Archivio per Luglio, 2008

Usa. Scoperta la ‘memoria della dipendenza’

Luglio 31, 2008

31 luglio 2008

Scoperta la ‘memoria della dipendenza’ dalle droghe, si forma nel cervello dell’individuo che assume stupefacenti e persiste per anni e anni dall’ultima dose, rendendolo sempre suscettibile a ricadute anche a disintossicazione avvenuta. Resa nota sulla rivista Neuron, la scoperta porta la firma italiana. Si tratta del primo meccanismo fondamentale alla base della sensazione di astinenza e della facilita’ alle ricadute, spiega all’ANSA Antonello Bonci dell’Universita’ della California a San Francisco. In Usa dal 1998 dopo una laurea in medicina all’universita’ Cattolica di Roma e una specializzazione in Neurologia a Tor Vergata, l’esperto ha studiato l’astinenza e il rischio ricaduta da cocaina su topolini e registrato la formazione di questa memoria potenziata che dura tantissimo tempo (mesi nei topi equivalenti ad anni negli uomini) e che si instaura in uno dei centri nervosi fondamentali per lo sviluppo dei comportamenti di dipendenza. ‘Questo meccanismo fondamentale – aggiunge Bonci – non solo suggerira’ nuove strategie anti-dipendenza, ma serve anche da avvertimento a tutti i giovanissimi che credono di poter dominare l’assunzione di sostanze’; bisogna che sappiano che, invece, a causa di questa memoria con facilita’ rimarranno ’schiavi’ della dipendenza, e suscettibili a ricadute.    

fonte: aduc droghe

Italia. Interrogazione parlamentare sulle cyber-droghe

Luglio 31, 2008

31 luglio 2008
 
“Cosa hanno intenzione di fare i ministri Maroni e Sacconi in merito alle nuove ‘cyber-droghe’, alla luce di quanto riportato dal Nucleo speciale della Guardia di Finanza e, soprattutto, in seguito all’esperienza diretta del giornalista Marco Salvia, pubblicata oggi (ieri, ndr) sulle pagine dell’Unita’”. È quanto chiedono in due interrogazioni alla Camera e al Senato i parlamentari di Italia dei valori. “Dopo l’iniziativa intrapresa dal gruppo di Palazzo Madama, guidato dal senatore Elio Lannutti, le rivelazioni apparse ieri sull’Unita’ hanno reso ancora piu’ stringente la necessita’ di sapere dai ministri competenti le modalita’ e i tempi con cui vogliono intervenire per contrastare la diffusione dei file audio incriminati di influenzare l’attivita’ cerebrale con il medesimo effetto dell’assunzione di stupefacenti”. Lo dichiara nella nota il presidente vicario dei deputati Idv Fabio Evangelisti.    
“Qualora risultasse che l’uso di particolari frequenze in file audio puo’ davvero procurare i sintomi propri dell’assunzione di droghe, l’azione del governo e delle istituzioni dovra’ essere tempestiva ed efficace. Nessun tipo di traffico e di uso di stupefacenti finora conosciuto, infatti, sarebbe analogo a quello delle ‘i-doser’, cosi’ come e’ stata definita la nuova generazione di droghe cibernetiche. Droghe che non invasive, facili da trovare on line, riutilizzabili e, soprattutto, di costo relativamente basso, rappresenterebbero nella sostanza un male estremamente difficile da debellare”.”Per questo- conclude la nota di Evangelisti – chiediamo ai Ministri di intervenire con attenzione per evitare che si inneschi, come gia’ risulta successo in Spagna, una nuova spirale di cyber tossicodipendenza nel Paese”.

