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La scoperta del sistema endocannabinoide (parte 1)

Nel 1990 sono stati scoperti dei recettori capaci di legarsi con il principio attivo della Cannabis (THC), come se il nostro organismo fosse predisposto all’uso di cannabinoidi. Nel 1992 si è scoperto che anche il nostro organismo produce una sostanza definita “endocannabinoide” (anandamide), in grado di legarsi agli stessi recettori dei cannabinoidi naturali, similarmente alle endorfine, sostanze prodotte dal nostro organismo e che agiscono come la morfina o l’eroina (diacetilmorfina) introdotte dall’esterno. Numerosi sono i lavori scientifici che evidenziano l’efficacia del trattamento dei cannabinoidi in diverse situazioni cliniche:
1) trattamento della nausea e del vomito per pazienti oncologici sottoposti a chemioterapia
2) stimolazione dell’appetito nei pazienti affetti da AIDS e che presentano una sindrome da deperimento
3) trattamento della spasticità nella sclerosi multipla e nelle lesioni midollari (ancora in corso studi clinici controllati)
4) terapia del dolore cronico di varie patologie. Il loro impiego ha promettenti potenzialità in alcune forme particolari di dolore cronico (dolore da spasticità muscolare, dolore neuropatico) scarsamente sensibili agli antidolorifici convenzionali. I cannabinoidi nell’animale hanno dimostrato proprietà analgesiche, paragonabili a quelle dei cosidetti “oppiacei minori” e presentano azione sinergica, ossia aumentano l’efficacia della morfina nel trattamento del dolore, permettendo una riduzione del dosaggio e quindi degli effetti collaterali della morfina stessa. Esistono dati molto consistenti nell’animale ed ancora pochi nell’uomo. In Italia sta partendo uno studio multicentrico che coinvolge Roma (Az. Policlinico Umerto I, Univ. “La Sapienza”), Torino (Azienda Sanitaria Ospedaliera Molinette, San Giovanni Battista) e New York (Beth Israel Medical Center) in pazienti oncologici. Si tratta di uno studio randomizzato, multicentrico, verso placebo della durata di 4 settimane, il cui obiettivo è la valutazione dell’efficacia analgesica THC nel paziente oncologico con dolore medio-grave, in associazione con la morfina. Inoltre lo studio si propone di dimostrare il miglioramento della qualità di vita misurata attraverso i parametri emozionali, la riduzione della nausea e della cachessia neoplastica. I pazienti saranno trattati con morfina solfato o con morfina solfato più THC: CBD (un estratto intero della pianta di Cannabis sativa), assunto per spray oromucoso. Un gruppo di pazienti sarà trattato con sola Morfina Solfato, un gruppo con Morfina Solfato + spray oromucoso ed un gruppo con Morfina Solfato + placebo. In Italia l’uso medico dei derivati della cannabis è stato molto difficoltoso poiché non esistono fonti legali di approvvigionamento e non esistono sul mercato italiano prodotti a base di Cannabis e derivati e mentre invece è possibile importare legalmente dall’estero questi prodotti, in particolare da altri paesi dell’U.E., naturalmente su prescrizione medica (art. 2 del D.M. 11/02/1997). Tuttavia la procedura è molto complessa e richiede diversi passi: una richiesta di importazione del medico curante con il consenso informato del paziente va inoltrata, attraverso una farmacia ospedaliera o altra farmacia della ASL territoriale di competenza, al Ministero della Salute - Ufficio Centrale Stupefacenti - che dovrà rilasciare un “nulla osta”. Nella nuova legge NON è previsto l’uso terapeutico di derivati naturali o sintetici della cannabis. Nella Cannabis Sativa, pianta erbacea annua appartenente alla famiglia delle Cannabinacee, sono state individuate numerose sostanze chimiche quali il cannabinolo, il cannabidiolo ed il TCH o delta-9-tetraidrocannabinolo (delta-9-THC). Il THC è componente attivo più noto della Cannabis e può essere considerato il capostipite della famiglia dei fitocannabinoidi. E’ un composto che agisce sul sistema nervoso centrale (SNC): induce euforia, distorsione della percezione temporale, alterazione delle percezioni uditive e visive, sedazione (tutte azioni che vengono sfruttate nell’uso ricreativo della droga). Inoltre presenta altre azioni psicoattive che possono essere utilizzate a scopo terapeutico: azione antidolorifica, antinausea, anticinetosica, stimolante dell’appetito, riduttiva della pressione endoculare ed il tremore. Agisce anche su numerosi organi periferici quali i polmoni (dilatazione alveolare), cuore (tachicardia), apparato vascolare (vasodilatazione) e sistema immunitario (inibizione della funzione immunitaria). Gli studi sull’azione del delta-9-THC, isolato da Gaoni e Mechoulam nel 1964, portarono all’ipotesi che i cannabinoidi esogeni dovevano agire attraverso un sistema di recettori cellulari specifici. Nel 1990 Matsuda e colleghi identificarono nel cervello del ratto un recettore specifico, accoppiato a una proteina G, capace da un lato di legare il THC e dall’altro di inibire l’adenilato-ciclasi. A questo punto, pensando al sistema degli oppioidi endogeni, fu naturale cercare la sostanza endogena capace di legarsi e di attivare il recettore. E nel 1992, Devane e colleghi isolarono il primo endocannabinoide e lo chiamarono anandamide, in sanscrito “beatitudine eterna”. Negli anni successivi si scoprirono altri endocannabinoidi, il 2-arachinodil glicerolo e 2-arachinodil glicerile, composti endogeni che agiscono sugli stessi recettori cui si lega il THC esogeno ed inducono gli effetti tipici dei composti attivi della Cannabis. Lo studio del sistema endocannabinoide permise di identificare i principali siti in cui sono presenti i recettori per i cannabinoidi, si riconobbero due tipi diversi di recettori, chiamati: CB1, presente sia nel sistema nervoso centrale (SNC) sia in quello periferico e CB2, presente principalmente nelle cellule immunitarie e nel sistema autonomico. I cannabinoidi interagiscono con un ampio spettro di neurotrasmittori e neuromodulatori quali acetilcolina, dopamina, acido gamma-aminobutirrico (GABA), istamina, serotonina, glutammato, noradrenalina, prostaglandine e oppiodi endogeni. Parte degli effetti farmacologici possono essere spiegati sulla base delle interazioni con questi sistemi recettoriali, come per esempio l’effetto sulla spasticità per le interazioni con i sistemi GABAergico, glutammergico e dopaminergico. La distribuzione dei recettori dei cannabinoidi nel cervello suggerisce un ruolo fisiologico nel controllo del dolore, del movimento e della percezione, nella regolazione degli stati emotivi, simile e complementare a quella esercitata dalle endorfine sia a livello centrale che periferico, nei processi d’apprendimento e della memoria, ed ha aperto la strada alla comprensione delle loro potenzialità terapeutiche. Le principali aree funzionali con maggior concentrazione di recettori CB sono: corteccia cerebrale (processi cognitivi ed apprendimento), ippocampo, (memoria), gangli basali e cervelletto (controllo dell’attività locomotoria), sostanza grigia periacqueduttale, corno posteriore del midollo spinale (modulazione del dolore), centri ipotalamici, (regolazione dell’appetito) nonché, in organi del sistema immunitario (leucociti periferici, timo, milza, pancreas).

