Hempyreum’s Weblog


Usa. Niente seppi, niente consumai: le ambizioni del “Just Say no”
Luglio 22, 2008, 3:56 pm
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22-07-2008
 
Droga: vietato parlarne.E’ questa l’elevata ambizione del programma “Just Say No”, una sorta di ‘tolleranza zero’ contro l’informazione sulla droga. Non che si tratti, naturalmente, di una censura a tutto campo sulle sostanze illegali. Sarebbe troppo semplice.L’intenzione del “Just Say No” è quello di limitare il più possibile la trasmissione di dati e di racconti di esperienze individuali. Meglio così, ritiene Robert Ali che dirige i Drug and Alcohol Servces SA clinical services.Può sempre sembrare che i governi statali e il governo federale siano indulgenti con siffatte sostanze.Classici esempi di nemici da debellare sono i siti dove gli utenti si dilungano sugli effetti dell’ecstasy o di mix strani, oppure su come è meglio o peggio assumere certe sostanze.”Dopo mezz’ora mi sentivo così e cosà…il mio cuore andava a mille all’ora…ne basta un quarto di pillola” eccetera: tutti concetti da censurare.In realtà, spiega il professor David Caldicott, tossicologo di Adelaide, è proprio l’assenza di un’informazione grosso modo ufficiale a spingere i ragazzi a fare da soli, con tutti i rischi che ne derivano.Più che preoccuparsi per l’incitamento all’uso, ci sarebbe da preoccuparsi per l’esattezza di quanto si raccontano a voce o via web.

fonte: www.droghe.aduc.it



Italia. Giovanardi: finite le ideologie, siamo tutti proibizionisti. Fed. comunita’: bravo, vai, sei grande!

19 luglio 2008

E’ superata la polemica ideologica con le comunita’ terapeutiche sulla legge Fini-Giovanardi. La legge e’ stata digerita e si e’ preso atto che e’ una buona legge’. A parlare e’ uno dei due firmatari della normativa contro la tossicodipendenza, Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del consiglio e responsabile del Dipartimento nazionale antidroghe, che ha incontrato a Roma le stesse comunita’ per una ricognizione delle criticita’ del sistema. Dal confronto, ‘ho preso atto con grande soddisfazione che i paletti che abbiamo introdotto, ossia che drogarsi non e’ un diritto ma un illecito e che le misure per il tossicodipendente sono finalizzate al recupero e non sulla cronicizzazione, sono ampiamente condivise dagli operatori. Questo dimostra che le polemiche che hanno accompagnato la nascita dela legge erano infondate. Qui oggi, fra le tante comunita’ che abbiamo ascoltato, solo il Cnca ha sollevato qualche critica. Tutti gli altri, hanno posto questioni concrete con la voglia di contribuire al miglioramento del sistema’. In particolare, e’ emersa la necessita’ di rendere piu’ virtuoso il rapporto pubblico-privato e di superare le disuguaglianze dei servizi a livello regionale. Giovanardi ha annunciato che a breve si incontrera’ con la Conferenza stato-regioni per un approfondimento sul tema.    

FEDERAZIONE COMUNITA’ CHIEDE PIU’ SOLDI E POTERE -
La Federazione delle Comunita’ Terapeutiche ritiene ‘fondamentale che il nuovo Dipartimento nazionale assuma un ruolo di cerniera tra le diverse conoscenze, esperienze tecniche e le scelte politiche del Governo’. E’ quanto afferma la Fict al termine della riunione con il Sottosegretario Carlo Giovanardi. Tra le richieste della Fict, ‘l’integrazione dei servizi’ che deve avvenire in un’ottica simmetrica con il passaggio da Enti Ausiliari a Enti Accreditati, evitando competizioni inutili tra pubblico e privato. Chiesta anche una ‘omogeneita’ di trattamento su base nazionale’: molte Regioni, circa la meta’, non hanno ancora applicato gli Atti di Intesa Stato Regioni ed esiste una notevole differenza negli investimenti sui servizi Per quanto riguarda le risorse economiche, secondo la Fict si assiste, anno dopo anno, al depauperamento dei fondi (l’Italia investe nel settore la meta’ di quanto stanziato dagli altri paesi della UE) sia in personale per i servizi. La Fict ha proposto, tra l’altro, un coordinamento forte tra il il Governo Centrale e quello locale delle Regioni; il ripristino del fondo Nazionale per la lotta alla droga, separato per le Dipendenze; di impegnare le Regioni ad uno stanziamento per le dipendenze pari almeno all’ 1,5% del fondo sanitario di loro competenza; di costituire un Osservatorio Nazionale sulla droga che permetta una lettura omogenea e coordinata con quella delle Regioni.
Oltre ad un maggiore ruolo per se’, la Federazione spiega che tutte le droghe sono pesanti. Nessuna critica e’ stata mossa nei confronti della legge Fini-Giovanardi.

