe sia pesanti sia leggere). Si pensi al costo sociale derivante da tasse più elevate, necessarie a finanziare una guerra sanguinosa, dagli esiti incerti e fino ad’ora per niente efficace; tasse da utilizzare per la costruzione di nuove prigioni anche per la detenzione dei consumatori di droghe, strutture che puntualmente diventano insufficienti e che, nel caso italiano, costringono i politici nostrani a promuovere indulti ed amnistie che rimettono in libertà anche i “veri” criminali, quelli potenzialmente più pericolosi per l’intera società.
Dal punto di vista più strettamente economico, l’intervento statale nelle faccende di droga attraverso la proibizione tout court non fa altro che consolidare una situazione di rendita in un mercato non contendibile, quella del cartello dei narcotrafficanti. In un mercato libero e competitivo ci sono migliaia di produttori e consumatori, migliaia di esportatori ed importatori. Chiunque, se volesse, avrebbe la possibilità di entrare nel mercato e comprare o produrre a propria scelta. In una configurazione come quella attuale è praticamente impossibile per il singolo individuo proporsi come produttore o come distributore sul mercato della droga, e neanche come importatore. Le norme vigenti contro il narcotraffico renderebbero il tentativo enormemente costoso per qualsiasi imprenditore senza la struttura, l’organizzazione e le risorse necessarie. Gli unici soggetti in grado di sostenere costi e rischi di questo tipo sono i grandi cartelli internazionali della droga, quelli cioè che hanno a disposizione uomini e mezzi sufficienti a fronteggiare con successo le limitazioni ed i divieti imposti dalla legge. La logica conseguenza è che il prezzo delle droghe si mantiene alto e questo esclusivamente per effetto delle politiche del governo che, di fatto, finiscono per proteggere l’oligopolio instauratosi nel tempo in questo particolare mercato. Una condizione ideale per questa gente, disposta anche ad accettare perdite in termini di vite umane pur di veder crescere i propri profitti.
Nel frattempo, oltre cinquecento economisti hanno deciso di firmare un appello a favore della legalizzazione della marijuana. Gli accademici, di fama mondiale e prevalentemente affiliati ad università americane, invitano l’intero Paese ad aprire un dibattito serio sulla legalizzazione di questa sostanza, convinti che sia possibile e desiderabile un regime in cui la marijuana sia innanzitutto legale e tassata e/o regolata come qualsiasi altro bene di consumo. La loro ferma intenzione è quella di portare all’attenzione di tutti i risultati teorici ed empirici che indicano come l’antiproibizionismo possa indurre benefici sociali ed economici non trascurabili e decisamente superiori agli eventuali ed inevitabili costi.
La conclusione di questo articolo è ovvia e naturale: le politiche economiche ed i problemi in generale non si affrontano facendo guidare la propria azione da principi morali discutibili e sui quali non tutti sono d’accordo. Le soluzioni si ottengono trattando le questioni in maniera oggettiva, nel caso economico analizzando a fondo costi e benefici di strategie alternative. In queste poche righe ho cercato di mettere in evidenza gli aspetti positivi dell’introduzione di leggi antiproibizioniste. Si dimostri con studi seri che la situazione attuale è preferibile nonostante tutto, ma non la si difenda per partito preso e senza confronto critico. Nel frattempo tanta gente continua a morire a causa di politiche che potrebbero essere migliorate e che si sono rivelate storicamente fallimentari.
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Assemblea Nazionale degli Estimatori della Canapa
Bologna, 28 gennaio 2007
VAG61 via Paolo Fabbri 110
La canapa come risorsa ecologica ed economica per uno sviluppo eco-compatibile
L’urgenza condivisa da tutti è che la canapa TORNI SUI CAMPI ITALIANI, con tutti i vantaggi che ne possono derivare.
Si è rilevato che manca una vera e propria filiera che consenta agli agricoltori di piazzare sul mercato la canapa prodotta: allo stato attuale delle cose infatti mancano stabilimenti per la trasformazione; per un industriale, inoltre, è praticamente impossibile trovare filati, carta o altri derivati della canapa per poterli inserire nel ciclo produttivo.
Infine, servirebbero microfiliere per la lavorazione della canapa che creino reddito per i piccoli contadini: oggi solo i grandi proprietari terrieri possono permettersi di coltivarla, e i beni che ne derivano sono quasi unicamente di lusso.
La soluzione è quella di informare e interessare gli imprenditori e investitori più attenti.