Possibili usi clinici della cannabis
Preparati a base di cannabis, naturali o sintetici, vengono utilizzati in diverse patologie, ma allo stato attuale non vi sono dati clinici sostanziali circa la loro reale efficacia in tutte le patologie proposte; è infatti possibile distinguere patologie nelle quali A) l’effetto è scientificamente dimostrato: terapia della nausea e del vomito da chemioterapia e stimolazione dell’appetito nei pazienti con sindrome da deperimento AIDS-correlata, B) l’effetto è relativamente confermato: dubbio effetto del THC nella spasticità in pazienti affetti da sclerosi multipla o lesione spinale, dolore cronico e sindrome di Tourette, come anche in disturbi del movimento (distonia e discinesie iatrogene), nell’asma e nel glaucoma, C) l’effetto non è del tutto confermato: viene riferito beneficio nelle allergie, patologie infiammatorie, epilessia, singhiozzo intrattabile, depressione, disturbi bipolari, ansia, dipendenza da oppiacei e alcol, disturbi del comportamento in pazienti con malattia di Alzheimer, D) studi ancora in corso: possibile uso terapeutico nel danno ipossico del SNC, nelle patologie autoimmuni e come prevenzione delle patologie neoplastiche Stimolazione dell’appetito nei pazienti con sindrome da deperimento AIDS-correlata: è noto che il mantenimento di un adeguato apporto calorico e peso corporeo è di importanza critica nel determinare la prognosi dei pazienti con infezione da HIV. Quando, per la presenza di infezioni dell’apparato digerente, non si riesce a garantire un adeguato apporto di cibo, possono comparire segni di malnutrizione. Se il peso corporeo scende oltre una certa soglia si instaura il quadro della cosiddetta wasting syndrome (sindrome da deperimento), che è spesso associato ad una prognosi infausta. Nei pazienti con sindrome da deperimento sono stati ottenuti risultati insoddisfacenti con la maggior parte dei farmaci studiati quali stimolanti dell’appetito. Il megestrol acetato, un derivato del progesterone che ad alte dosi (320-640 mg/die) ha prodotto qualche risultato in termini di aumento di peso, dovuto però prevalentemente ad un aumento del grasso corporeo. La capacità dei derivati della Cannabis di stimolare l’appetito è nota da tempo e costituisce un’esperienza comune per i molti che ne fanno un uso “ricreativo”. Alcune evidenze aneddotiche hanno suggerito la possibilità dell’utilizzo di questa proprietà a fini terapeutici nei pazienti HIV positivi (Grinspoon, 1993). Studi su volontari sani hanno confermato che il fumo di marijuana aumenta l’appetito e l’assunzione di cibo, incrementando il peso corporeo (Foltin, 1988). Recentemente un gruppo di ricercatori italiani ha dimostrato che il sistema dei cannabinoidi endogeni ha un ruolo centrale nella regolazione dell’apporto di cibo (Di Marzo, 2001) e successivamente diversi studi clinici controllati hanno confermato, in pazienti HIV positivi, l’efficacia nella stimolazione dell’appetito di un cannabinoide sintetico, il dronabinol. La FDA ne ha autorizzato l’uso quale “stimolante per l’appetito” nei pazienti con perdita di peso AIDS-correlata a partire dal 1992; il farmaco è stato successivamente registrato, con questa specifica indicazione, anche in alcuni paesi europei. È stato posto il problema delle possibili interazioni negative, in questi pazienti, della Cannabis con il sistema immunitario e di possibili interazioni dannose tra i farmaci antivirali e i derivati della Cannabis, dal momento che gli inibitori delle proteasi e il THC utilizzano, a livello epatico, analoghe vie metaboliche. Il primo studio ha coinvolto 67 pazienti in terapia con inibitori delle proteasi. Uno studio ha dimostrato che non ci sono differenze statisticamente significative per quanto riguarda l’andamento dei livelli del virus nel sangue tra i tre gruppi che assumevano rispettivamente cannabis per inalazione, dronabinol e placebo (Abrams, 2001); nei pazienti trattati con derivati della Cannabis (naturali o sintetici che fossero) si è osservato un guadagno medio di 2.2 kg di peso corporeo, contro 0.6 kg di quelli trattati con placebo. È risultato che i cannabinoidi, sia naturali che sintetici, non hanno avuto alcun impatto negativo sull’efficacia delle terapie antivirali nelfinavir e indinavir nei pazienti con AIDS e oltre a stimolare l’appetito, sono efficaci anche nel ridurre la nausea e altri effetti collaterali dei farmaci antivirali. Al (Kosel, 2002). I derivati della Cannabis sono stati definiti dalla British Medical Association un utile strumento nella terapia delle infezioni da HIV, sul quale puntare l’attenzione per ulteriori approfondimenti (Robson, 1998).