TICKET NEI SERT? PER GIOVANARDI E’ IDEA INTERESSANTE  -
Un contributo economico ai Sert da parte delle famiglie piu’ abbienti per le prestazioni ricevute dai congiunti. E’ una delle proposte avanzate da alcune comunita’ terapeutiche. Questa sorta di ticket, che nelle intenzioni dei sostenitori, dovrebbe essere applicato solo alle famiglie benestanti ed ovviare alla limitazione dei posti e quindi ad evitare di penalizzare chi ha meno possibilita’ economiche, e’ stato definito uno ’spunto interessante’ da Giovanardi. ‘E’ uno dei tanti argomenti che sono emersi oggi e sul quale va fatta una riflessione. Ma - ha precisato - non e’ l’unico’. Il sottosegretario ha segnalato che, ad esempio, in Brasile chi ricorre al servizio pubblico per la tossicodipendenza paga regolarmente il proprio contributo.  

Fonte: aduc



Elizabeth Perkins (Weeds): “La marijuana dovrebbe essere legalizzata!”
Luglio 15, 2008, 11:16 pm
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 15 luglio 2008

Sebbene Weeds sia una serie che tratta in maniera piuttosto autentica la vendita e la coltivazione della marijuana e il business che vi gira attorno, nella dark comedy della Showtime gli attori non maneggiano veramente ‘erba’, ed in un’intervista a FANCAST, Elizabeth Perkins, Celia Hodes nella serie, ha rivelato il tipo di erba usata e le sue idee in materia di legalizzazione della marijuana.
 
Secondo la Perkins, i produttori della serie hanno una scorsa di falsa marijuana, con cui non ti sballi ma che somiglia e profuma come quella vera: “Se fumassimo vera erba, ha spiegato l’attrice, non combineremmo niente. Quest’erba falsa è come una sigaretta alla rosa, al garofano e alla cannella, tutte mescolate assieme. E’ una combinazione di erbe che non fa sballare, anche se profuma come la marijuana e se si girano molte scene in una giornata, ti senti la testa leggera: insomma, è divertente“.
 
Ma se la Perkins sul set non fuma roba vera, questo non significa che sia contro la vendita legale di erba: “Penso che sia una cosa pazzesca che non sia legale, ha detto ancora l’attrice, e penso che sia pazzesco che la gente finisca in galera per un po’ d’erba. Io sono pro-legalizzazione della marijuana, perché non penso che sia una droga pesante o pericolosa. Questo non significa che gli studenti possano farsi tutti i bong che vogliono, ma gli adulti possono fare quello che vogliono nella privacy della loro casa, con un erba che potrebbe crescere anche nel giardino dietro casa”.
 
Siccome quest’intervista è uscita pochi giorni fa, chissà che i giudici della nostra Corte di Cassazione non abbiano letto le parole dell’attrice quando hanno deliberato che “i seguaci della religione rasta possono detenere dell’erba, visto che la utilizzano non solo come medicinale, ma anche come erba medicativa e possibile apportatrice dello stato psicofisico teso alla contemplazione nella preghiera“…

 

