WASHINGTON. L’uso abituale di marijuana può aumentare i livelli nel sangue di una particolare proteina, che potrebbe incrementare il rischio di infarto o ictus, secondo quanto detto oggi da alcuni ricercatori del governo degli Stati Uniti.
Jean Lud Cadet dell’Istituto Nazionale sull’Abuso di Droghe, ramo dell’Istituto Nazionale per la Sanità statunitense, ha detto che questa scoperta è un’ulteriore prova dei danni a lungo termine che la marijuana può causare. Ma gli attivisti a difesa dell’uso della droga leggera hanno sollevato dei dubbi.
Molte altre ricerche, ha detto Cadet, si erano in precedenza focalizzate sugli effetti della marijuana sul cervello.
Ma il gruppo di studiosi ha questa volta esaminato altre parti dell’organismo umano, misurando i livelli di proteine nel sangue in 18 consumatori abituali della droga leggera e in 24 persone che invece non ne hanno mai fatto uso.
Il livello della proteina chiamata ‘apolipoproteina C-III’, ha spiegato Cadet, è risultata essere superiore del 30% nei consumatori di marijuana rispetto al gruppo di controllo dei non consumatori.
L’aumento di questa proteina determina conseguentemente un innalzamento dei trigliceridi, un tipo di grasso che si trova nel sangue è che può contribuire all’ingrossamento delle arterie e quindi portare al rischio di ictus e attacchi cardiaci.
La ricerca non ha tuttavia studiato l’effettiva incidenza dell’uso di marijuana sui casi di infarto o malattie del cuore.
Le persone esaminate nell’esperimento hanno dichiarato di fumare mediamente dalle 78 alle 350 sigarette di marijuana a settimana, hanno detto i ricercatori.
Ma lo studio, pubblicato nella rivista Molecular Psychiatry, è stato criticato da coloro che negli Stati Uniti sostengono la battaglia per la legalizzazione delle droghe leggere, che obiettano che tutti i casi analizzati riguardavano persone che abusano della droga a livelli estremi.
”Penso che la soglia minima fosse 78 spinelli a settimana. Significa 10 o 11 al giorno”, ha detto in un’intervista telefonica Bruce Mirken, del movimento Marijuana Policy Project.
fonte: yahoo notizie
Da tests di laboratorio, eseguiti all’universita’ di Rostock, risulta che i cannabinoidi rallentano la diffusione delle cellule cancerogene nei polmoni e nella cervice.
Nella ricerca, pubblicata nella rivista Journal of the National Cancer Institute e condotta da Robert Ramer e Burkhard Hinz si legge che “Il componente attivo della marijuana possiede anche effetti anticancerogeni, anche se ulteriori tests sono necessari per verificarne l’efficacia sugli esseri umani”.
II cannabinoidi, oltre che evitare la diffusione delle cellule malate, stimolerebbero il TIMP-1, un inibitore degli enzimi partecipi della diffusione delle cellule tumorali.