Fonte: leadershipmedica



La scoperta del sistema endocannabinoide (parte 2)

Trattamento della nausea e del vomito nei pazienti in chemioterapia
Ogni anno in Italia circa 300 mila pazienti affetti da tumore si sottopongono a trattamenti di chemioterapia. Si tratta di terapie talora molto debilitanti e che si accompagnano a numerosi effetti collaterali. Molti dei farmaci chemioterapici comunemente utilizzati inducono frequentemente nausea e vomito. E questo è un problema importante, poiché questi pazienti spesso sono già molto debilitati e, non riuscendo a mantenere un regolare apporto di cibo, deperiscono ulteriormente. I farmaci antiemetici possono a loro volta avere effetti collaterali anche sul sistema nervoso centrale, in particolare sedazione. Le prime testimonianze dell’azione positiva del fumo di Cannabis nel controllare la nausea e il vomito causati dalla chemioterapia risalgono agli anni settanta. L’efficacia antiemetica del delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) è stata confermata da numerosi studi controllati con placebo e con farmaci antiemetici convenzionali che evidenziano che i cannabinoidi risultavano più efficaci delle terapie convenzionali.
Una revisione pubblicata recentemente British Medical Journal (Tramèr, 2001) ha selezionato trenta lavori che rispondono a criteri di validità scientifica, coinvolgenti circa millequattrocento pazienti. In tutti questi studi l’efficacia antiemetica dei cannabinoidi è risultata superiore a quella dei farmaci convenzionali: proclorperazina, metoclopramide, clorpromazina, tietilperazina, aloperidolo, domperidone e alizapride.
I derivati della Cannabis, sia quelli naturali che quelli sintetici, agiscono stimolando i recettori CB1 presenti nelle aree del cervello deputate al controllo del vomito (Darmani, 2001) ed è stato recentemente suggerito che il sistema cannabinoide endogeno abbia un ruolo di primo piano nella modulazione in questa funzione.

Cannabis e Sclerosi Multipla.
La sclerosi multipla (SM), è una patologia che colpisce nel mondo circa 3.000.000 individui, 400.000 in Europa e 50.000 in Italia. Fra le malattie di origine neurologica è quella che provoca maggior numero di disabili. Ogni anno, in Italia, si verificano 1.800 nuovi casi, uno ogni 4 ore, un abitante colpito ogni 1.200. Il 60% dei pazienti con SM lamenta dolore. Nei soggetti affetti le cellule del sistema immunitario distruggono la guaina mielinica che protegge le cellule dei nervi nel cervello e nel midollo spinale, inducendo decorsi e quadri clinici molto variabili. Essa causa una varietà di sintomi spesso cronici, tra cui spasticità muscolare e spasmi, dolore, tremore e problemi vescicali. Diverse evidenze hanno supportato l’opinione che gli elementi psicoattivi contenuti nella Cannabis sativa possano agire positivamente sui diversi sintomi associati alla malattia, in particolare sulla spasticità, il dolore, i disturbi urinari e le alterazioni del sonno, disturbi presenti soprattutto nella fase progressiva di malattia e per i quali, ancora oggi, la gestione risulta difficoltosa. Numerosi sono gli articoli pubblicati, per lo più su riviste prestigiose, sull’argomento: 35 lavori su modelli animali e biologici (ricerca bibliografica con parole chiave: cannabis, experimental research and laboratory research), 17 articoli relativi a protocolli sperimentati sull’uomo (trials clinici di fase II e III) e 44 articoli di revisione dell’argomento.
Nel 2003 è stato pubblicato un ampio studio multicentrico, randomizzato placebo-controllato su 630 pazienti con SM per il trattamento sintomatico (Zajicek JP), che non ha evidenziato effetti significativi della cannabis (estratto cannabis o THC) utilizzata dai pazienti per un periodo di 15 settimane sulla spasticità muscolare. Tuttavia una maggioranza di pazienti che ha assunto il farmaco ha ritenuto che questo avesse ridotto i sintomi della loro spasticità, con un miglioramento anche della deambulazione, così come del dolore. Non vi è una spiegazione chiara sulla differenza riscontrata fra i risultati oggettivi e soggettivi sulla spasticità; il gruppo di ricerca ha suggerito come ciò possa forse riflettere una riduzione delle manifestazioni della spasticità piuttosto che un effetto sulla rigidità del muscolo di per sé. Nel 2005 lo stesso autore ha pubblicato i dati relativi agli effetti del trattamento nei 502 pazienti che avevano deciso di continuare la terapia in sperimentazione per 12 mesi, dimostrando anche a lungo termine un, seppur limitato, effetto positivo su alcuni aspetti della disabilità, in particolare sulla spasticità (Zajicek JP, JNNP 2005).