Fonte: televisionando.it



NON SI PUO’ DEMONIZZARE UNA SOSTANZA, FAVORIRE L’AUTODERMINAZIONE
Luglio 12, 2008, 2:33 am
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Roma, 10 luglio 2008 - “Finalmente una sentenza che non demonizza una sostanza”. Don Andrea Gallo, fondatore e animatore della comunita’ di San Benedetto al Porto di Genova, plaude alla sentenza della Cassazione che da’ l’ok al consumo di ‘erba’ per gli adepti della religione rastafari. “Il fatto e’ che non si puo’ continuare a demonizzare una sostanza - afferma il sacerdote che aiuta i giovani con problemi di tossicodipendenza e nel disagio sociale -. C’e’ da rispettare un principio di autoderminazione. E’ da trent’anni che favoriamo l’offerta di sostanze stupefacenti demonizzandole, mentre ora la Suprema Corte ha capito che demonizzare una sostanza in quanto tale non e’ la strada giusta. Si deve colpire l’abuso, non l’uso”. Don Gallo dice: “pensiamo allo zucchero: in se’, se non se ne abusa, non e’ certo dannoso, ma se si esagera si rischia il diabete. E’ tutta una questione di autoderminazione.” Un esempio che a don Andrea serve per affermare che “l’obiettivo e’ la legalizzazione delle droghe, non la liberalizzazione. Insomma, bisogna darsi delle regole nuove che rispettino il principio di autoderminazione e bisogna distinguere tra uso e abuso, tra spaccio e uso. Questo dovrebbe tenere presente una legge. Percio’ ringrazio i giudici della Cassazione perche’ offrono uno spiraglio in questa direzione”, conclude don Gallo.

Fonte: adnkronos



Mondo. Oltre il 2008, oltre il proibizionismo
Luglio 9, 2008, 10:23 am
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“E’ ora che la comunità internazionale si convinca del fatto che un mondo privo di droga è fuori dalla realtà, e che bisogna semmai concentrare gli sforzi per ridurre l’impatto di certe sostanze sull’individuo e sulla società”, spiega Graham Boyd, direttore dell’ACLU Drug Law Reform Project, che partecipa Forum “Beyond 2008”.

Sostenuto dall’Onu, il forum, che durerà dall’8 all’11 luglio, per la prima volta garantirà alle organizzazioni non-governative di influenzare la politica internazionale sulle droghe

Il forum rilascerà un documento di intenti che verrà presentato alla commissione Onu sulle droghe, la UNCND, e all’UN Office on Drugs and Crime nel marzo 2009, quando una sessione speciale dell’Assemblea determinerà l’indirizzo delle Nazioni Unite su questa materia.

fonte: aduc



La chiesa del proibizionismo e l’avventura della riforma
Luglio 6, 2008, 5:38 pm
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di Peter Cohen

In memoria di Giancarlo Arnao (1927-2000), autore di Proibito capire. Proibizionismo e politica di controllo sociale, Torino 1990.

A prescindere dalla loro origine e dalla retorica ufficiale circa le loro funzioni, oggi il modo migliore di considerare i trattati Onu sulle droghe è alla stregua di testi religiosi. Essi hanno acquisito una patina di intrinseco ed indiscutibile valore, attraendo a promuoverli una conventicola di autentici credenti e proseliti. Costoro anelano ad una visione del Genere umano per cui l’astinenza da certe droghe costituisce un dogma nello stesso modo in cui altri testi religiosi potrebbero proibire certi alimenti o attività. I trattati Onu sulle droghe formano così la base della Chiesa internazionale della Proibizione delle droghe. L’appartenenza a questa chiesa è diventata una fonte di sicurezza indipendente, e combatterne i nemici è diventato motivo automatico di virtù.

Nella storia della cultura occidentale, abbiamo conosciuto molte chiese. Le più conosciute sono la Chiesa cattolica, con il suo Ufficio centrale della fede a Roma, ma anche la Chiesa del comunismo, governata infine dal suo Comitato centrale che si trovava un tempo a Mosca. Tutte queste chiese conoscono e adorano testi fondamentali che non servono a promuovere la comprensione scientifica e lo sviluppo sociale, ma piuttosto a promuovere il dogma della Chiesa stessa, la fede, e il regno delle sue Istituzioni. Quando poco più di un secolo fa, per ragioni ormai irrilevanti, gli Usa in preda all’ispirazione scrissero le prime versioni dei primi trattati globali sulle droghe, nessuno avrebbe potuto prevederne i risultati.

Ma allora, ha forse qualcuno previsto la diramazione di testi fondamentali costituiti e i successivi principali quartieri generali della Cristianità e perfino del Comunismo?