La canapa è stata bandita e vessata perché la diffusione di altri materiali – sintetici e non – ha lasciato intravedere nuovi e più lauti guadagni.
Ma la situazione è cambiata: il petrolio si sta esaurendo; la liberalizzazione di questa pianta, oggi, potrebbe essere addirittura più vantaggiosa della sua proibizione e, nel ritrovato business della canapa, un imprenditore attento sicuramente potrebbe vedere nuovi e più sani guadagni.
Questo determinerebbe una vasta diffusione dei campi di canapa, e farebbe tornare “normale” una pianta che è stata per troppo tempo demonizzata e sradicata criminalmente dalla terra e che invece è fondamentale per la salute di quest’ultima. Ha infatti proprietà disinquinanti, e già alcune aziende pensano di coltivarla nei terreni adiacenti ai loro stabilimenti per purificarli dall’inquinamento che esse stesse hanno prodotto.
Con la canapa si possono produrre un sacco di prodotti e potrebbe essere molto conveniente coltivarla, ma bisogna sostenere con incentivi governativi i contadini che oggi hanno problemi di commercializzazione, di macchine per il raccolto, di costi di trasporto o di lavorazione. Ma si tratta di una grande risorsa per il rilancio della nostra agricoltura, e comincia a prendere forma, in varie regioni italiane, un movimento contadino interessato al discorso.
Gli usi di questa pianta sono moltissimi: i vecchi canapicoltori, quelli che in passato hanno fatto in tempo a vederne campi interi, dicevano che è come il maiale della natura: non si butta via niente! Semi, foglie, fibra, cellulosa, tronco: ognuna di queste parti è utilizzabile in più modi, offrendo una quantità infinita di opportunità di applicazione. Inoltre è una pianta estremamente resistente, e i semi da semina hanno costi sostenibili.
Inoltre, le modificazioni climatiche che cominciano pesantemente a far sentire i loro effetti sulla salute del pianeta e di chi ci vive ci indicano una soluzione chiara: bisogna rispettare la natura. La canapa è una delle tante strade.
L’autocoltivazione per uso personale e il divieto della pubblicità di qualsiasi sostanza come strumenti di riduzione “dei danni”
In questo scenario non possiamo dimenticare che la canapa produce anche sostanze psicoattive che sono vietate.
Coltivarla senza autorizzazione può costare oggi da 6 a 20 anni di carcere.
Oggi in Italia vi sono svariati milioni di cittadini che consumano canapa o suoi derivati contenenti fitocannabinoidi. Queste persone devono rivolgersi quotidianamente al mercato nero per acquistare piccole quantità a prezzi esorbitanti e con forti rischi di incontrare sostanze inquinate e quindi dannose. Il consumo viene punito con sanzioni amministrative pesantissime, alle quali si aggiungono il rischio di perdita della patria potestà e del posto di lavoro, discriminazioni per gli sportivi, il divieto di donare sangue…
L’acquisto di piccole quantità non è reato ma la vendita sì. La coltivazione, anche di poche piante, è considerata spaccio ed è quindi molto più rischiosa del semplice acquisto quotidiano.
Ciò determina un proliferare del piccolo spaccio e della microcriminalità. Gli spacciatori da strada inoltre possono, stando nella dose massima consentita dal decreto Berlusconi-Fini-Giovanardi e vendendo a prezzi sempre più bassi, guadagnare molto più denaro smerciando eroina, cocaina o droghe chimiche piuttosto che canapa (più profumata, voluminosa ed economica).
Come ha denunciato anche il Ministro dell’interno G. Amato in questi giorni, questa situazione sta portando sempre più persone (soprattutto giovani) a consumare, spesso inconsapevolmente, droghe pesanti, perché disinformate su quali rischi possono incontrare.
I fitocannabinoidi sono sostanze molto meno pericolose delle principali droghe legali e illegali, sono conosciute e consumate da millenni e su questi argomenti esiste una amplissima bibliografia e documentazione scientifica.
Il ritorno alla legalità porterebbe un sensibile distacco dei consumatori di canapa dagli ambienti criminali, riducendo drasticamente i danni collegati all’attuale circolo vizioso proibizionista.
La possibilità dell’autocoltivazione, inoltre, sottrarrebbe un’enorme quantità di denaro alle mafie per reinserirla nell’economia legale.