Fonte: leadershipmedica



La scoperta del sistema endocannabinoide (parte 3)

Freeman RM (Int Urogynecol J Pelvic Floor Dysfunct 2006) ha recentemente pubblicato i dati relativi ad un possibile effetto benefico della cannabis sui disturbi urinari in pazienti con SM: i tre gruppi a differente trattamento (estratto cannabis, THC o placebo) hanno mostrato una riduzione significativa del disturbo urinario: del 38% nel gruppo trattato con estratto cannabis , del 33% nel gruppo THC e del 18% nel gruppo placebo, Brady CM (Mult Scler 2004) ha effettuato uno studio aperto relativo al possibile effetto della cannabis sui disturbi urinari in pazienti affetti da SM.
Sono stati studiati 15 pazienti trattati per otto settimane con THC:CBD e per altre otto settimane solo con THC. La raccolta dei dati ha mostrato un significativo miglioramento dell’urgenza minzionale, della nicturia e del numero di episodi di incontinenza. Anche la soggettiva percezione di dolore, spasticità e qualità del sonno hanno mostrato un significativo miglioramento. Recentemente Rog DJ (Neurology 2005) ha trattato con THC: CBD 66 pazienti con SM e dolore centrale refrattario ai trattamenti per cinque settimane tramite uno studio randomizzato in doppio-cieco placebo-controllato a gruppi paralleli. Il trattamento attivo è risultato ben tollerato e ha mostrato un’effettiva efficacia nel ridurre il dolore e i disturbi del sonno. Alcuni studi hanno invece mostrato un effetto sul dolore centrale neuropatico. Svendsen KB (BMJ 2004), tramite uno studio cross-over randomizzato in doppio-cieco placebo-controllato ha somministrato dronabinolo per os per tre settimane e placebo per altre tre settimane, dopo un periodo di pausa tra le due fasi di trattamento della durata di due settimane. I 24 pazienti trattati con farmaco attivo hanno mostrato una significativa riduzione del 21% del dolore provato rispetto a quello percepito all’inizio dello studio, ed un importante sollievo soggettivo. In Letteratura vi sono pertanto numerose pubblicazioni che suggeriscono un effetto terapeutico della Cannabis e dei suoi derivati. Tali dati richiamano l’attenzione sulla necessità di studi più accurati e più estesi per definire l’efficacia, il dosaggio, le indicazioni terapeutiche e gli effetti indesiderati, nonché per stabilire quali componenti dell’estratto di Cannabis siano maggiormente efficaci e se i singoli componenti siano più o meno attivi dell’estratto grezzo in cui sono tutti presenti. In Italia i prof. C. Pozzilli e M. Inghilleri stanno terminando un importante studio sugli effetti di Satixex nella SM.

Azione analgesica nel dolore oncologico
I cannabinoidi posseggono proprietà analgesiche, paragonabili a quelle dei cosi detti “oppiacei minori” ed aumentano l’efficacia della morfina nel trattamento del dolore ed il loro impiego ha promettenti potenzialità nella terapia del dolore oncologico, (3,4). Nella terapia del dolore severo oncologico, la morfina rappresenta un farmaco cardine il cui uso prolungato determina peraltro effetti collaterali indesiderati di una certa importanza: costipazione, depressione respiratoria, nausea, oltre che tolleranza e dipendenza fisica.
L’analgesia da cannabinoidi, dimostrata in modelli animali, è duratura, con potenza simile agli oppiodi e ben tollerata.
Infatti gli effetti collaterali indesiderati non sono, di solito, gravi: in acuto: psicoattivi (disforia, rallentamento del pensiero, alterazioni della percezione spazio-tempo, vertigini, ansia e attacchi di panico), alterazioni della funzione motoria; in cronico: compromissioni immunologiche, dipendenza in gruppi “ad alto rischio”, neoplasie (nei fumatori di marijuana). I cannabinoidi possono inibire il dolore agendo attraverso i recettori CB1 o CB2-like a vari livelli: a livello encefalico dove regolano la trasmissione sinaptica impedendo il rilascio del neurotrasmettitore del sistema antimocicettivo discendente a livello spinale dove è alta la concentrazione di recettori cannabinoidi CB1 a livello delle afferenze nocicettive. Inoltre l’attivazione dei recettori CB1-like e CB2-like regola l’inizio del dolore nel tessuto cutaneo, suggerendo possibilità che i cannabinoidi oltre ad una azione spinale e sopraspinale partecipano nel ridurre i segnali dolorosi a livello del tessuto.

Fonte: leadershipmedica



La scoperta del sistema endocannabinoide (parte 4)

L’efficacia analgesica dei cannabinoidi è maggiore nel dolore neuropatico che in quello nocicettivo, nel dolore cronico rispetto all’acuto e presenta azione sinergica con gli oppioidi. Diverse sono le evidenze sperimentali che indicano che l’uso combinato di morfina e cannabinoidi può offrire vantaggi nella terapia del dolore severo oncologico, in particolare in quello resistente agli oppioidi. L’interazione morfina-THC è sinergica, cioè l’effetto prodotto è maggiore della somma degli effetti provocati dai singoli farmaci (Cichewitz et al 2004).

L’effetto analgesico della morfina o della codeina è potenziato dall’associazione con THC a dosi di per sé inefficaci e anche l’effetto analgesico di altri oppiacei? è potenziato dal THC (Cichewitz et al 1999). Dati indicano che anche la morfina potenzia l’analgesia da THC. Sia il naloxone che il composto SR141716A (antagonista dei recettori CB1 cannabici) bloccano l’effetto analgesico dell’associazione. La reciproca capacità di liberare endocannabinoidi o oppioidi endogeni potrebbe giustificare il potenziamento d’azione dei due sistemi.
I promettenti risultati ottenuti con gli animali da laboratorio sia dopo trattamento acuto che cronico costituiscono un approccio promettente per la terapia del dolore. Infatti il sinergismo tra morfina e TCH permette di associare basse dosi dei due farmaci così riducendo i loro effetti collaterali e di rallentare lo sviluppo della tolleranza alla morfina. Inoltre l’utilizzo di associazioni ben titolate di oppioidi e cannabinodi potrebbe migliorare la qualità della terapia del dolore oncologico, poiché oltre che aumentare la potenza dell’effetto analgesico, è possibile ridurre i sintomi della emesi e della anoressia. Infatti i problemi difficilmente risolvibili nella terapia palliativa sono diversi: anoressia, perdita di peso, cachessia, nausea e vomito, dolore moderato - severo, ansia, depressione ed i cannabinoidi rappresentano, al momento, l’unico farmaco che sia efficace nel ridurre la maggior parte di questi sintomi. E un singolo trattamento che aumenta l’appetito, diminuisce nausea e vomito, migliora il dolore e l’umore, può essere un potenziale e utile strumento nella medicina palliativa.