Vista in termini sociologici, l’equazione fra i trattati Onu sulle droghe e la Fede potrebbe non risultare immediatamente evidente. Come ho scritto altrove (Cohen, 2000), la nascita dell’individualismo nella metà del XVIII secolo, con le sue risultanti lotte contro la dipendenza, il colonialismo e la schiavitù, potrebbe essere vista come la culla delle nostre moderne mitologie sulle droghe e la dipendenza. Il concetto di droga e il concetto di dipendenza erano espressioni sincere di quella nuova ideologia, la religione per così dire, del “libero individuo”. Nella culla dell’individualismo sono nati e cresciuti nuovi movimenti e culture che hanno cercato di creare l’”indipendenza” e l’”emancipazione” sia dei popoli che delle persone. Lo scopo che definirebbe l’Umanità, ottenere la “grazia” di Dio per l’anima, dal XVIII secolo in poi è stata sostituito con l’”indipendenza” e più tardi con la “salute” del corpo. Qui non intendo discutere le interpretazioni specifiche di “indipendenza” o “salute” che vemgono scelte, perché in questo mio breve scritto non sono rilevanti.

Anche le ideologie socialiste possono essere interpretate come espressioni di quella nuova visione dell’individualità e della libertà, la più conosciuta ed indagata delle quali è stata il marxismo. Dovremmo comprendere che, in termini filosofici, la Prima internazionale comunista e il primo trattato globale sulle droghe hanno gli stessi genitori secolari, hanno prodotto simili imperi istituzionali e hanno avuto come conseguenza delle Inquisizioni altrettanto distruttive.

Nella Chiesa cattolica, le congregazioni del Sacro collegio dei cardinali o i relativi dipartimenti amministrativi decidevano su questioni relative ai santi, agli eretici e alle strategie secolari del Sant’Uffizio. Una famosa congregazione - la congregazione dell’Indice - decideva quali libri potessero essere letti dai fedeli. Ad esempio, in una delle loro riunioni, nel 1616 (il 5 marzo) si decise di bandire la lettura dell’astronomia copernicana, in quanto “falsa e contraria alle Sacre scritture” (Sobell, 1999).

Nella Chiesa della Proibizione abbiamo svariate di queste congregazioni in cui i cardinali della Proibizione confrontano i testi sacri con le politiche di tutto il mondo e decretano se queste politiche siano sante o no. Non ha senso cercare di dimostrare alle congregazioni dove ci ha portato la versione antidroga dell’emancipazione, così come non ha senso andare a Roma a dire alle congregazioni dei cardinali che ci sono più modi di condurre una vita virtuosa ed etica che attraverso Cristo o seguendo strettamente la Bibbia.

I luoghi in cui i cardinali della Proibizione si riuniscono sono irrilevanti. A Vienna, a Roma, a New York, le scene sono identiche. I cardinali lì riuniti sono scelti non per esprimere problemi inerenti ai testi sacri, ma per generare la fede, l’unanimità e possibilmente la gloria. Le burocrazie che organizzano queste riunioni sono gli esegeti del testo e delle regole che guidano la fede.

I burocrati della Chiesa della Proibizione non vengono reclutati per le loro conoscenze nel campo della sociologia, della farmacologia, del consumo di droghe, o dei problemi che il proibizionismo crea a centinaia di milioni di persone da Malaga a Memphis, da Mosca fino all’angolo di casa mia. I burocrati antidroga vengono assunti per la loro ortodossia religiosa e per la loro utilità per la Chiesa; e naturalmente i loro posti di lavoro sono spesso lontani dal mondo dei consumatori di droghe o dagli effetti della politica delle droghe.

E per quanto concerne la riforma della politica delle droghe? La riforma non avviene durante gli incontri delle congregazioni, né i riformatori di tale politica dovrebbero concentrare la loro attenzione su quel livello. Le congregazioni Onu hanno le stesse probabilità di promuovere un cambiamento in questo campo, quante ne ha il Festival della canzone europea.

Poiché una congregazione dei cardinali proibizionisti non ha esercito (a differenza dei vecchi Papi o del vecchio segretario generale del partito comunista sovietico), il suo vero potere sarà dimostrato dal tempo. La Chiesa della Proibizione ha solo poteri di fede, di credo, di intimidazione e di soggezione. Per quanto tempo la Chiesa può mantenere questi poteri e prolungare la sua ortodossia senza guardare o prestare ascolto alle piccole riforme che stanno avvenendo dappertutto? Le riforme in essere sono le stanze del consumo in Germania, le leggi per la decriminalizzazione in Portogallo, i coffee shops in Olanda. Esse sono gli scambi di siringhe (quasi segreti) a New York, ma anche la disponibilità di siringhe al super market, alla luce del sole, in quel paese della Toscana dove tu avevi affittato la tua villa.