fonte: aduc droghe

Usa. La marijuana e’ il primo prodotto agricolo, un giro da 36 miliardi l’anno

Luglio 31, 2008

30 luglio 2008
 
La marijuana e’ diventata il principale prodotto agricolo degli Stati Uniti, un business da 35,8 miliardi di dollari, circa 23 miliardi di euro: a rivelarlo e’ l’agenzia cattolica Fides, in base ad una elaborazione di dati provenienti da vari organismi federali americani. E con l’aumento della produzione – aggiunge l’agenzia – aumenta anche il consumo e la preoccupazione della Chiesa statunitense per i danni sociali e individuali provocati dall’uso di droghe.
Nel Paese si contano – riferisce l’agenzia – 56,4 milioni di piante di marijuana coltivate all’aperto, con una rendita di 31,7 miliardi, e altri 11,7 milioni di piante coltivate all’interno di serre e spazi chiusi, il cui ‘fatturato’ ammonta a 4,1 miliardi.
La marijuana – secondo i dati diffusi dalla Fides – e’ il primo raccolto in termini monetari in 12 Stati, tra i primi 3 in 30 Stati, e uno dei primi 5 in 39 Stati. La coltura di marijuana e’ piu’ estesa di quella del cotone in Alabama, di quella combinata di uva, ortaggi e fieno in California, di arachidi in Georgia, e di tabacco in South Carolina e North Carolina.
Secondo stime del governo degli Stati Uniti – citate dall’agenzia – la produzione interna di marijuana e’ aumentata di dieci volte negli ultimi 25 anni: da mille tonnellate nel 1981 a 10mila tonnellate nel 2006. In cinque Stati (California, Tennessee, Kentucky, Hawaii e Washington) la coltivazione di marijuana ha avuto un valore di oltre 1 miliardo di dollari.
La California e’ il principale produttore ed esportatore all’interno della federazione statunitense, tanto che ormai sostituito il suo primato nella produzione di vino con quello della cannabis.
I consumatori californiani di marijuana sono il 13,25% del totale degli Stati Uniti, mentre la California produce il 38,68% della marijuana statunitense. La produzione illecita di droga – osserva ancora la Fides – si basa in gran parte su un mercato del lavoro clandestino, soprattutto manodopera latinoamericana, e su un aggressivo sistema di sicurezza delle coltivazioni, fatto di guardie armate, trappole esplosive e cani da guardia, ‘che rendono difficile e pericolosa l’attivita’ delle forze di polizia’.

fonte: aduc droghe

Usa. Studio: se sposi un fumatore sei a rischio ictus

Luglio 30, 2008

30 luglio 2008
 
Non solo cattivo odore in camera da letto e mozziconi dappertutto. Per chi ha sposato un fumatore aumentano, infatti, i rischi di subire un ictus. E questo anche se il malcapitato non ha mai acceso una sigaretta in vita sua. Insomma, la colpa e’ tutta delle ‘bionde’ altrui. Lo rivela uno studio dell’Universita’ di Harvard (Usa), che ha monitorato i dati relativi a oltre 16.000 persone, in uno studio pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine. Secondo i ricercatori, diretti da Maria Glymour, per chi non ha il vizio delle bionde ma ha sposato un fumatore il pericolo di ictus sale fino al 72%. Il fumo passivo dunque fa male anche in casa.
Gli studiosi hanno esaminato persone ‘over 50′, sposate, per un periodo di oltre 9 nove anni. Dopo aver aggiustato i risultati, per tenere conto anche degli altri fattori di rischio ictus, si e’ visto che per i non fumatori che convivono con un tabagista il pericolo e’ reale. E passa dal 42% in piu’ fra quanti non hanno mai acceso una sigaretta, al 72% di chi -anche per un breve periodo- si e’ fatto contagiare dal vizio del marito o della moglie. Al contrario, aver sposato un ex fumatore non aumenta il pericolo di ictus. Questo suggerisce che il rischio crolla se il partner si decide a buttare il pacchetto. 
“Questi risultati -spiega la Glymour- indicano che il fumo del proprio compagno di vita aumenta i pericoli di ictus per non fumatori ed ex fumatori. E che i benefici legati al fatto di smettere -conclude- si estendono anche al proprio sposo”.    