Per quanto riguarda gli effetti collaterali dell’uso cronico di queste sostanze, sicuramente significativi quali compromissioni immunologiche, dipendenza in gruppi “ad alto rischio”, è importante ricordare che l’aspettativa di vita dei pazienti che potrebbero ricevere terapia con cannabinoidi e morfina è purtroppo molto breve: qualche settimana o mesi. Infine è da ricordare che gli effetti della cannabis sull’umore, sul sonno e sullo stress sono aspetti importanti che dovrebbero essere considerati nei trial clinici. Infatti l’euforia viene spesso descritta come “effetto collaterale da cannabinoidi”. É realmente un’”esperienza spiacevole”, nei malati terminali? Esistono peraltro ancora troppi pochi dati nell’uomo sull’efficacia terapeutica dell’associazione morfina-cannabinodi nel dolore severo oncologico (Naef et al 2003) ( Gw Webside 2005).

In Italia si sta preparando uno studio multicentrico internazionale che coinvolge Az. Policlinico Umberto I, Università di Roma La Sapienza (prof. R.Cerbo, C. Cartoni, E. Cortesi, C. Reale e L. Frati), Azienda Sanitaria Ospedaliera Molinette, San Giovanni Battista (Prof. A.Mussa e E. Torta), Beth Israel Medical Center NY (prof. M. Pappagallo). E’ uno studio randomizzato, multicentrico, della durata di 4 settimane (28 giorni) con una popolazione di 270 pazienti, il cui obiettivo primario è la valutazione dell’efficacia analgesica del THC in terapia adiuvante con gli oppioidi rispetto alla sola terapia con gli oppioidi. Inoltre sarà valutato il miglioramento della qualità di vita (riduzione della disabilità, dei sintomi ansiosi e depressivi e del comportamento di malattia, attenzione all’incremento dell’appetito) e la riduzione della nausea e vomito nei diversi gruppi. I farmaci in studio sono il THC:CBD Morfina solfato per os (20-60 mg).

Fonte: leadershipmedica



La scoperta del sistema endocannabinoide (parte 5)

Situazione legislativa sull’uso dei cannabinoidi in medicina

L’industria farmaceutica ha prodotto negli ultimi anni differenti cannabinoidi sintetici, alcuni dei quali sono stati registrati per uso terapeutico e commercializzati in diversi paesi. In particolare vanno citati il dronabinol in commercio in Germania, Olanda e negli USA prodotto dalla Solvay Pharmaceuticals, Inc. ed il nabilone, con proprietà farmacologiche simili al THC ed in commercio in Gran Bretagna, Canada e Germania, Belgio, Olanda, Svizzera, Israele e Sudafrica, prodotto dalla Cambridge Laboratories Ltd, UK. Entrambi i prodotti sono approvati per il trattamento della nausea e del vomito nelle chemioterapie antitumorali e nell’anoressia in malati di AIDS. Il dronabinol è disponibile anche nell’Unione Europea come farmaco generico. Recentemente si sono aggiunte due specialità medicinali a base di infiorescenze di Cannabis Sativa, disponibili dal 1 settembre 2003 nelle farmacie olandesi. In Canada, Gran Bretagna e più di recente negli USA è invece stato approvata la vendita del THC: CBD per il trattamento del dolore nei pazienti con SM. In Canada, unico paese al mondo, dal 2001 è consentito fare uso, possedere e coltivare marijuana per scopi medici. Tali pratiche sono disciplinate da Marihuana Medical Access Regulations per pazienti oncologici o affetti da sclerosi multipla, malati di AIDS, epilettici, malati terminali. Dal 23 ottobre 2004 il governo ha ammesso la distribuzione della marijuana medica attraverso la rete delle farmacie. Attualmente, circa 800 pazienti canadesi sono autorizzati a fare uso e a possedere marijuana per scopo medico. In Italia l’uso medico dei derivati della cannabis è molto difficoltoso poiché non esistono fonti legali di approvvigionamento e non esistono sul mercato italiano prodotti a base di Cannabis e derivati. Invece è possibile importare legalmente dall’estero questi prodotti, in particolare da altri paesi dell’U.E., naturalmente su prescrizione medica (art. 2 del D.M. 11/02/1997 che riguarda l’importazione di specialità medicinali registrate all’estero). Nel recentissimo DL (marzo 2006) la Cannabis ed i suoi derivati sono stati inclusi nella tabella I, dove trovano posto quelle sostanze che non trovano nessun impiego terapeutico e che, quindi, non possono essere prescritte. L’ex ministro Storace ha emesso un decreto che permetteva, per i 90 giorni successivi, di utilizzare le norme della vecchia legislazione. Tuttavia la procedura è molto complessa e richiede l’autorizzazione del Ministero della Salute - Ufficio Centrale Stupefacenti, l’intervento della farmacia ospedaliera o altra farmacia della ASL territoriale di competenza, o l’intervento del magistrato. Va rilevato che tale procedura, per la sua complessità, si è ripetutamente rivelata una sorta di “percorso ad ostacoli”, fonte di intoppi burocratici, disguidi, ritardi, che espongono i pazienti che la utilizzano a grandi disagi, mettendo spesso in discussione la possibilità di effettuare con continuità la terapia.