La riforma della politica delle droghe è locale e il poco potere politico che i riformatori hanno non dovrebbe essere sprecato con la Chiesa o le sue Congregazioni.

La riforma della politica delle droghe è legata inestricabilmente alle politiche e alle culture locali. Non possono esserci due sistemi di riduzione del danno identici. Perciò, la riforma della politica delle droghe prima procede e poi si diversifica a livello locale. Solo lì la riforma può rispondere agli innumerevoli, unici insiemi di condizioni e costrizioni. Persino sotto brutali regimi proibizionistici, a livello locale i riformatori della politica delle droghe possono dare voce alle persone che hanno bisogno del cambiamento, e agire per loro conto. Dai quartieri, dalle comunità, dalle città e dalle regioni, la riforma può infine arrivare alle capitali nazionali e internazionali.

Le nostre uniche chances sono locali perché nelle arene locali noi possiamo essere gli specialisti. A livello delle Congregazioni, nessuno vuole il cambiamento. E là, noi siamo gli anti-specialisti. Cambiamento e riforma sono nemici dei cardinali di tutte le Chiese consolidate, compresa quella della Proibizione. I Cardinali temono il cambiamento e vietano che se ne discuta. Anche quando le voci della riforma parlano dentro le sacre stanze in cui i Cardinali si riuniscono, e anche quando essi sono costretti ad ascoltare, le parole dei riformatori appartengono a lingue che i cardinali non riescono capire e che non vorrebbero tradurre. Per i cardinali, il semplice fatto di capire le parole dei riformatori potrebbe essere visto come un cedimento alle forze della miscredenza e dell’eresia.

Per riassumere, la vera sfida alla legittimità dei Trattati sulle droghe non consisterà nel portare iniziative di cambiamento al livello della Congregazione. Il vero test lo avremo quando paesi singoli o gruppi di paesi capiranno che i cambiamenti di cui le loro città hanno bisogno contravverranno sempre a qualche frase o virgola dei testi sacri. O, come Fazey osserva in questo numero (Fazey, 2003) <>.

Quando hanno introdotto cambiamenti contrari ai testi sacri, i paesi europei finora hanno scoperto che non è successo niente! Essi scoprono che la Chiesa non può impedire loro di riformare le loro leggi o almeno le loro politiche, ed essi scoprono (a volte con meraviglia) che la Chiesa non cerca neanche di fermarli. Questo è già successo in Germania, Svizzera, Olanda e in molti altri posti.

Comunque, i paesi a volte scoprono - come può essere il caso del Canada nel prossimo futuro - che le loro discussioni locali sulla riforma della politica delle droghe sono divenute profondamente minacciose per la Chiesa della Proibizione e i suoi cardinali. In tali casi, l’autonomia di una nazione può essere sfidata, non dalla stessa Chiesa proibizionista, ma dai governi nazionali per i quali il sostegno alla Chiesa proibizionista è più importante della loro stessa Costituzione. Questo porta la Riforma molto oltre la politica locale delle droghe. Perciò tali paesi eretici dovranno dare vita a nuove coalizioni, e quando tali coalizioni saranno forti abbastanza, allora la riforma della politica delle droghe potrà essere portata al livello delle Convenzioni (Bewley-Taylor, 2003). Ma la riforma della politica delle droghe non aspetterà così a lungo. Le riforme che stanno già avvenendo svuoteranno le Convenzioni, proprio come la santità di Roma, le pompose Congregazioni ed eserciti un tempo temibili non hanno potuto impedire l’avvento della riforma ed infine, che le chiese europee si svuotassero, che il divorzio diventasse un fatto consueto e che l’aborto sia diventato un diritto umano persino in Spagna, una volta il paese dei re cattolici.