fonte: aduc droghe

Italia. Procuratore Palermo: diminuisce il ruolo della Mafia nel mercato della droga

Luglio 30, 2008

30 luglio 2008
 
“All’organizzazione si rivolgeva un pubblico particolarmente qualificato, ma il ruolo di Cosa nostra in questi traffici e’ sempre piu’ limitato”. Lo ha detto, a margine della conferenza stampa in cui sono stati illustrati i 28 arresti effettuati dai carabinieri del Gruppo di Monreale e della Compagnia di Cefalu’, il procuratore di Palermo, Francesco Messineo. “La mafia si occupa del traffico, ma per quanto riguarda la distribuzione degli stupefacenti e la strategia seguita dalle organizzazioni criminali il suo ruolo e’ molto limitato. Questo era gia’ venuto fuori da altre indagini e esce confermato pure da quest’inchiesta”. A chi gli chiedeva del ruolo delle donne nelle tre organizzazioni di spacciatori smantellate dai carabinieri, Messineo ha risposto: “Era un ruolo attivo ma non direttivo, comunque essenziale per l’organizzazione”. Secondo quanto e’ emerso, ci sarebbero stati centinaia e centinaia di contatti tra i cosiddetti pusher e i consumatori di droga. “E questo e’ un quadro preoccupante perche’ la droga e’ diffusa in un sempre maggior numero di ambienti. E’ confermato anche che la consegna a domicilio per i professionisti, gli impiegati e gli altri “clienti” continua ad avvenire”.   

fonte: aduc droghe

Ignazio Marino sul caso Garon: Il trapianto? Non te lo meriti

Luglio 30, 2008

30 luglio 2008

Timothy Garon aveva 56 anni e faceva il musicista a Seattle. Aveva bisogno di un trapianto di fegato per guarire dalla cirrosi, causata dal virus dell’epatite C con cui aveva convissuto dall’adolescenza. Per alleviare i dolori della malattia, contrastare la nausea e aumentare un po’ l’appetito, un medico gli aveva suggerito l’uso della marijuana a scopo terapeutico, certamente non sapendo che quella prescrizione avrebbe segnato le sorti del suo paziente. Una volta superati tutti gli esami di routine per accedere alla lista d’attesa per il trapianto, Timothy Garon si è infatti visto negare l’iscrizione perché considerato tossicodipendente e, senza trapianto e senza più speranza, è morto nel giro di qualche settimana, lo scorso aprile.

La triste vicenda ha dell’inverosimile, ma è tutta drammaticamente vera al punto che negli Usa si è aperto un ampio dibattito sull’uso delle droghe leggere, anche sotto forma di farmaci per il dolore autorizzati e prescritti dai medici, in relazione alle terapie mediche, in particolare ai trapianti.

Una parte della comunità scientifica sostiene che chiunque faccia uso di sostanze illecite, inclusa la marijuana a scopo terapeutico, non possa accedere al trapianto: gli organi sono pochi e vanno destinati a chi dà maggiori garanzie di saperli conservare bene. Altri sostengono invece, supportati da un’ampia letteratura scientifica, che l’uso di droghe leggere non ha alcuna influenza sul trapianto e, quindi, che non spetti al medico prendere delle decisioni in base agli stili di vita di un paziente se non ci sono dirette conseguenze sulla terapia e sulla prognosi. In mezzo, c’è chi opta per il compromesso e chiede che chi ha assunto marijuana dimostri, prima di entrare in una lista per trapianto, di non avere fatto uso di droghe di alcun tipo, compreso l’alcol, negli ultimi sei mesi. Una regola univoca non esiste ancora e, negli Stati Uniti, ogni ospedale è libero di adottare la condotta che ritiene più opportuna, ma sono sempre più numerosi coloro che ritengono che non si possano assegnare gli organi a persone che hanno dimostrato una propensione all’uso di droghe illegali o, più in generale, verso stili di vita dannosi per la salute.