Ricordiamoci poi che il mercato nero offre, sempre per i soliti motivi di
guadagno ad ogni costo, un prodotto dalla qualità pessima, a volte
malconservato o addizionata a paraffina, hennè e altre sostanze, che sono realmente nocive
per l’apparato polmonare e la salute di chi le inala e che nessuno si preoccupa di controllare.
Anche da questo si intuisce che lo spirito del proibizionismo non agisce per
motivi di salute pubblica!
Crediamo sia tornato il momento di restituire alla natura questo bene prezioso.
postato da Giovanni Foresti
fonte: mariuana.it
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Fonte:forum di tiaccaciproduzioni.info
Fase 1 – Totale inconsapevolezza
Fase 2 – Parziale consapevolezza
Fase 3 – Incazzatura!
Fase 4 – W la Rivoluzione…
Fase 5 – Abbattimento&Delusione.
Fase 6 – Totale consapevolezza
Fase 7 – Presa di coscienza
In dettaglio:
Fase 1. Totale inconsapevolezza…
Mangi dormi (fumi) e non capisci un cazzo, e in fondo ti sta bene così.
Fase 2. Parziale Consapevolezza.
Nella quasi totalità dei casi, casualmente (meno per necessità)…apri gli occhi e vieni a conoscenza di quanta merda c’è in giro…perdi i riferimenti…quel che ti avevano detto buono si dimostra cattivo e il contrario.
Fase 3. Incazzatura!
«Ma come? Ma cosa? Ma checazzo? Per tutto questo tempo mi sono fatto fottere come un pollo? ….Ah ma adesso ve lo rompo io il culo!»….che porta alla fase successiva….cioè:
Fase 4. W la Rivoluzione…
Vai in giro a cercar di svegliare quanta più gente è possibile…sbraiti, parli di rivoluzione…vuoi cambiare il mondo.
Fase 5. Abbattimento&Delusione.
Ti rendi conto che più ne sai e più la gente non ti crede…sei convinto di essere il Salvatore, ma vieni trattato peggio di Giuda…Mediti di suicidarti.
Fase 6. Totale consapevolezza.
Ormai sai…non puoi più far finta di niente…ma nello stesso tempo sai anche che non puoi fare nulla per cambiare le cose…e cerchi di limitare i danni…magari creandoti un tuo micromondo dove far entrare solo le cose che «vale la pena»…
Fase 7. Presa di coscienza. (suddivisa in 4 punti)
a. Sfrutta il sistema a tuo vantaggio.
b. Tutto quello che vedi è falso…quindi ragionaci sopra, informati e vedi come agire (se ne vale la pena).
c. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
d. Vedi di non farti inculare (che poi i cazzi sono i tuoi…e gli amici, ai quali prima facevi comodo…improvvisamente sembrano essersi vaporizzati).
by Ivan the Terrible & Delta9
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Usata da sempre nell’antichità, da quasi un secolo sei scomparsa. Canapa, canapa, perché ci hai lasciati?
Perché noi ti abbiamo lasciata!
Ti abbiamo lasciata perché ci siamo fatti convincere daiproduttori petrolchimici che sei una droga. Anche se fino agli anni 30 eri soltanto un medicinale,somministrato anche ai bambini.
Un’ottima materia prima per carta e vestiti, corde e vele per le navi. Una pianta facilissima da coltivare…
Poi la navigazione a vela venne sostituita da quella a vapore, poi si è scoperto che con la carta da albero si usavano più solventi chimici, e che costava meno. Poi si svilupparono nuovi materiali plastici e vernici a partire dal petrolio… e il gioco era fatto. I grossi gruppi industriali si coalizzarono portando avanti una martellante campagna di stampa durata anni, che riuscì a convincere la popolazione che la “marijuana” (termine prima sconosciuto, scelto ad hoc per glissare l’associazione canapa-pianta benefica) era una droga.
Così, nel 1937 iniziò il proibizionismo negli Stati Uniti (che per alcuni fu l’origine del consumo smodato di sigarette di cannabis) e ci si dimenticò, gradualmente, anche in Italia, all’epoca uno dei principali produttori, di quanto la cannabis fosse efficace come rimedio quasi privo di controindicazioni per le più svariate malattie (epilessia, glaucoma, asma, depressione, mal di testa…), anche per i bambini.
Ci si dimenticò di quanto fosse vantaggioso, per l’economia e per l’ambiente, riciclare i vecchi vestiti in canapa per produrre carta.
Non si sapeva ancora quali danni avrebbero prodotto le industrie petrolchimiche, né dove avrebbe condotto l’utilizzo indiscriminato del legno; si preferì ignorare anche gli effetti indesiderati dei farmaci.