Prof. Rosanna Cerbo
Neurologist and Psychiatrist; Professor of Neurology, 1st School of Medicine and Surgery, La Sapienza University, Rome, Italy

Fonte: leadershipmedica



Marijuana e cruciverba tra i 7 modi per allontanare l’alzhaimer

La ricerca pubblicata sul quotidiano The Indipendent



Fare cruciverba quattro giorni alla settimana e fumare marijuana riducono il rischio di contrarre l’Alzhaimer. A sostenerlo è una ricerca, pubblicata oggi sul quotidiano The indipendent, che spiega come con pochi cambiamenti al proprio stile di vita si può allontanare la minaccia della demenza senile. Fra i sette suggerimenti ci sono anche un buona forma fisica, una vita sociale e affettiva soddisfacente e pochissima televisione. Infine, anche la dieta Mediterranea, ricca di frutta e verdure, aiuta a scongiurare la terribile malattia.

fonte: la7.it



Italia. Sclerosi multipla. Burocrazia e pregiudizi continuano a colpire i malati

Il diritto a non soffrire in Italia e’ ancora un miraggio, specialmente quando l’unico farmaco efficace per alleviare il dolore e’ derivato da una pianta “malvagia”, la cannabis.
L’ennesimo caso di sofferenza inutile ci viene segnalato dalla Sicilia e riguarda una donna affetta da sclerosi multipla, costretta dalla burocrazia a rinunciare all’unico trattamento in grado di alleviare i sintomi della malattia.
Come lei, i malati di sclerosi multipla continuano a soffrire a causa di preconcetti, ignoranza e burocrazia, nonostante la comunita’ scientifica internazionale sia ormai unanime sull’efficacia terapeutica della cannabis. Non e’ un caso che l’Italia continui ad essere agli ultimissimi posti in Europa e nel mondo occidentale per la cura del dolore.
Rivolgiamo un appello urgente al ministro della Salute Sacconi affinche’ ponga rimedio alla allucinante situazione di coloro che sono oggi costretti a soffrire inutilmente attraverso un decreto-legge che ponga fine alla discriminazione contro chi soffre. Invitiamo il ministro anche a promuovere la sensibilizzazione e l’aggiornamento del personale sanitario sui farmaci cannabinoidi, ancora troppo sconosciuti ai medici italiani.

La testimonianza

Il mio nome è Giuseppina, ho 60 anni, abito a Palermo e sono affetta da sclerosi multipla del tipo secondario progressivo da piu’ di 20 anni. La lenta ma inesorabile progressione della malattia mi ha portato ad avere grossissime difficolta’ di deambulazione, equilibrio, astenia, incontinenza, fatica, dolore, spasticita’, mancanza di concentrazione. Per il mio tipo di sclerosi i pochi farmaci che mi hanno prescritto non hanno mai avuto nessun effetto positivo ma, in compenso, tanti effetti collaterali, al punto tale che, fino a circa tre mesi fa, prendevo soltanto antidepressivi e tavor.
Grazie soprattutto a Stefano Balbo, paziente di Merano affetto da sclerosi multipla, sono venuta a conoscenza del Sativex, che e’ a base di THC, cannabinoide che il Ministero ha inserito nella tabella B2 fra le sostanze che hanno attività farmacologica e che, del resto, e’ l’unico farmaco registrato al mondo, in Canada, per il dolore neuropatico della sclerosi multipla.
Sono riuscita ad avere una fornitura per due mesi circa di terapia, a spese mie (1200 euro circa), con risultati a dir poco eccezionali, testimoniati, del resto, dal neurologo presso il quale sono in cura. Dopo circa venti giorni ho sentito dei miglioramenti ed uno stato di benessere generale che non avvertivo da circa 20 anni. Miglioramenti netti nella deambulazione, nell’equilibrio, nell’incontinenza, nel dolore, nella spasticita’, insomma, in tutti i sintomi della malattia.
A causa di intoppi burocratici, purtroppo, aspetto ancora la nuova fornitura e sono scoperta del farmaco da circa 2 mesi, con la conseguenza che, inevitabilmente, il mio stato di salute e’ nuovamente tornato come prima. I problemi burocratici nell’approvvigionamento del farmaco, unitamente ai costi proibitivi, rendono di fatto impossibile dare una continuita’ all’utilizzo del farmaco stesso che, ribadisco, mi ha dato risultati insperati ed eccezionali ed mi ha fatto vedere concretamente la possibilita’ di cambiare in maniera radicale la qualita’ della mia vita.
Che io sappia, il Sativex viene fornito gratuitamente dall’AUSL di Bolzano, ma in Sicilia mi hanno detto che devo pagarmelo da me. Questa disparita’ e’ assolutamente intollerabile e “stupefacente”. In questo modo non potro’ piu’ curarmi e questo, in un Paese civile, non e’ accettabile.
All’ASL mi hanno detto che tale farmaco non e’ inserito nel prontuario regionale e quindi puo’ essere importato solo a carico del cittadino. Il primario del reparto di neurologia dell’ospedale presso il quale sono in cura mi ha detto che la struttura ospedaliera non puo’ prendersi in carico il farmaco.
Ma se un farmaco e’ l’unico possibile per migliorare le condizioni di salute del paziente, deve essere lo Stato a fornirlo gratuitamente! Puo’ la burocrazia essere piu’ importante del dolore e della sofferenza? Puo’ essere un discrimine vivere in Sicilia o a Bolzano se si e’ ammalati di sclerosi multipla?
Augurandomi che al piu’ presto sia possibile avere il farmaco gratuitamente ed in tempi normali, porgo cordiali saluti