Questo ragionamento si potrebbe forse condividere nel caso dell’abuso di alcol: se una persona ha contratto la cirrosi epatica a causa del suo alcolismo e non ha alcuna intenzione di smettere di bere, probabilmente non dovrebbe essere trapiantata di fegato, dato che è risaputo che l’alcol comporta effetti negativi che possono compromettere il funzionamento dell’organo. Lo stesso ragionamento vale per un fumatore che ha bisogno di un trapianto di polmone ma non vuole assolutamente smettere di fumare: a queste condizioni non si potrà fare nulla per aiutarlo e un organo trapiantato a un paziente che non adotta uno stile di vita corretto, alla fine sarebbe in un certo senso sprecato.

Ma per la marijuana la logica non è la stessa. L’assunzione di questa sostanza implica certamente un comportamento illecito rispetto alla legge, ma non rispetto alla medicina. Infatti non esiste alcuna prova scientifica che un organo trapiantato sarà danneggiato se una persona ha fumato o assunto marijuana in altra forma. Inoltre, non c’è motivo di pensare che una persona ammalata, che ha assunto droghe leggere a scopo terapeutico, continuerà a farlo una volta superata la malattia, e quindi risolto il motivo che la spingeva a fare uso di quelle sostanze.

Anni fa, un’infermiera del centro trapianti americano dove lavoravo, trovò della marijuana nel comodino di un paziente e lo denunciò. Era un veterano della guerra del Vietnam e ogni tanto si fumava uno spinello per calmarsi: non era solo ammalato di cirrosi, aveva gravi problemi psicologici, non sopportava gli aghi, faceva fatica ad addormentarsi e, probabilmente, il solo fatto di sapere che nel cassetto del comodino aveva la sua erba, lo aiutava a mantenere il controllo e a dargli un po’ di sicurezza. Fu una dura lotta contro l’amministrazione che non riusciva ad accettare l’idea che venissero trasgredite le regole all’interno delle mura dell’ospedale, anche se questa trasgressione rappresentava un piccolo dettaglio e di certo il male minore rispetto alle esigenze di quel particolare paziente in pericolo di vita. Con molta fatica riuscimmo a resistere alle pressioni della direzione dell’ospedale, a non farlo togliere dalla lista d’attesa e alla fine a trapiantarlo e a rimandarlo a casa in buona salute. Il giorno in cui lo dimettemmo dall’ospedale chiese di incontrare me e l’infermiera che lo aveva denunciato e, nel ringraziarci per quello che avevamo fatto per lui, ci affidò in gran segreto la sua bustina di marijuana dalla quale non aveva mai voluto separarsi. Era come un talismano, ma non ne aveva più bisogno, nemmeno psicologicamente, perché il suo problema non era la tossicodipendenza, ma la cirrosi. Fu un momento commovente per tutti e tre per la spontaneità di un gesto che voleva suggellare l’addio all’ospedale, alla malattia e anche alla droga.

La vera domanda che dobbiamo porci dunque è un’altra: può il medico prendere le proprie decisioni terapeutiche sulla base di un giudizio morale sulle abitudini di vita di un paziente? Per i trapianti questo è un vero dilemma dato che nell’assegnare un organo si contribuisce a salvare la vita di un uomo, ma un altro potrebbe morire perché per lui l’organo non è arrivato in tempo. Chi può dire quale delle due persone merita di più questo straordinario dono? Oggi i criteri sono rigidi e si tiene conto esclusivamente di parametri clinici, ma fino a qualche anno fa una certa discrezionalità veniva lasciata ai responsabili dei centri trapianti che si trovavano a volte di fronte alla scelta se trapiantare un giovane di vent’anni con tutta la vita davanti o una donna di 50 anni con tre figli da crescere.