Ed eccoci arrivati ad oggi: nell’immaginario collettivo rappresenta soltanto una droga, mentre per i nostri nonni era amica della salute. La canapa non si coltiva più, non si lavora più, quindi i suoi derivati costano molto. E così,possiamo comprare i cosmetici o gli abiti realizzati con canapa, ma solo in mercati di nicchia. La carta di canapa è quasi impossibile da reperire, mentre i semi – ricchi di nutrienti, alcuni dei quali molto rari – sono altrettanto introvabili. Alle auto, invece, come quella realizzata in prototipo da Henry Ford negli anni cinquanta, più funzionale di quelle in plastica e metallo (pesava un terzo di meno!), non ci pensa più nessuno. E ancor meno alla canapa come biomassa, cioè come fonte di energia, come combustibile per riscaldamento e come carburante per i trasporti.
Fortunatamente c’è chi è tornato a coltivare canapa, stimolato anche dalle recenti sovvenzioni della Comunità europea, e chi è riuscito a produrre un sostituto del cemento proprio con la cannabis! Chissà quanti altri impieghi (oltre ai numerosissimi già studiati e realizzati) si potrebbero inventare sulla base di questa pianta, così versatile che per gli indù fu un dono degli dei: spuntò dove essi lasciarono cadere una goccia di nettare.
Allora si capisce che i gruppi del settore petrolchimico siano spaventati da un ritorno alla canapa: verrebbero drasticamente ridimensionati. Il farmaceutico e il medico subirebbero un’altrettanto sostanziale ristrutturazione. Ma l’acqua, l’aria e la terra verrebbero sollevate da un grosso sforzo di smaltimento.
Infatti:
-la carta di canapa non richiede acidi sulfurei (principali inquinanti dei fiumi), né sbiancanti (che producono diossina), né l’abbattimento di alberi (le coltivazioni di canapa crescono velocissime e producono, per ogni acro coltivato, una quantità di cellulosa superiore di 4 volte rispetto a quella ricavata dal legno);
-la pianta di canapa è interamente sfruttabile, quindi presenta poco scarto, e comunque biodegradabile o facilmente riciclabile;
-le coltivazioni di canapa non necessitano di pesticidi e come miglior fertilizzante richiedono il concime, si adattano anche a terreni aridi e sfruttati; per ogni acro coltivato, rendono da 2 a 3 volte di più del cotone;
-le piante di canapa, opportunamente seminate, proteggono la crescita dei nuovi alberelli senza soffocarli, oppure, piantate intorno alle zone da riforestare, creano una cintura di protezione dalle erbacce infestanti.
Riforestare significa rivitalizzare i polmoni della terra ma anche ripristinare i bacini idrici, attualmente rovinati e all’origine della nascente crisi mondiale dell’acqua.
Parlare poi degli effetti sulla salute derivanti da un miglioramento delle condizioni ambientali e da farmaci con ridotti effetti collaterali, è del tutto superfluo.
Perché, allora, ci prendiamo in giro cercando complicate soluzioni ecocompatibili ai problemi che affliggono la nostra società (rifiuti,inquinamento d’aria e acqua, incidenti alle petroliere, guerre per il petrolio, scarsità d’acqua potabile,residui chimici da pesticidi e fertilizzanti, nuove malattie…), quando la soluzione è, come spesso accade, la più semplice?
di Roberta Marzola
Fonte: jubal editore
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La marijuana è più potente di prima.
Con quest’affermazione si cerca di far passare l’idea che le droghe sono tutte uguali. Magari una volta la Marijuana era una droga “leggera”, ma oggi, con le manipolazioni, questa è diventata una droga “pesante”. Fini lo dichiara apertamente in una trasmissione pubblica, come se fosse vero e come se lui ne fosse personalmente informato. Solo che non cita un solo studio, una fonte, un parere scientifico, o altro a sostegno di questa tesi. E’ vero e basta, l’ha detto lui, l’ha detto in Tv per cui se non è vero lo diventa. Poi magari si accodano anche altri, fino a giornali seri come Repubblica che titolava in un articolo :
“Svizzera stop alla marijuana Ogm ” dove si afferma che la marijuana del Canton Ticino contenga il 25 % di THC ( il principio attivo ). Ma è vero o no questa asserzione?