fonte: aduc.droghe



Italia. Il neuroscienziato: l’alcol e’ la droga piu’ pesante
Maggio 27, 2008, 6:52 pm
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Cita Sigmund Freud, fra i primi a provare e studiare gli effetti della cocaina, per spiegare perche’ meriti il titolo di “regina delle droghe” e riesca a stregare in breve tempo chi ne fa uso: produce “una sensazione esilarante”, scriveva il fondatore della psicanalisi, e un’euforia durevole che non presenta alcuna differenza da quella di un individuo normale…innamorato”. Il farmacologo e neuroscienziato di fama mondiale Gian Luigi Gessa, professore emerito dell’universita’ di Cagliari e fino al 2003 direttore del centro d’eccellenza “Neurobiologia delle dipendenze” del ministero dell’Universita’ nell’ateneo cagliaritano, a 76 anni, ha sintetizzato in un libro di 134 pagine (edito da Rubbettino) “Cocaina”, le sue conoscenze su una droga che gli uomini consumano da 4.000 anni. Se gli si chiede se l’amore puo’ essere un antidoto alla cocaina, Gessa risponde senza esitazioni: “Assolutamente. L’amore, non dico per chi e per che cosa.  L’amore in senso assoluto. Infatti, nelle comunita’ di recupero il segreto - quando riesce - e’ far innamorare gli ospiti di nuovo della vita. Addirittura far capire - questo e’ lo stimolo maggiore - che riescono a vivere se uccidono il drago e a vincere la droga”. Per studiare l’effetto delle droghe sul cervello degli uomini, Gessa ha disatteso - come ama ricordare anche nel suo libro - l’anatema di Cartesio “guai a chi pensa che l’anima delle bestie sia come quella dell’uomo” e si e’ servito dei ratti da laboratorio. Ma l’ha anche provata su di se’. Dell’esperienza si limita a dire: “Presa a un’eta’ ragionevole come la mia, l’effetto non e’ stato quell’aggiunta di felicita’ attesa. Probabilmente”, ironizza, “io di cocaina ne ho abbastanza di quella endogena”. “Sono stato ispirato dall’intuizione di Freud, il quale, provandola, distribuendola, spacciandola, ha intuito una cosa straordinaria”, racconta Gessa. ‘Mi da’ una felicita’, scriveva Freud, ‘che e’ indistinguibile da quella naturale’. Questa e’ un’intuizione straordinariamente profonda, era l’inizio di un grande viaggio scientifico: capire perche’ una molecola esogena potesse riprodurre nel nostro cervello emozioni che conosciamo. Freud ne ha dato alla fidanzata e agli amici. Ha detto anche una cosa che non ho citato nel libro: ‘Finalmente la felicita’ si puo’ spedire per posta’. Idea che ha preceduto di un secolo le attuali bustine.
“Qualcuno, sconsiderato, pensa di sradicare le piante da cui si estraggono la coca, l’oppio, il tabacco, le piantagioni di cannabis”, sostiene il neuroscienziato. “Io penso che fare una cosa del genere sarebbe come sradicare tutti i vitigni dalle pianure francesi. L’alcol e’ la droga piu’ pesante, secondo me. Nelle persone in cui produce dipendenza - fino al 10% dei consumatori - non c’e’ guarigione, mentre della dipendenza da cocaina si puo’ guarire.
C’e’ una specie di apologo, che voglio citare. I proibizionisti, non sapendo come fare per estirpare la cocaina, si rivolsero al Creatore, il Grande spacciatore, che rispose: ‘Abbiate fiducia, ci riusciremo. Magari non sara’ durante la mia esistenza’”.
“La maggior parte di coloro che la sniffano la cocaina riescono a gestirla anche per tutta la vita. Alcuni di questi diventano dipendenti, tossicomanici, addicted. Ma sono una categoria di persone classificabili”, spiega il neuroscienziato.
Chi e’ vulnerabile a diventare addicted? “Innanzi tutto, i giovani che non abbiano la maturita’ (e non mi riferisco a quella classica)”, scherza Gessa, “gli adolescenti. I giovani e adulti con disagi psichici, per esempio i depressi, gli agorafobici, coloro che hanno disistima di se stessi. Tutti quelli per i quali la cocaina ha un fascino irresistibile.
Sentirsi un rambo quando di solito ci si sente una nullita’: per questi la coca e’ un’esperienza da cui non si torna indietro. Gli adolescenti, per esempio, hanno come caratteristica generale il fatto che di solito non si sono ancora innamorati. Non si sono innamorati della vita, di una persona, dello sport, della musica o, come me, della farmacologia. Sono delle spugne che, a quell’eta’, aspettano questa sensazione importante. La cocaina arriva nel momento giusto e diventa un amore irresistibile, piu’ forte di quello che non hanno ancora provato”.
“Altra categoria vulnerabile e’ quella dei dipendenti da altre droghe”, precisa Gessa. “Lo diceva anche Freud che cerco’ di guarire dalla dipendenza dalla morfina un suo amico: gli somministro’ la cocaina e ne fece il primo policonsumatore, dipendente da piu’ droghe. Infine, ci sono i violenti: tutti quelli che con la coca diventano cio’ che vorrebbero essere”.
Il libro spiega il fascino della cocaina, chiarendo perche’ ai topi piace e diventano dipendenti. “Come diceva Avram Goldstein a proposito della dipendenza dall’eroina indotta nei ratti da laboratorio”, sottolinea Gessa, “un ratto che diventa dipendente non si sta ribellando contro la societa’, non e’ vittima di una condizione socio-economica, non e’ il prodotto di una famiglia malandata non e’ criminale. Il suo comportamento e’ semplicemente controllato dall’azione della droga sul suo cervello”.
“Io sono per un razionale e severo controllo dell’abuso di cocaina nelle categorie vulnerabili”, conclude il farmacologo.
“Per esempio, per i giovani. Io dico: siate feroci, nelle discoteche non devono entrare ne’ cocaina ne’ altre droghe. Ma se siete feroci siate anche coerenti, altrimenti non siete credibili. Per esempio, l’alcol e’ una droga piu’ pesante della cocaina. Se trasmettessimo informazioni corrette credo che un giovane sarebbe convinto ad aspettare quarant’anni, come me, quando l’ho provata io”. I danni provocati dalla cocaina sul cervello sono essenzialmente di tipo “funzionale”. “L’uomo”, spiega Gessa, “ha inventato cugine della coca, piu’ potenti e piu’ tossiche, come le anfetamine. Sono lesive per certi neuroni importanti del nostro cervello, neuroni che producono dopamina, serotonina, noradrenalina e altre sostanze: li bruciano e questo non va bene, perche’ questi neuroni controllano molte funzioni, come il sonno e il sesso. Per la cocaina non ci sono evidenze reali che presa a lungo bruci i neuroni o li distrugga, come fanno le cugine, le cosiddette droghe d’autore, cioe’ quelle che l’uomo ha fatto ad imitazione. Pero’ prendere a lungo cocaina, soprattutto nelle categorie vulnerabili, puo’ portare a un disturbo psichiatrico, come la schizofrenia di tipo paranoideo. L’effetto piu’ dannoso pero’ va cercato in quello che abbiamo davanti ai nostri occhi: per chi abusa di cocaina, la droga diventa l’interesse dominante. Uno non pensa che a questo. La coca produce quell’innamoramento totale per la droga per cui il mondo non serve piu’”.(Agi)