Nel 1962, a Seattle entrò in funzione la prima dialisi. All’epoca erano circa 10 mila i pazienti americani che ogni anno morivano di insufficienza renale e non esisteva ancora il trapianto. Chi aveva diritto ad accedere alla nuova terapia salvavita? Per rispondere alla domanda venne creato un comitato composto da persone di varia estrazione sociale e culturale, un banchiere, una casalinga, un sindacalista, un avvocato, e altri ancora, con il compito ingrato di decidere chi salvare, ammettendolo alla dialisi, e chi escludere. Il comitato valutava la professione del paziente, la sua fede, il grado di educazione, la situazione familiare, in sintesi il principio era di sottrarre alla morte colui che aveva maggiormente contribuito al bene della società o la cui scomparsa avrebbe creato gravi problemi. The God Committee, come lo battezzò il settimanale ‘Life’, esercitò per dieci anni il potere di vita e di morte sui pazienti fino a quando il Congresso, su pressioni sempre più insistenti, non approvò massicci stanziamenti per rendere disponibile la dialisi a tutti i cittadini che ne avevano bisogno.

Un altro caso molto complesso scoppiò una decina di anni fa. Era il 1997, e James Earl Ray, il killer che aveva ucciso Martin Luther King ed era stato condannato a 99 anni di carcere, chiese di essere sottoposto a una serie di esami diagnostici per accedere alla lista d’attesa per il trapianto di fegato. Il giudice in un primo tempo autorizzò il trasferimento del prigioniero all’ospedale di Nashville per i primi accertamenti. Successivamente venne chiesto il parere del centro trapianti di Pittsburgh, all’epoca il più importante di tutti gli Stati Uniti. Medici e chirurghi si trovarono così a porsi il quesito se fosse giusto offrire una terapia salvavita a una persona che aveva tolto la vita a un altro uomo e che con un colpo di fucile aveva annientato il simbolo dell’America democratica e non violenta, di chi lottava per la parità dei diritti, contro ogni discriminazione.

Il tribunale prese tempo e alla fine non negò il trapianto, ma sancì che Ray non poteva viaggiare al di fuori dello Stato dove era stato condannato. I medici, da parte loro, non fecero nulla per sottolineare l’urgenza di un trasferimento e così, nel giro di un anno, il paziente morì. Nessuno sollevò obiezioni su come era stata condotta la vicenda ma, ripensandoci dopo tanti anni, una riflessione va fatta. Il tribunale aveva condannato James Earl Ray al carcere a vita; lasciando trascorrere il tempo e rinunciando di fatto a curarlo, altri lo hanno condannato a morte. Fu una vicenda influenzata dall’emotività e dall’orrore suscitato dall’omicidio di Martin Luther King, ed era impossibile che qualcuno si battesse per la difesa della salute dell’assassino. Ma, in generale, può spettare ai medici tale giudizio? Il quesito e la situazione sono estremi e chiariscono bene come a volte il ruolo del medico si possa trasformare in quello di un giudice della vita altrui. Un ruolo che in realtà non gli spetta e un potere che a mio modo di vedere non dovrebbe mai esercitare.

Ignazio Marino, chirurgo, è senatore del Partito Democratico

fonte: aduc droghe

Europa. Il consumo di droghe tra i giovani europei induce a una sessualita’ senza precauzioni

