Hempyreum’s Weblog


Il falso mito della marijuana di una volta…
di Marco Bazzichi

Un po’ per apprensione, un po’ perché purtroppo è vero, molti tra coloro che hanno avuto un certo tipo di esperienze negli anni Sessanta e Settanta, invitano i figli a non seguire il proprio esempio perché la “maria” che circola oggi non è più sana come una volta. Questo luogo comune, tutto da verificare, ci invita comunque a riflettere sull’evoluzione della qualità dei derivati della canapa più facili da reperire illegalmente. Molti pensano, spiega un’approfondita analisi di NORML, che l’erba di oggi è molto più potente di una volta. Dagli anni Sessanta in qua la “skunk”, che è il nome dato dai britannici alla forma ibrida di cannabis, avrebbe potenziato di 25 volte il principio attivo del THC. Questa è una leggenda. Ve ne sono altre messe in giro apposta dai proibizionisti. Poiché i consumatori di droghe leggere di 30,40 anni fa sono diventati degli adulti non schizofrenici, violenti e senza lavoro, ma, anzi, poiché ricordano con piacere quell’epoca, i proibizionisti devono dire che oggi c’è da stare attenti: oggi sì che la marijuana è pericolosa. Però tutti gli studi condotti in questo senso dimostrano il contrario:

STUDY: ElSohly et al. USA (1980–97) = 35,213 seizures measured; 91% marijuana, 4% sinsemilla, 6% ditchweed; THC Average 2.0% (1980)–4.5% (1997); Minimum 0.0%, Maximum 29.86%, Sinsemilla Max 33.12%

STUDY: ONDCP USA (1983–2006) = 59,369 seizures measured; no breakdown of type; THC Average ~4.0% (1983)–8.5% (2006)

STUDY: Poulsen and Sutherland New Zealand (1976–96) = 1,066 seizures measured; 57.5% leaf, 42.5% bud; THC Average Leaf 1.6% (1978–82)–1.0% (1994–96), Buds 3.8% (1976–82)–3.4 (1994–96); Leaf Minimum 0.2%, Maximum 4.2%, Bud Minimum 0.7%, Maximum 9.7%

STUDY: EMCDDA Austria (1997–2003) = 2,268 seizures measured; 100% Marijuana; THC Average ~2% (1997)–~2% (2003);
Czech Republic (1997–2003) = unknown seizures; 100% Marijuana; THC Average ~2% (1997)–~6% (2003)
Germany (1997–2003) = 17,403 seizures measured; 100% Marijuana; THC Average ~5% (1997)–~8% (2003)
Netherlands (1999/2000– 2001/2002) = 523 samples from coffeeshops; 28% Marijuana, 72% Sinsemilla; THC Average Marijuana ~5% (1999/2000)–~5% (2001–02), Sinsemilla: ~8% (1999/2000)–~13% (2001–02)
Portugal (1997–2003) = 149 seizures measured; 100% Marijuana; THC Average ~1% (1997)–~1% (2003)
STUDY: Niesink et al. Netherlands (2000/2001– 2006/2007) = 562 samples from coffeeshops; 26% Marijuana, 74% Sinsemilla; THC Average Marijuana 5.0% (2000/2001)–7.0% (2003/2004)–6.0% (2006/2007), Sinsemilla 11.3% (2000/2001)–20.4% (2003/2004)–16.0% (2006–07)

STUDY: Baker et al. UK (1975–81) = 335 seizures measured; 100% Marijuana; THC Average 3.4% (1975)–4.9% (1981); Minimum 0.2%; Maximum 17%

STUDY: Eaton et al. UK (1998–2004) = unknown seizures; no breakdown of type; THC Average 7.9% (1998)–12.7% (2004)

STUDY: Licata et al. Italy (1997–2004) = 947 seizures; Loose marijuana (5%), Kilobricks (55%), Buds (26%), Home produced (15%); THC Average 2.5% (1997)–15.0% (2004)

Pur non essendo disponibili dati che arrivino agli anni Sessanta, dal 1975 si nota comunque che il contenuto medio di THC si attesta sul 2%-4% per “l’erba di una volta” e tra il 5 e l’8,5% ai giorni nostri. Ma la potenza non si calcola dal contenuto di THC. Il THC, che è quel che ti dà alla testa, se è più concentrato, non significa che è più potente. E’ come bere due lattine di birra da 3 gradi alcolici o una da 6: si assume la stessa quantità di alcol.

fonte: aduc.droghe



Scienza: Astinenza
Maggio 30, 2008, 6:38 pm
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Ricercatori americani hanno condotto una indagine telefonica per confrontare la gravità dell’astinenza in 67 utilizzatori giornalieri di cannabis e 54 fumatori quotidiani di sigarette di tabacco che avevano cercato di smettere durante i 30 giorni precedenti. L’importanza dei sintomi di astinenza era simile in entrambi i gruppi, ad eccezione del forte desiderio della droga e della sudorazione, che erano leggermente maggiori nei fumatori di tabacco. (Fonte: Budney AJ, et al. J Subst Abuse Treat. 2008 Mar 12 )

Fonte: IACM



Scienza: THC efficace nei casi di nausea costante nei pazienti sottoposti a bypass gastrico.
Maggio 30, 2008, 6:28 pm
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I medici Californiani hanno presentato un rapporto sul caso di una donna di 31 anni con una lunga storia di obesità alle spalle che subì un intervento di bypass gastrico per ridurre l’apporto di cibo. Dopo poche settimane, sviluppò una persistente nausea ed una incapacità a tollerare i liquidi o il cibo e fu ricoverata in ospedale per 7 volte. Furono provati molti farmaci anti emetici, compreso un antagonista della serotonina, che però diede miglioramenti temporanei. In ultimo la paziente chiese di revocare il suo bypass gastrico. Come ultima speranza le fu prescritta del THC orale, con un massimo di 15 mg. al giorno. Notò, nel giro di 1 2 giorni, dei netti miglioramenti dei suoi sintomi, e tollerò molto bene la terapia. Il suo umore ed i livelli di energia migliorarono rapidamente e cominciò a tollerare più cibi e più liquidi per bocca. Ha utilizzato il THC per meno di 4 settimane.