fonte: aduc salute
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ALESSANDRA VIAZZI
Ho quasi 30 anni, sono laureata in psicologia e vorrei poter fare la coltivatrice. Di che cosa? Di cereali, verdure, legumi e cannabis. Le prime tre come nutrimento e l’ultima come medicina: mi ha permesso di risolvere un serio problema di salute. Circa nove anni fa ho scoperto questa meravigliosa pianta e il suo potere curativo. L’incontro con essa (peraltro del tutto casuale) lo devo ad un compagno di università che con altri amici mi offrì di fumare dell’erba raccolta nell’Orto Botanico di Torino. Proprio qualche settimana prima avevo preso la decisione di sospendere definitivamente l’assunzione di Gardenale (un barbiturico) che, ahimè, accompagnava la mia esistenza da 12 anni per un problema di epilessia. Avevo deciso di rischiare di avere delle crisi piuttosto che subire gli effetti collaterali che il farmaco mi causava. Circa un mese dopo l’episodio ebbi l’ultima crisi. Passarono poco più di 20 giorni ed ecco che mi si ripresenta l’occasione di fumare: nel paese di villeggiatura dove mi ero ritirata per studiare scoprii che quasi tutti i giovani fumavano hashish. Quella sostanza sconosciuta non mi creò nessun problema, anzi mi faceva stare bene, senza distorgliermi dai miei impegni. Non ne acquistai neanche un grammo, ma fumai tutti i giorni. Una volta tornata a Torino mi resi conto, con sorpresa, che anche nell’ambiente universitario era una pratica diffusa e ciò mi permise di continuare a fumare pressoché quotidianamente. Qualche mese dopo eccomi apparire davanti agli occhi un libricino di Giancarlo Arnao (Cannabis: uso e abuso, ed. Stampa alternativa) che mi illuminò sugli usi terapeutici e non della cannabis. Si parlava di epilessia, di barbiturici, di alcol, molte cose mi furono chiare, ma volli approfondire sia con la lettura di altri testi sia con medici e/o altri malati. Altri libri ne trovai, ma persone con cui confrontarmi nessuna: i tempi non erano maturi.Il mio primo anno di università si concluse con 7 esami sostenuti ed un netto miglioramento delle mie condizioni psicofisiche. I disturbi dovuti all’assunzione di Gardenale si manifestavano sia a livello fisico (cefalee fulminanti ogni due giorni, disturbi intestinali, compromissione del ritmo sonno-veglia, anemia, osteomalacia, attività del fegato e dei reni, etc…) sia a livello psicologico (la malattia era tenuta nascosta come una vergogna) e comportamentale (attacchi di ira e aggressività nei miei e negli altrui confronti, tolleranza estrema al dolore, assoluta inavvertenza dei pericoli per il mio corpo nonché profondi stati di apatia e depressione). Già dalla prima volta che lessi il foglietto illustrativo del Gardenale (1985) espressi la volontà di sospenderne l’assunzione, anzi lo feci di nascosto contro il parere medico. Ebbi una crisi, ma non mi rassegnai: abbassai la dose a 100 mg e feci i miei esperimenti. Mi resi conto che le crisi insorgevano esclusivamente durante il sonno e in coincidenza con il ciclo mestruale. Sperimentai quindi l’assunzione di Gardenale solo pochi giorni al mese con eccellenti risultati (la media delle crisi non cambiò), fino alla decisione di smettere definitivamente.
In questi ultimi nove anni non sono mai tornata indietro, ma soprattutto non ho mai più avuto crisi, pochissime cefalee, il mio livello di aggressività è decisamente calato, e la mia parte creativa ha potuto emergere. Prima di un esame, di una partita a pallone (sono un discreto portiere) o di un qualsiasi evento importante riesco a ridurre l’ansia da prestazione e a dare il meglio se fumo. Riesco a dormire e a svegliarmi senza problemi (prima facevo fatica ad addormentarmi e soprattutto a svegliarmi autonomamente), ho imparato a prendermi cura di me stessa e a gestire il tono dell’umore.
Forse l’unico problema che mi si è posto in questi anni è il reperimento della sostanza. Ho avuto la fortuna di frequentare sempre o quasi persone che fumavano ludicamente e che mi hanno permesso di non dover investire dei capitali per accedere alla mia “terapia”. I prezzi al mercato nero sono proibitivi per uno studente e la qualità è tutta da verificare. L’autocoltivazione è punita penalmente come lo spaccio e quindi altrettanto rischiosa, ma la ritengo il modo più coraggioso ed educativo per riappropriarsi di una pianta che qualcuno ha deciso che doveva sparire dalla faccia della terra, e che adesso potrebbe essere rivalutata per un proficuo business e fatta diventare oggetto di brevetti e monopoli come molte altre piante e spezie con poteri curativi, senza dimenticarne il potenziale industriale e alimentare.
Ci sono moltissime altre persone che già beneficiano della cannabis e ancora di più che potrebbero trovare miglioramento utilizzandola terapeuticamente. Tutti coloro che quest’anno pianteranno anche un solo seme (per poi consegnarlo il 5 maggio) contribuiranno alla liberazione di questa pianta. La mia speranza è che si arrivi al più presto ad una soluzione e sono disposta a rischiare ancora perché non posso che essere grata a questa pianta e alle sue proprietà.