Luglio 30, 2008

30 luglio 2008

In Europa, le abitudini di consumo di droghe e alcol “ad alti livelli” da parte dei giovani incrementano le pratiche sessuali non sicure e “senza precuazioni”, rileva un’indagine condotta per la Rete europea di ricerca e prevenzione dei problemi dei giovani (IREFREA).
Allo studio hanno partecipato oltre 1.300 persone tra i 16 e i 35 anni di nove Stati, che hanno riconosciuto come l’assunzione di alcol e determinate droghe li porti ad “alterare le proprie decisioni” e ad avere rapporti sessuali “di cui dopo si pentono”. Malgrado cio’, il 28,6% degli intervistati ammette di bere alcol perche’ “facilita il contatto con un possibile partner sessuale”, mentre un consumatore di cocaina su quattro la usa “per prolungare il rapporto sessuale”, ha spiegato una delle autrici dello studio, Montse Juan, in dichiarazioni al Servizio d’informazione e notizie scientifiche (SINC) raccolte da Europa Press.
I ricercatori hanno trovato un legame tra consumo di droghe e sessualita’ in eta’ precoce: l’uso di alcol, cannabis, cocaina ed ecstasy prima dei sedici anni e’ infatti associato al fatto d’aver avuto rapporti sessuali prima di quell’eta’. Inoltre, il consumo di droghe dei partecipanti all’indagine si lega con l’avere piu’ partner sessuali. E’ emerso che, negli ultimi dodici mesi, i consumatori abituali di cocaina hanno avuto cinque volte piu’ probabilita’ d’avere cinque o piu’ compagni sessuali o d’aver “pagato per fare sesso”, ha spiegato l’esperta.
Di fronte a questi dati, gli autori concludono che si devono proporre programmi e strategie preventive, e continuare ad analizzare l’assunzione di droghe connessa agli aspetti sociali, psicologici e fisici legati alla sessualita’, partendo dall’esperienza viva dei giovani.

fonte: aduc droghe

Florida. Consumatrice di marijuana trattata come una criminale: il caso di Rachel Hoffman

Luglio 28, 2008

28 luglio 2008

di Katia Moscano

La 23enne Rachel Hoffman, trovata dalla polizia di Tallahassee in possesso di una borsa con della marijuana, e’ stato chiesto di diventare un’informatrice per evitare di scontare quattro anni di detenzione La ragazza, laureatasi alla Florida State University, e’ stata uccisa due mesi fa, durante un’incauta missione che le fu affidata. Anche il programma televisivo ABC 20/20 ha parlato del suo caso.

“Combattere le droghe significa proteggere le persone, mentre sembra che questo obiettivo non venga rispettato”, ha dichiarato Lance Block, legale della famiglia Hoffman.
Il ministro della Giustizia dello Stato ha assicurato che controllera’ le procedure seguite dalla polizia. Ma il caso ha riaperto i dubbi sulle leggi federali e statali sul possesso di marijuana.

“La definisco una criminale”, ha dichiarato alla ABC Dennis Jones, commissario di Tallahassee, aggiungendo che per il suo Dipartimento sia i consumatori che gli spacciatori sono considerati criminali.
Per la legge statale, il possesso di oltre 20 grammi di marijuana e’ un crimine.

La ragazza fu trovata in possesso anche di due pastiglie di ecstasy, che per lo Stato e’ un crimine, indipendentemente dalle quantita’, e la polizia sospettava che vendesse anche, non fosse solo una consumatrice. “Il mio compito e’ arrestare i criminali e tenerli lontani dalle strade”, ha aggiunto Jones.

Questo caso porta alla luce anche i modi con i quali la polizia ingaggia e usa i collaboratori. La Hoffman non fu addestrata prima di compiere la missione, ossia andare a comprare un grande quantitativo di droghe da due sospetti, uno dei quali l’ha poi colpita a morte.

Fonte: aduc droghe

Italia. Cassazione: portare cannabis fuori casa non e’ reato se per uso personale