Che ci siano tanti tipi di marijuana, alcune più potenti altre più blande è sicuramente vero. La differenza, però, non sta solo nella concentrazione. La marijuana non contiene un solo principio attivo, ma numerosi. Le varietà di THC sono molte. Per cui la diversa combinazione, i diversi dosaggi tra questi vari principi contribuisce a determinare la potenza, il tipo, la qualità della marijuana e/o dei sui derivati.
Oltre che da Fini, la storia fu ripresa da Sirchia. Ma da dove nasce? Fu il prefetto Soggiu (responsabile del dipartimento nazionale per le politiche antidroga) a mettere in giro questa idea.
Peccato però che Il prof Franco Lodi, tossicologo e direttore dell’istituto di medicina legale dell’Università di Milano, che riceve da polizia e carabinieri i campioni sequestrati per le analisi, in una delle più grandi piazze di consumo italiane, afferma : “I valori della cannabis italiana si attestano sul 5/6 % in qualche raro caso arrivano all’8 % “. Quindi o si dice che il prof Lodi mente sapendo di mentire, visto che è informatissimo data la professione, oppure mentono, sbagliano, confondono,terrorizzano, Sirchia, Fini, Soggiu, fate voi. Per me la seconda che ho detto!!
Quanto le affermazioni di Fini e compagnucci siano fasulle lo rivela anche un altro studio. Ma di quelli seri, non quelli di Sirchia e Fini. Dal 1980 un istituto specializzato presso l’università del Mississippi (Potency Monitoring Project) analizza ogni anno più di mille campioni provenienti da tutti gli Stati Uniti, e perfino dalla Colombia e dai Caraibi, dove sono in atto le più sofisticate tecniche di coltivazione. Tale istituto ha rilevato che la percentuale di principio attivo è rimasta nel tempo stabile tra il 3 ed il 6 %. Confrontare per quanto affermato Blumil “Marihuana” ed. Einaudi .
Libro che invito i signori sopra a leggere, cosi da evitare figuracce (ma tanto la faccia è tosta!!).
Perchè almeno il dott. Sirchia a salvaguardia della sua fama, su una questione che lo dovrebbe vedere competente avrebbe il dovere di informarsi o quantomeno di non diffondere false informazioni. Peggio ancora legiferare su dati sbagliati, sapendo che sono sbagliati e mandare per questo in galera qualcuno!! Sicuramente è inconcepibile che si basino leggi, che incideranno sulla vita di tanti (visto il grandissimo numero di consumatori). Ciò è davvero insopportabile. Di certo non è una novità.
Un ‘altra affermazione che gira, parallela a quella sopra, è che oggi la marijuana è più potente perchè si produce una “micidiale sensimilla“! Ma cosa vuol dire sensimilla? Vuol dire semplicemente “senza semi”! Questa è una tecnica di coltivazione nota dalla notte dei tempi, gli ogm non ci azzeccano niente. Si tratta di evitare l’impollinazione della pianta femmina da parte di quella maschio. La canapa è una pianta dioica con il maschio che produce polline con il quale feconda la femmina, che produrrà infiorescenze ricche di semi.
La sensimilla si ottiene estirpando dalla coltivazione gli esemplari maschi prima della produzione del polline. Questo impedisce che la femmina compia il suo ciclo dando luogo a fiori e frutti (semi). Cosa che farà si che la pianta avrà una maggiore infiorescenza (la parte buona da fumare!) ed una maggiore quantità di resina. Maggiore quantità non significa maggiore concentrazione, non confondiamo. Supponiamo di trovare un sistema per produrre da un litro di latte due kg di burro invece del kg standard. Questa sarà una tecnica per produrre più burro, che non è detto ci un dia un burro più grasso o più buono. Semplicemente ne avremo di più. Quindi il motivo è avere maggior quantità di erba da fumare con una singola pianta. Infatti i semi mica li puoi fumare! C’è anche un motivo di ordine pratico: non potendosi fumare, i semi vanno scartati e questa è operazione molto fastidiosa. That’s all baby! Sensimilla quindi non significa pianta più potente. Se la pianta, il seme, non sono “buoni” in partenza, o se la pianta viene coltivata in modo sbagliato, anche con questa tecnica si avrà una sensimilla non buona da fumare!