Negli ultimi mesi ho scoperto di non essere sola, di poter raccontare la mia storia senza sconvolgere nessuno, ma ricevendo solidarietà e comprensione da persone sconosciute o a cui avevo sempre nascosto che fumavo e dando ad altri “malati” la speranza di potersi curare con una sostanza del tutto naturale e priva dei molteplici effetti collaterali distruttivi che la maggior parte dei farmaci moderni possiede. Questi sono alcuni dei motivi per cui mi sono autodenunciata, ringrazio tutti coloro che sosterranno questa campagna e tutti i coltivatori consapevoli sparsi per il mondo. Un grazie particolare ai miei genitori che solo da un paio di mesi sono venuti a conoscenza della realtà, hanno accettato la mia “medicina” e non mi hanno in nessun modo osteggiato, anzi si stanno interessando ad una pianta che sicuramente i loro genitori conoscevano molto bene.
Fonte: fuoriluogo
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1 luglio 2008
Entra in vigore il divieto di fumo nei locali pubblici in Olanda, ma solo per il tabacco. Da oggi, come in gran parte d’Europa, non e’ piu’ possibile accendersi sigarette o sigari nei ristoranti o nei bar, ma si potra’ continuare a fumare hashish e marijuana nei tradizionali ‘coffee shop’, purche’ la droga non venga mescolata con il tabacco. Questo perche’, ha spiegato il ministro per la Salute olandese, Ab Klink, “i dipendenti dei coffee shop devono poter godere dello stesso diritto di chi lavora in qualsiasi luogo pubblico e lavorare in un ambiente libero dal tabacco”. L’Authority per la sicurezza alimentare e della salute dei consumatori ha fatto sapere che i controlli saranno immediati e i trasgressori saranno puniti con multe fino a 2.400 euro. Di recente l’Ufficio centrale di statistica nazionale ha stimato che dal 2000 il numero di fumatori in Olanda e’ diminuito di 100.000 unita’.
Fonte: aduc salute
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1 luglio 2008
Meno alcol, fumo e cannabis: i giovani svizzeri rispetto al 2003 hanno ridotto il consumo di sostanze che creano dipendenza. Lo afferma uno studio dell’Istituto svizzero di prevenzione dell’alcolismo e altre tossicomanie (ISPA), secondo cui l’inversione di tendenza è da ricondurre alla prevenzione.
Il problema numero uno resta comunque l’alcol, scrive L’ISPA in un comunicato. Regolarmente il 14% dei ragazzi e l’8% delle ragazze di quindici anni beve cinque o più bicchieri di bevande alcoliche, stando al sondaggio Espad effettuato a livello europeo e che in Svizzera ha coinvolto oltre 7500 giovani tra i 13 e i 16 anni. Nell’indagine del 2003 ciò era il caso per il 20% dei ragazzi e l’11% delle ragazze.
Un quindicenne su cinque ha inoltre ammesso di aver fumato cannabis il mese precedente l’intervista, 3 punti percentuali in meno rispetto al 2003. Nelle ragazze la percentuale è diminuita dal 17 al 12%.
Ad aver fumato nel mese prima dell’intervista è invece quasi il 30% dei quindicenni, 4 punti percentuali in meno rispetto al 2003. Molti giovani iniziano presto ad accendere la sigaretta e il 38% dei tredicenni ha già fumato.
La tendenza al ribasso nel consumo giovanile di sostanze che creano dipendenza è positivo, ritiene l’ISPA. A suo avviso hanno un effetto dissuasivo i prezzi più elevati per gli “alcopops” e le sigarette nonché una maggiore consapevolezza del problema da parte dell’opionione pubblica.
L’ISPA si dice tuttavia preoccupata per il comportamento di una minoranza di giovani che assume sonniferi e droghe quali la cocaina o gli allucinogeni. Per i giovani con un consumo problematico è fondamentale un intervento tempestivo, afferma il direttore dell’ISPA Michel Graf.