Luglio 28, 2008

28 luglio 2008
 
Le droghe leggere, in piccole quantita’, si possono portare fuori dalla propria abitazione e il loro possesso, da parte di chi ne fa uso, non puo’ essere scambiato come indizio di spaccio in quanto non vi e’ nessuna ‘massima di esperienza’ che imponga di affermare che ‘portare fuori casa hashish e marijuana non ha altro senso se non quello di spacciare’. Lo sottolinea la Cassazione che ha assolto un giovane milanese condannato a nove mesi di reclusione e 4.500 euro di multa dopo essere stato sorpreso in macchina con gli amici con un grammo di hashish e uno di marijuana. La Suprema corte ha accolto il ricorso di Dario D.V., di 32 anni. In casa del giovane, inoltre, era stato trovato un altro grammo di marijuana e 9 grammi di hashish. Sia in primo sia in secondo grado era stato condannato per spaccio. Ma gli Ermellini – con la sentenza 31441 della IV Sezione penale – hanno accolto la tesi difensiva in base alla quale aver portato fuori casa la droga non significava che Dario fosse un pusher. In proposito la Cassazione osserva che sulla scia di ‘inesistenti massime di esperienza’ i giudici di merito avevano condannato il giovane milanese sottolineando che i ‘progetti serali di natura ‘commerciale’, anziche’ di mero svago’ erano dimostrati dalla mancanza di strumenti per fumare subito gli spinelli e dal fatto che la droga fosse stata portata fuori di casa. A giudizio di Piazza Cavour non e’ ’significativa’ dell’attivita’ di spaccio la ‘mancanza di strumenti per il consumo diretto’, come le cartine o il tabacco. Inoltre gli Ermellini aggiungono che ‘non e’ dato comprendere sulla base di quale massima di esperienza sia possibile affermare che portare fuori casa quella droga non aveva altro senso se non quello di destinarla allo spaccio’. Anche gli amici di Dario avevano piccole quantita’ di droga leggera. Anche la procura di Piazza Cavour aveva chiesto l’assoluzione di Dario.  

fonte: aduc droghe

La proibizione. Una gallina dalle uova d’oro

Luglio 28, 2008

Che i politici ci prendano in giro perché siamo come bambini di undici anni, e nemmeno troppo svegli, è dimostrato da molte cose, tra cui le leggi sulle droghe, la più grande follia collettiva della storia, le leggi più assurde e controproducenti mai inventate.

Se infatti il motivo della proibizione è che «le droghe fanno male, le droghe uccidono», ebbene, non c’è il minimo dubbio che le droghe illegali, prodotte e distribuite senza controlli, fanno infinitamente più male delle droghe «di farmacia», pure e controllate.

Se il motivo è «la guerra alle mafie del narcotraffico», per favore, diciamo forte e chiaro che queste mafie esistono solo perché qualcuno ha avuto la bella pensata di proibire le droghe. Chi parla di narcotraffico, se non è un completo idiota, non può non capire che è solo la proibizione a regalare alla mafia una gallina dalle uova d’oro, immensi profitti con cui potrà corrompere a ogni livello (come pensate che viaggino per il mondo tonnellate di sostanze proibite?), e soprattutto inserirsi a forza nell’economia legale. Nessuno sa quante e quali imprese, mezzi di comunicazione, immobili siano in mano a prestanome della mafia. La proibizione delle droghe si è di fatto tradotta in un gigantesco «aiuto pubblico» proprio ai delinquenti che i politici ci raccontano di voler combattere.

Se infine si vuole sostenere che la proibizione è utile perché lo Stato non può favorire comportamenti «immorali», è bene ricordare che uno stato deve perseguire i reati, non i peccati. E che mentre i reati sono in fondo tutti riconducibili al «non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te», i peccati sono assai mutevoli nel tempo e nello spazio. Mangiar carne di maiale, bere alcolici, far l’amore senza essere sposati, divorziare, avere relazioni omosessuali, lavorare il sabato, lavorare la domenica, sono tutti «peccati» per qualcuno. Se uno stato dovesse perseguire tutti i peccati indicati da questo o quel gruppo, la vita sociale diventerebbe impossibile; mentre, se persegue solo alcuni peccati ma non altri, si macchia di grave ingiustizia.

Ma se è così, perché mai queste leggi restano in vigore?
Perché purtroppo ai politici va molto bene unire il popolo contro un nemico e scaricare le colpe delle cose che non vanno su dei capri espiatori, e forse anche perché l’immenso giro di soldi della droga «proibita» a qualcuno, alla fin fine, fa comodo.

di Claudio Cappuccino

Fonte: Fuoriluogo.it