Ma se anche dessimo per scontato che sia come dicono Fini e compagnucci, che si abbia un marijuana più potente. Alla peggio si avrebbe che un fumatore otterrebbe lo stesso effetto con una minore quantità di sostanza. E che problema è? O si vuole sostenere che si rischia l’overdose? Questa ancora teoricamente possibile, costringerebbe un assuntore a fumarne qualche Kg e probabilmente morirebbe per lo schifo e non per overdose da THC! La verità che da quando si conosce questa sostanza ad oggi non è stato possibile dimostrare una sola morte a causa di questa sostanza. Figuratevi che casotto avrebbero messo su i proibizionisti nel caso se ne fosse potuto dimostrare anche solo una! Invece sono costretti ad inventarsi balle colossali, con campagne terroristiche, antiscientifiche e controproducenti, visto che, se l’obiettivo era ridurre il consumo, si è ottenuto l’esatto contrario per la gioia dei trafficanti.
Fonte: Fuoriluogo
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Firenze, 23 Marzo 2007. Una ricerca pubblicata sulla rivista “The Lancet” sostiene che l’alcool e il tabacco siano piu’ nocivi delle droghe proibite? E’ la scoperta dell’acqua calda. Basta ricordare che muoiono in Italia ogni anno circa 90.000 persone a causa del tabacco e 40.000 per l’alcool, a fronte di 0 (ZERO!) decessi per cannabis. Eppure quest’ultima e’ proibita, talmente proibita che, qualora se ne possegga piu’ di 0,5 grammi, si va in carcere dai 6 ai 20 anni.
Per questo, abbiamo messo a punto due proposte di legge, la prima per legalizzare la cannabis, la seconda per proibire alcool e tabacco alla stregua di tutte le altre sostanze gia’ inserite nelle tabelle della legge Fini-Giovanardi. I proibizionisti siano coerenti nelle loro idee! Qui la nostra campagna “Tutte legali o tutte proibite”: http://droghe.aduc.it/php/articolo.php?id=15741
Fonte: Aduc-di la tua
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Dieci motivi per cui non la legalizzeranno mai
1.Perché la gente è ignorante e vuole continuare ad esserlo
In questi anni di “attivismo” pro maria, la cosa che più mi ha demoralizzato, è stata la reazione della gente comune. Oltre al fatto che l’ignoranza in materia dilaga, ma non solo per quanto riguarda il discorso cannabis, la maggior parte della gente è assai restia a riformattarsi il cervello da cent’anni di menzogne.
Per quasi l’intera popolazione di questo pianeta, la “marijuana” sarà sempre una DROGA, hai voglia a dirglielo, hai voglia a dimostrarglielo…niente! Per loro rimane DROGA.
A meno che non gli venga un cancro, l’AIDS, il glaucoma, la sclerosi multipla, un attacco epilettico, l’umano medio, non si accorgerà mai di quanto sia straordinaria questa pianta.
Ma il fatto più sconcertante, è che una certa ignoranza e strafottenza l’ ho notata soprattutto nei consumatori ( a scopo ludico) di cannabis.
2 .Perché la gente ripone totale fiducia nei medici e nelle aziende farmaceutiche
In tutti i trattati, le testimonianze, gli aneddoti, che in questi anni ho letto, ho notato una cosa assai
curiosa, o almeno incomprensibile per me.
Situazione tipo:
Un tizio sta male, si reca dal medico. Questi gli diagnostica una grave patologia (spesso mortale o menomante) e gli prescrive dei farmaci legali.
Il tizio comincia la cura. I sintomi che gli causavano fastidio vanno pian piano scomparendo, ma ne subentrano degli altri assai più intollerabili.
Il tizio torna dal medico e gli spiega la situazione. Il medico lo informa che trattasi di effetti causati dal farmaco stesso (controindicazioni). Nella maggioranza dei casi, il medico riduce la dose.
Il tizio torna a casa e riprende la cura, ma con scarsi risultati, i fastidi patologici di base rimangono e in più si deve sorbire anche le controindicazioni.
Dopo svariati anni, il tizio, che nel frattempo è peggiorato, incontra la cannabis. Un parente, un amico, un figlio, un consulente, in genere in maniera casuale, gli passa una canna.
Il tizio fuma e pensa: “Tanto, peggio di così non posso stare”.
Si sente subito meglio e non sa spiegarsi il perché.
Ritorna dal medico e in maniera assai entusiasta lo rende partecipe dell’incredibile scoperta.
Il medico tentenna e otto volte su dieci esclama: “Non è possibile! La Cannabis non solo non ha nessuna proprietà farmacologica…è soprattutto una DROGA pericolosa!”.