L’intervento di bypass gastrico rende lo stomaco più piccolo e consente al cibo di saltare una parte dell’intestino tenue. Il paziente si sente sazio più in fretta, il che riduce l’apporto di cibo. Saltando parte dell’intestino tenue, inoltre, si assorbono molte meno calorie, arrivando alla perdita di peso. La nausea è una complicazione post operatoria, ben documentata, di questo tipo di intervento, che in genere risponde bene alle terapie, ma non sempre. Gli autori hanno annotato che “Il THC potrebbe avere un ruolo molto utile nel trattamento di questa seria e debilitante complicanza post operatoria.”

(Fonti: Merriman AR, Oliak DA. Uso della marijuana terapeutica per il trattamento di persistente nausea dopo by pass gastrico laparoscopico Roux en Y: rapporto sul caso. Surg Obes Relat Dis 26 Genn 2008 )

Fonte: IACM



La Cassazione del buon senso

Da Fuoriluogo, di Livio Pepino – 23 maggio 2008

Il formalismo dei giuristi, e dei giudici in particolare, riserva ogni giorno qualche nuova sorpresa, per lo più spiacevole. L’ultima dice che se un ragazzo (o un maturo signore) acquista o porta con sé da un viaggio in Olanda o riceve in regalo da un amico una piccola quantità di hashish per fumarselo in santa pace non commette reato (pur residuando un illecito amministrativo), mentre se quella sostanza se la procura con il “fai da te”, cioè coltivandosela in giardino o sul balcone, deve essere punito con il carcere come un trafficante di cocaina ai sensi dell’art. 73 del testo unico n. 309 del 1990 (e successive modifiche), la cui rubrica recita, un po’ grottescamente dati gli esiti a cui conduce, «produzione e traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope». Purtroppo non è uno scherzo ma la realtà conseguente all’intervento congiunto di un legislatore crudele e distratto (che non si cura di dettare norme chiare e razionali) e di una magistratura di legittimità disinteressata agli interessi materiali sottostanti alle decisioni, considerate poco più che un gioco di abilità enigmistica. I termini del problema sono semplici.
Il legislatore, nell’individuare, all’art. 75 del testo unico, le ipotesi di esclusione della illiceità penale del possesso di stupefacenti, fa riferimento alla condotte di «importazione», «acquisto» o «detenzione» di stupefacenti per uso personale. Tra le condotte indicate non è espressamente menzionata la «coltivazione» e ciò ha aperto, tra i supremi giudici della Corte di cassazione, una annosa querelle.
La giurisprudenza prevalente, fondandosi sul dato letterale della norma e temendo forse indicibili abusi, ha stabilito che la coltivazione di piante da cui possono ricavarsi sostanze stupefacenti rientra nell’ambito applicativo dell’art. 73 del dpr n. 309 e che è irrilevante ai fini penali la destinazione ad uso personale della coltivazione (così la quarta sezione penale, nella sentenza 17 ottobre 2006, Quaquero e altro e la sesta sezione penale, nella sentenza 15 febbraio 2007, Casciano). Con sano buon senso e altrettanto acume giuridico un collegio della sesta sezione, chiamato a pronunciarsi su un caso di condanna per la coltivazione di cinque piantine di marijuana, ha, peraltro, cambiato orientamento, annullando la condanna e affermando una cosa tanto ovvia quanto coerente con il sistema, e cioè che «la coltivazione di piante da cui possono ricavarsi sostanze stupefacenti, che non si sostanzia nella coltivazione in senso tecnico-agrario ma rimane nell’ambito concettuale della cosiddetta coltivazione domestica, ricade nella nozione della detenzione, sicché occorre verificare se, nella concreta vicenda, essa sia destinata ad un uso esclusivamente personale del coltivatore» (sentenza 18 gennaio 2007, Notaro).
La decisione è all’evidenza saggia ma, determinando quel che si chiama un «contrasto giurisprudenziale», ha provocato l’intervento risolutivo del massimo organo di legittimita, cioè le sezioni unite della stessa Corte di cassazione. Così, nell’aprile scorso, è arrivato il verdetto: saggezza e buon senso sono stati archiviati ed è stato riconfermato che tenere sul balcone un vaso con una maledetta piantina è un comportamento criminale e meritevole di essere punito con il carcere… Ora aspettiamo la motivazione della sentenza, ma intanto occorre ricominciare a ragionare. Il clima politico e il formalismo giuridico imperante non promettono niente di buono nei tempi brevi e neppure nei tempi medi. Ma mettendo in circolo idee e intelligenza anche la giurisprudenza può cambiare. Altre volte è accaduto.