I Trattati internazionali sulle droghe sono tra i testi più sacri della Chiesa della Proibizione delle droghe. Nelle riunioni della Chiesa, ovunque siano tenute, si troveranno persone inginocchiate davanti ad essi in posizioni ridicole, perché per loro i testi contengono le parole sacre della divinità. Una prospettiva riformista sui Trattati o un rifiuto di inginocchiarsi davanti ai testi, sono azioni molto pericolose ora per i paesi, così come la crescente egemonia degli Usa ha conseguenze che spingono più in avanti l’estremismo e l’ortodossia. Più i Cesari statunitensi sfruttano la loro egemonia, più le Convenzioni Onu sulle droghe simbolizzano il loro desiderio di definire e controllare il genere umano, così come il loro stato-gulag, il loro esercito e la loro flotta di portaerei ne sono l’espressione materiale.

Acknowledgements

Thanking Harry Levine, Craig Reinarman, Peter Webster and Dava Sobell for their help. References
Arnao, G. (1990). Proibito capire. Proibizionismo e politica di controllo sociale. Edizioni Gruppo Abele, Torino.
Bewley-Taylor, D. Challenging the UN Drug Control Conventions: Problems and Possibilities. International Journal of Drug Policy 14, 171-179.
Cohen, P., 2000. Is the addiction doctor the voodoo priest of western man?Addiction Research 8 6, pp. 589-598 Special issue.
Fazey, C., 2003. The Commission of Narcotic Drugs and the United Nations International Drug Control Programme: politics, policies and prospect for change. International Journal of Drug Policy 14, pp. 155-169.
Sobell, D., 1999. Galileo’s daughter, London, Penguin Books.

Cohen, Peter (2003), The drug prohibition church and the adventure of reformation.

International Journal of Drug Policy, Volume 14, Issue 2, April 2003, pp. 213-215.
© Copyright 2003 Peter Cohen. All rights reserved.
Traduzione: Grazia Zuffa e Maria Grazia Marchionni.

fonte: www.cedro-uva.org

visto su: www.hanf-info.ch



CANAPA NE’ MONTI UN SUCCESSO

Domenica scorsa, 29 giugno, c’è stata a Felina la Festa della Canapa: né morti né feriti, come avrebbe lasciato attendere la forte campagna di contrasto alla festa e come probabilmente qualcuno avrebbe sperato. Invece niente, tutto tranquillo sul fronte del Parco Tegge.

Abbiamo partecipato al dibattito che abbiamo trovato vivace, partecipato e sconclusionato ma interessante.
Interessante la relazione del dr Belotherkovsky sull’olio dal seme (esatte le proporzioni fra gli omega 3 e 6) anche se ha dovuto insistere, almeno tre volte, sul fatto che nei semi non c’è contenuto in thc. Thc (tetraidrocannabinolo) che è invece contenuto in massima parte nelle vescicole delle brattee degli ovai della pianta, insieme al cbd (cannabidiolo), come ha ben spiegato il ricercatore dell’ISCI Salvatore Casano nella sua bella relazione agronomica sulla canapa.
Interessanti le posizioni dell’ass.re provinciale Giuliano Spaggiari che ha spinto per un’agricoltura di nicchia al servizio di una filiera (purtroppo inesistente) sia sul tessile e sulla carta che sull’energia da biomasse non alimentari. Due nicchie di mercato interessanti sia per la canapa che per la ricostruzione/diversificazione dell’agricoltura montanara. Peccato che si ce ne renda conto adesso che sono finite le misure comunitarie a sostegno della reintroduzione della canapa da fibra.
Tranquillizzante il contributo farmacologico di Chiara Roni che con Paul Armentano ci ha ricordato che con la presenza sul mercato del Marinol (canapa sintetica) si è liberalizzata la vitamina C e si sono vietate le arance, tutto naturalmente a favore della grandi industrie farmaceutiche.
Valdesalici e Battini si sono battuti per la libertà: Valdesalici per la libertà di accesso alla canapa terapeutica dei malati di AIDS, di SLA e di tutti coloro che per ragioni compassionevoli meritano almeno un interesse antispastico, antidolorifico, anticonvulsivante,..
Battini per la limitazione del danno e la libertà di scelta, con l’invito a mettere la testa in ciò che si fa, perché siano evitati inutili rischi, perché ci si riappropri della propria salute privata e collettiva e si ritorni ad essere registi del proprio destino.