Gli sconsiglia vivamente la nuova cura e gli cambia i farmaci. A volte capita che gli da dei farmaci che “curano” le controindicazioni. (un farmaco che ti dovrebbe curare da un farmaco che ti dovrebbe curare…)
Il tizio torna a casa mogio mogio. Riprende la cura consigliatagli dal medico.
La malattia peggiora, i farmaci gli incasinano la vita…il tizio sta malissimo.
Spesso per caso, raramente per scelta, il tizio rincontra la cannabis.
Fuma, sta subito meglio.
Continua a fumare per un po’ e prendendo meno farmaci vanno via anche le “controindicazioni”.
Il tizio riprende a vivere.
Ritorna dal medico e (un po’) s’incazza.
“Ma com’è che appena mi faccio uno spinello, mi sento subito meglio e non vado in contro a nessuna controindicazione spiacevole?”.
A questo punto, il 50% dei medici risponde: “Cosa devo dirti, se proprio ti fa bene continua cosi’, ma sappi che io sono abbastanza ignorante in materia e sappi pure che non posso prescrivertela perché è una DROGA illegale.”
L’altro 50% risponde: ” Nella cannabis non c’è nessuna certezza, le ricerche in merito ci dicono che a lungo andare potrebbe avere delle conseguenze devastanti per l’organismo umano, io te la sconsiglio vivamente!”.
C’è anche chi (molto raramente) consiglia di provare prodotti sintetici a base di cannabinoidi, ma che costano molto e non danno gli stessi benefici della cannabis fumata.
A parte il fatto che al tizio, delle conseguenze a lungo termine, non dovrebbe fregargliene più di tanto, il motivo principale, che dovrebbe far puntare l’ago verso la cannabis, è soprattutto i giovamenti che ha provato sulla propria pelle.
Il tizio invece che fa? Va a casa mogio mogio (e incazzato) e riprende la cura “ufficiale”.
Solo pochi mandano a quel paese il medico e tutti i farmaci e (fra mille difficoltà e la paura di venire arrestati) , si curano con la cannabis e riprendono a vivere.
La maggioranza vive, o conclude la propria vita, fra innumerevoli dolori e sofferenze, con in testa sempre le stesse domande:
“Ma perché non mi possono prescrivere la cannabis?…Ma non mi credono quando gli dico che sto meglio? Perché devo soffrire quando so che esiste una sostanza che riesce a farmi vivere in maniera normale?”….però…se loro dicono che è una DROGA pericolosa…deve per forza esserlo…
3 Perché una ricerca seria sulle proprietà benefiche della cannabis non la faranno mai!
Fino ad una quindicina d’anni fa, le uniche notizie sulle proprietà terapeutiche della canapa erano incomplete, ma soprattutto insufficienti, il merito va soprattutto alla macchina tritadocumenti di Hanry Anslinger. Negli ultimi anni, grazie ad alcuni ricercatori indipendenti o a medici che sono stati “invogliati” solo dopo che un parente si è ammalato, qualcosa sta venendo fuori.
Sembrerebbe che come si mette mano alla canapa si riscontra qualcosa di buono. E’ un “farmaco” assai versatile, agisce prevalentemente sui centri nervosi, per cui rientra come possibile cura, in tantissime patologie, più di quanto noi tutti possiamo immaginare.
Ma… il termine “farmaco” si riferisce generalmente a un singolo prodotto chimico sintetico che è stato realizzato e brevettato, generalmente da un’ industria farmaceutica…
L’iter è lungo e la ricerca è assai costosa…. Il costo è sostenuto dall’industria farmaceutica, che può arrivare a spendere duecento milioni di dollari o più prima che il medicinale arrivi sugli scaffali delle farmacie. La società è disposta ad investire una somma così forte solo se è ragionevolmente sicura che il prodotto chimico avrà successo come medicinale e quel medicinale renderà degli utili.
La società ha diciassette anni di tempo per recuperare il suo investimento… (USA)
(Marijuana , la medicina proibita Lester Grinspoon e James Bakalar).
La Cannabis non è brevettabile! Al massimo potrebbero brevettare un “sintetico” che non ha gli stessi effetti dell’originale e visto che basta un semino, un po’ d’acqua e tanto sole per far venire su una pianta di cannabis, chi comprerebbe un farmaco costoso che non da gli stessi benefici?
Preso atto che, l’unico governo in grado di sponsorizzare una ricerca seria e totale sulla cannabis è proprio quel governo che ha dichiarato guerra a “maria” e vorrebbe vedere tutte le piante di canapa del mondo bruciare in un unico falò (USA), una ricerca moderna sulle proprietà benefiche della cannabis non la faranno mai!.