Fonte: aduc salute
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Cari amici e amiche siamo giunti al bivio
Da Fuoriluogo, di Grazia Zuffa – 29 giugno 2008

Fuoriluogo è a una svolta. O riesce a fare il salto e a diventare punto di riferimento per un network sociale più ampio, al di là di Forum droghe. Oppure cessa di esistere, senza mezzi termini. Un poco come accade al manifesto, fatte le differenze. D’altronde non potrebbe essere diversamente, considerati i dodici anni di convivenza. Fuoriluogo è cresciuto e maturato, grazie a e insieme con il manifesto: è parte della storia del giornale.
Veniamo ai fatti. Il recente rilancio editoriale del quotidiano ci obbliga a ripensare la nostra collocazione all’interno. C’è anche un problema economico. Attualmente le spese di Fuoriluogo sono ripartite più o meno a metà. Forum droghe sostiene completamente i costi redazionali, di grafica e di impaginazione, quelli di carta e stampa sono a carico del manifesto. D’ora in poi, ci viene chiesto l’autofinanziamento completo.
Non è solo una questione economica, comunque assai rilevante per noi; è innanzitutto una questione politica. Troppe cose sono accadute e stanno accadendo sui temi che ci stanno a cuore, è inevitabile che anche Fuoriluogo vada ridiscusso. Pensiamo alla mancata abrogazione della legge Fini Giovanardi, su cui aveva puntato il movimento di riforma della politica della droga; fino al crescendo pauroso della “sicurezza” declinata come paura/esecrazione/odio dei tanti “altri da sé”. Certo, se Fuoriluogo chiudesse, verrebbe a mancare una delle poche voci che cercano di contrastare la deriva e che si sforzano di agganciare il discorso sulle droghe ai fatti, alle evidenze, alla ragione. Ma non possiamo nasconderci che una delle nostre idee forti – la sicurezza intesa come l’arte di “gettare i ponti” con l’altro/l’altra da sé, nocciolo vero della riduzione del danno – si è eclissata dalla scena politica ed è impallidita nelle coscienze dei cittadini. Così come una delle nostre sfide più ambiziose – saper parlare ai policy makers offrendo spunti e prospettive internazionali – è in larga parte caduta nel vuoto. È vero che anche la riflessione sulla sconfitta sarebbe più difficile senza uno strumento come il nostro, specie pensando alla preoccupante afasia dei soggetti che operano nel sociale. Sulle droghe la frantumazione si avverte ancora di più: il movimento della canapa quale “non-droga” tende a separarsi da quello per la riduzione del danno (buono solo per le droghe-droghe, si dice); nel mezzo l’allarme cocaina (un tempo droga a metà, oggi la droga per eccellenza), che conquista un po’ tutti. Così, da qualsiasi parte ti giri è sempre la Sostanza (buona o maledetta) al centro: che il rischio (ma anche il piacere) dipendano solo in parte dalla chimica è verità troppo complicata per i nostri giorni, parrebbe.
Una impasse di questa portata necessita di una risposta all’altezza. C’è bisogno di un nuovo strumento che, ben oltre le droghe, sappia creare collegamenti stretti con altri settori del sociale, oggi in sofferenza. Abbiamo sempre cercato di mantenere una panoramica ampia, fra penale e sociale: ne è riprova questo stesso numero in gran parte dedicato all’immigrazione e all’integrazione degli stranieri, in Europa e in Italia. Non sempre ci siamo riusciti però. In ogni modo, ci aspetta una verifica. Se ci saranno altri soggetti, gruppi, associazioni disposti a lavorare con noi (con idee, con uomini e donne nuovi e qualche fondo), allora Fuoriluogo potrà ripartire in autunno da un nuovo progetto editoriale. Altrimenti, non c’è spazio per lo “speriamo che me la cavo”. Il giornale è uscito per tanti anni grazie all’impegno volontario di una redazione compatta e di collaboratrici e collaboratori generosi. Per parte nostra, vogliamo lavorare ancora. Ma non dipende solo da noi.