I relatori e il pubblico hanno avuto modo di esprimere il proprio punto di vista molto serenamente e, purtroppo, il contrasto evidente che si poteva sperare di accendere in modo da inasprire il confronto affinché si rendessero evidenti le parti, il contrasto e il confronto tra posizioni radicalmente diverse purtroppo non c’è stato e ce ne dispiaciamo perché sarebbe servito a rappresentare nella realtà ciò che si era svolto fino al giorno prima sul palcoscenico dei mezzi d’informazione.
I banchetti che hanno esposto i prodotti derivati dalla canapa: tessile,cosmetici,alimentari, hanno risposto con pazienza alle domande delle persone interessate ad uno sviluppo ambientale eco sostenibile.
Molto interessante la mostra degli oggetti antichi per la lavorazione e la dimostrazione di tessitura della canapa che ha punto nel vivo i ricordi dei meno giovani,riportandoli indietro nel tempo,quando la canapa rappresentava una fonte di sostentamento rispettata da tutti.

Sereno il clima esterno espositivo-musicale. Buona la birra. Troppo dolce il canapino, come al solito!

Lo staff “Festa della Canapa”

notizie correlate:

Festa della Canapa è polemica

Fonte: Festa della Canapa



LE POLITICHE REPRESSIVE NON RIDUCONO IL CONSUMO DI DROGHE
Luglio 2, 2008, 10:56 pm
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2 luglio 2008

Tratto da ELPAIS.com

Traduzione a cura di Andrea Turchetti

La legislazione e l’azione della polizia non incidono sui comportamenti della popolazione in relazione alle droghe. Questa è una delle conclusioni di un metastudio (un lavoro basato sull’integrazione di altri già esistenti) elaborato da una équipe internazionale diretta da Louisa Degenhardt dell’Università del Nuovo Galles del Sud di Sidney (Australia).

Nell’articolo, pubblicato oggi su ‘PLOS’, si sono studiati i dati di 17 paesi molti diversi fra loro, come gli Usa, la Spagna, il Giappone e la Nigeria. Le conclusioni si concentrano sulle quattro sostanze più consumate: alcol, tabacco, cannabis e cocaina. A parte l’incidenza delle politiche repressive (ad esempio gli Usa sono in testa al consumo delle sostane illegali, sebbene le loro leggi siano più severe di quelle spagnole), si osserva una differenza fra i sessi (gli uomini assumono più sostanze delle donne), anche se questa differenza tende a diminuire.

In 16 dei 17 paesi più della metà della popolazione adulta ha bevuto alcol. La Nuova Zelanda è prima con il 94,8%. In Spagna la percentuale è del 86,4%. Il Sud Africa è ultimo con il 40,6%.

Anche relativamente al tabacco ci sono enormi differenze. I dati variano dal 16,8% di persone che hanno fumato in Nigeria, al 67,4% del Libano. In Spagna la cifra è del 53,1%.

Sostanze illegali

Fra le sostanze illegali il divario è minore. Per quanto riguarda il consumo di cannabis la percentuale più alta è data dagli Stati Uniti (42,4%), la più bassa dalla Cina (0,3%). La Spagna si trova a metà della lista (15,9%).

Gli Usa sono primi anche per il consumo di cocaina. L’ha provata il 16,2%. La Spagna è terza, con il 4,3%, dopo la Nuova Zelanda. In sette paesi la percentuale è inferiore all’1%.

Vi è anche un studio relativo all’età di inizio del consumo. Fra i 15 e i 21 anni c’è una percentuale maggiore di bevitori in Germania, Nuova Zelanda, Francia e Belgio (più del 60% in questi quattro paesi). In Spagna lo ha fatto il 52%. Gli ultimi della lista sono il Sud Africa e Israele.

In generale gli autori del rapporto segnalano come vi sia una distribuzione geografica comune a tutte le droghe. I paesi europei, Stati Uniti, Nuova Zelanda – ai primi posti in tutte le statistiche – e Giappone hanno i più alti tassi di consumo. Africa e Asia hanno i più bassi.


Usa-Studio: si consuma piu’ droga dove c’e’ proibizionismo
Luglio 2, 2008, 7:35 pm
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Malgrado abbiano leggi che puniscono severamente il consumo di droga, gli americani sono i piu’ grandi consumatori di cocaina e cannabis. Secondo uno studio pubblicato sul magazine scientifico PLoS Medicine, il 16,2% dei cittadini statunitensi ha provato almeno una volta la cocaina e il 42,4% la marijuana. In Olanda, dove esiste la legge piu’ peremissiva in materia di stupefacenti, solo l’1,9% ha provato la coca e il 19,8 per cento cannabis e suoi derivati.  