4 Perché, da sei anni a questa parte, la prima settimana di maggio, milioni di persone scendono in piazza in tutto il mondo, per protestare contro quest’assurda “war on drugs” rivendicando il diritto a curarsi come meglio gli pare e nessuno riporta la notizia e mai la riporterà.
15.000 circa erano i “tossici” che hanno bloccato il centro di Roma sabato 6 Maggio 2006…e 10.000 erano l’anno prima…sentito qualcosa?
A meno che non eravate a Roma fra i manifestanti, non credo che la notizia sia arrivata, almeno non in maniera ufficiale.
Nessun Tg nazionale, nessun quotidiano, nessun organo informativo di rilievo ha dato la notizia.
Se quel pomeriggio di maggio a Roma ci fossero state 10.000 persone a manifestare per la salvaguardia delle papere…sono sicuro che qualche Tg avrebbe almeno dato la notizia.
5 Perché canapai legali sono “sconvenienti” non solo per le multinazionali farmaceutiche, ma anche per quelle tessili, quelle petrolifere, quelle cartarie…
Arrivati a questo punto solo gli asini testardi non ammettono che la canapa potrebbe danneggiare l’intero sistema economico mondiale. Questa pianta, come nemici si è scelta una bella schiera di potenti. Gente che decide cosa dobbiamo mangiare, come dobbiamo vestirci, come curarci e come fare andare le nostre auto puzzolenti e intossicanti.
Ma non lo decidono per il nostro bene, ma per la loro tasca.
Questa è gente ricca e potente, gente capace di pilotare un elezione presidenziale americana o di essere artefice di una guerra o di un’occupazione…gente capace di inventarsi una malattia solo per vendere più farmaci.
6 Perché con la scusa della DROGA, la maggior parte dei governi mondiali, tiene a bada una buona porzione di popolazione di potenziali elettori e c’è addirittura chi “U.S.A.” questa scusa per controllare i governi di altre nazioni.
Gli statunitensi sono maestri in questa arte. Dovete sapere che se in america vieni beccato con una canna perdi il diritto di voto…cosa che non accade con gli stupratori.
Se il pianeta decidesse di legalizzare tutte le droghe, non solo la mafia avrebbe un duro colpo, ma soprattutto la politica internazionale americana.
Non avrebbero più la scusa di rovesciare governi, intraprendere accordi, pagare in droga, o testarle per scopi bellici.
7 Perché nonostante siamo arrivati nel XXI secolo, i luoghi comuni sono duri a morire.
Se t’infangano il cervello per un centinaio d’anni con un bombardamento di menzogne, in genere non ti fai più domande…dai per scontato quel che ti dicono, specie se a dirtelo è un omino in giacca e cravatta o addirittura con un camice addosso. Poi se a dirvelo è la TV…allora è come se fosse DIO a parlare.
I proibizionisti sono stati capaci di renderci “sovversivi” “paranoici” “complottisti” agli occhi della popolazione ignorante…per cui non siamo credibili.
Per 300 anni l’uomo non ha mangiato la melanzana perché qualche coglione l’ha vista viola e bitorzuta e l’ha chiamata “mela insana”.
8 Perché legalizzare è un processo assai articolato e complicato.
Ci vorrebbero circa 3000 pagine per spiegarvi il concetto e forse nemmeno ci riuscirei
Prendete per buona solo l’affermazione.
9 Perché la cannabis in galera, in qualche maniera è anche redditizia.
Sapete quanti soldi girano per processare i tossici, per multarli, per ricoverarli in pseudo centri di recupero? E’ un business incredibile!
Ma non solo!…La “troca” illegale, serve per denigrare, ricattare, infangare, far perdere prestigio, incarcerare ingiustamente, ghettizzare…
10 Perché dopo un secolo e più di menzogne, nessun governo dichiarerà mai: “Scusate ci siamo sbagliati…o meglio vi abbiamo mentito”.
Qua non c’è bisogno di spiegazioni
…e ti metto anche l’undicesimo motivo…quello più importante…
11 Perchè alla gente che assume cannabis e che marginalmente conosce il problema, non gliene può fregar di meno, di me, della TIACCACi, della consapevolezza, di non venir fregati, di finire in galera, di intossicarsi con prodotti legali…basta che li fai fumare e casomai gli dai in premio anche un bong o un ciloom…loro son contenti…
Ivan il terribile
Fonte: Forum Tiaccaci produzioni