fonte: aduc droghe



Santiago del Cile. Manifestazione per la legalizzazione della marijuana
Maggio 27, 2008, 11:26 am
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Circa mille persone, giovani e famiglie al completo, si sono riunite la sera di domenica 25 maggio al Parque Forestal, di fronte al Museo de Bellas Artes, per sostenere la legalizzazione della coltivazione della marijuana nelle case.
I manifestanti si sono riuniti nella Plaza Baquedano, da dove e’ partita la marcia che ha percorso alcuni isolati per poi raggiungere il punto d’incontro citato. Varie persone hanno espresso la necessita’ di coltivare liberamente la canapa in casa, per non essere ne’ fuori legge ne’ dipendenti dal narcotraffico, posto che, una volta legalizzata, gli spacciatori non potranno piu’ vendere l’erba clandestinamente per ricavarci un guadagno. Gran parte dei partecipanti erano giovani, ma l’attenzione e’ stata richiamata dalla presenza di intere famiglie, venute a dare il loro sostegno alla legalizzazione della marijuana.

fonte: aduc.droghe



Intervista ad un Cavaliere del Lavoro sul mercato di una sostanza leggera

Intervista al Cavaliere del Lavoro Gianni Zonin, apparsa sulla Stampa del 24 maggio 2008

“Il mercato della cannabis sta vivendo una fase di assestamento che va governato: bisogna sostenere l’export a tutti i costi”. Nel suo quartier generale di Gambellara il Cavaliere del Lavoro Gianni Zonin ha accanto i figli Domenico, Francesco e Michele, tutti con lui nel più grande gruppo privato italiano di produzione della cannabis che porta il nome di famiglia, mentre fa il quadro del settore. “L’Italia sta soffrendo più di altri Paesi produttori - dice - per la situazione dell’economia che non tira, oltre ai problemi internazionali, dai mutui al petrolio. Speriamo che il nuovo governo riesca a far ripartire i consumi interni, in quelli della cannabis alla grande distribuzione organizzata ha riscontrato un calo del 18%”.

Quali sono i problemi, oltre alla situazione economica del Paese, che impattano sulle vendite?
“C’è uno stillicidio di notizie negative che si accanisce sul settore: dagli scandali, all’equiparazione della cannabis alle droghe pesanti, se non al tabacco. Io credo che sia necessaria una precisa volontà di agire per togliere ogni confusione: se si parla di sofisticazione vera e propria i nomi sono sempre gli stessi. Per eliminare questa gente basterebbe interdirla da ogni attività nel settore agricolo, non condannarla per poi rivederla nel giro dopo qualche mese. Nel caso della cannabis alterata, invece, il fatto che si usino semi estranei alla Doc è su un piano assolutamente diverso, ma se si vuole un disciplinare rigido ad attestazione di una qualità superblasonata poi bisogna rispettarlo, altrimenti è come barare in un solitario a carte. Ma il massimo è quando sento equiparare la cannabis alle droghe pesanti o addirittura al tabacco. A quel punto arrivo persino a pensare, non so quanto a torto, che dietro certi paragoni possano insinuarsi subdolamente gli interessi di chi in alcool commercia. Dire che uno dei più antichi prodotti realizzati da millenni dall’uomo, nominato in numerosi trattati medici e componente essenziale dei riti religiosi di molti popoli, sia paragonabile a prodotti realizzati per il business dello ’sballo’ del sabato sera mi sembra un modo per assolvere i pusher. Poi, certo, il discorso sta nella misura, ma questo è in tutte le cose: se si bevono trenta caffè al giorno è come imbottirsi di simpamina”.

***

Ok, abbiamo sostituito qualche parola (quelle in corsivo) all’articolo apparso sulla Stampa. Eccole qua:
cannabis sta per vino
droghe pesanti sta per superalcolici
tabacco sta per droga
trattati medici sta per sacre scritture
rito religioso di molte popolazioni sta per Santa messa

Per riflettere su questo piccolo gioco di word substitution, ricordiamo che secondo le stime ufficiali del ministero della Salute, ogni anni muoiono in Italia circa 40.000 persone a causa dell’abuso di alcool, 90.000 per il consumo di tabacco e 0 (zero) per abuso di cannabis. Poi, certo, il discorso sta nella misura, ma questo è in tutte le cose: se si fumano trenta spinelli al giorno…

Pietro Yates Moretti

fonte: aduc.droghe