Fonte: aduc salute



Fuoriluogo è a una svolta…

Cari amici e amiche siamo giunti al bivio

Da Fuoriluogo, di Grazia Zuffa - 29 giugno 2008

Fuoriluogo è a una svolta. O riesce a fare il salto e a diventare punto di riferimento per un network sociale più ampio, al di là di Forum droghe. Oppure cessa di esistere, senza mezzi termini. Un poco come accade al manifesto, fatte le differenze. D’altronde non potrebbe essere diversamente, considerati i dodici anni di convivenza. Fuoriluogo è cresciuto e maturato, grazie a e insieme con il manifesto: è parte della storia del giornale.
Veniamo ai fatti. Il recente rilancio editoriale del quotidiano ci obbliga a ripensare la nostra collocazione all’interno. C’è anche un problema economico. Attualmente le spese di Fuoriluogo sono ripartite più o meno a metà. Forum droghe sostiene completamente i costi redazionali, di grafica e di impaginazione, quelli di carta e stampa sono a carico del manifesto. D’ora in poi, ci viene chiesto l’autofinanziamento completo.
Non è solo una questione economica, comunque assai rilevante per noi; è innanzitutto una questione politica. Troppe cose sono accadute e stanno accadendo sui temi che ci stanno a cuore, è inevitabile che anche Fuoriluogo vada ridiscusso. Pensiamo alla mancata abrogazione della legge Fini Giovanardi, su cui aveva puntato il movimento di riforma della politica della droga; fino al crescendo pauroso della “sicurezza” declinata come paura/esecrazione/odio dei tanti “altri da sé”. Certo, se Fuoriluogo chiudesse, verrebbe a mancare una delle poche voci che cercano di contrastare la deriva e che si sforzano di agganciare il discorso sulle droghe ai fatti, alle evidenze, alla ragione. Ma non possiamo nasconderci che una delle nostre idee forti – la sicurezza intesa come l’arte di “gettare i ponti” con l’altro/l’altra da sé, nocciolo vero della riduzione del danno – si è eclissata dalla scena politica ed è impallidita nelle coscienze dei cittadini. Così come una delle nostre sfide più ambiziose – saper parlare ai policy makers offrendo spunti e prospettive internazionali – è in larga parte caduta nel vuoto. È vero che anche la riflessione sulla sconfitta sarebbe più difficile senza uno strumento come il nostro, specie pensando alla preoccupante afasia dei soggetti che operano nel sociale. Sulle droghe la frantumazione si avverte ancora di più: il movimento della canapa quale “non-droga” tende a separarsi da quello per la riduzione del danno (buono solo per le droghe-droghe, si dice); nel mezzo l’allarme cocaina (un tempo droga a metà, oggi la droga per eccellenza), che conquista un po’ tutti. Così, da qualsiasi parte ti giri è sempre la Sostanza (buona o maledetta) al centro: che il rischio (ma anche il piacere) dipendano solo in parte dalla chimica è verità troppo complicata per i nostri giorni, parrebbe.
Una impasse di questa portata necessita di una risposta all’altezza. C’è bisogno di un nuovo strumento che, ben oltre le droghe, sappia creare collegamenti stretti con altri settori del sociale, oggi in sofferenza. Abbiamo sempre cercato di mantenere una panoramica ampia, fra penale e sociale: ne è riprova questo stesso numero in gran parte dedicato all’immigrazione e all’integrazione degli stranieri, in Europa e in Italia. Non sempre ci siamo riusciti però. In ogni modo, ci aspetta una verifica. Se ci saranno altri soggetti, gruppi, associazioni disposti a lavorare con noi (con idee, con uomini e donne nuovi e qualche fondo), allora Fuoriluogo potrà ripartire in autunno da un nuovo progetto editoriale. Altrimenti, non c’è spazio per lo “speriamo che me la cavo”. Il giornale è uscito per tanti anni grazie all’impegno volontario di una redazione compatta e di collaboratrici e collaboratori generosi. Per parte nostra, vogliamo lavorare ancora. Ma non dipende solo da noi.