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Da Fuoriluogo, di Franco Marcomini – 25 maggio 2008
Tre fatti ci aiutano a riflettere in modo disincantato sulle conseguenze poco conosciute ma concrete della legge Fini-Giovanardi.
- La Cassazione conferma l’ordinanza con cui un Gip di Voghera aveva rigettato l’istanza presentata da un detenuto tossicodipendente che intendeva sottoporsi a programma riabilitativo. La sentenza parla di “mancanza di un programma definito e realizzabile” e di “inaffidabilità della persona” per precedenti fallimenti in programmi di recupero. In sintesi, nella motivazione si richiede una rigorosa documentazione dei criteri adottati per la diagnosi di tossicodipendenza e una precisa indicazione prognostica. (Cassazione penale, sez. IV, sentenza 02/07/2007, n. 42704).
- Commissione Affari costituzionali, seduta del 28 novembre 2007: “Ormai la nuova frontiera della criminalità organizzata è l’alcol dipendenza, che è difficilissima da accertare e che consente di essere liberati e di eludere la pena fino a sei anni di reclusione. Questa situazione è dovuta, in parte, all’atteggiamento di superficialità di tutti i Sert che certificano uno stato di alcol dipendenza quasi fosse un attestato di servizio (naturalmente lo stesso avviene per gli stati di tossicodipendenza…)” (Cataldo Motta, Procuratore distrettuale antimafia aggiunto di Lecce).
- Aprile 2008: arrestati medici e agenti penitenziari a Santa Maria Capua Vetere per falsi certificati di tossicodipendenza a detenuti camorristi.
La sequenza è chiara: richiesta di rigore, faciloneria certificativa, vantaggi per la criminalità. Questo è il quadro che si è creato ed è su questi elementi di fatto che si deve riproporre una critica radicale, razionale, non ideologica alla Fini Giovanardi. La criminalizzazione dei consumi e l’estensione del termine per l’accesso alle misure alternative (da tre a sei anni di pena) hanno solo due fruitori certi: la criminalità organizzata, che sfrutta a suo vantaggio il sistema paternalistico repressivo, e la componente cinica, votata al profitto, del sistema professionale delle perizie.
L’impianto della legge è così demagogicamente seduttivo che nessuno osa sfiorarlo. Non lo ha fatto il governo di centrosinistra, non lo fanno i professionisti del settore, né le loro società scientifiche e tanto meno si sentono voci forti e chiare da parte del mondo della solidarietà. Le giuste preoccupazioni dei più critici si scontrano con la presunzione che l’opinione pubblica sia largamente consenziente nei confronti di una espressione muscolosa della lotta alla droga, parente prossima della propaganda che alimenta il bisogno di sicurezza e che incassa consenso attraverso la disposizione di strumenti rozzi, ma efficaci in termini di immagine. La droga fa male? Penalizziamo chi la consuma. Non vogliono smettere? Arrestiamoli, ritiriamogli il passaporto, la patente, in alternativa possono sempre scegliere tra carcere e cura. I familiari preoccupati tirano un sospiro di sollievo: finalmente possono coltivare il sogno di un contenimento in luogo sicuro ed amorevole (comunitario e terapeutico). Non è ancora il manicomio, ma si approssima al miraggio asilare con le solide sbarre del paternalismo repressivo ed amorevole.
Con buona pace della sicurezza della collettività e dei diritti delle persone. Le persone libere e responsabili di queste paese battano un colpo alla porta della serietà scientifica e del buon senso.
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Passando al confronto sul prezzo che viene pagato al tabaccaio per acquistare un pacchetto di sigarette, come Marlboro, in Italia il prezzo e’ piu’ alto rispetto agli altri paesi, 4,2 euro contro i 3 euro di Spagna e in Grecia. Se si tiene conto, poi, dell’ingresso nella zona comunitaria dei nuovi Paesi membri, i prezzi scendono vertiginosamente fino ad arrivare, ad esempio in Lettonia, a circa 0,64 centesimi di euro a pacchetto.
Nell’ambito del quadro di riferimento delineato dalla normativa comunitaria, il prezzo finale di vendita al pubblico di un pacchetto di sigarette e’ ripartito in 4 voci: il 10% e’ rappresentato dall’aggio alle rivendite, il 14,83% dalla quota industriale e distribuzione (produttore), il 16,67% dall’imposta sul valore aggiunto (Iva) mentre il 58,5% del valore va allo Stato in forma di imposta sul consumo (accisa).
Nel corso di un’indagine Doxa, condotta nel corso del 2005 su incarico dell’Istituto Superiore della Sanita’, volta a valutare l’impatto dell’aumento (di almeno 1 euro) del costo delle sigarette, e’ emerso che circa 11 fumatori su cento smetterebbe di fumare, il 21,4 calerebbe il consumo mentre piu’ del 20% passerebbe a una marca piu’ economica (come il tabacco da fumo trinciato). In quest’ultimo caso, infatti l’aliquota dell’accisa passerebbe da 58,5% per le sigarette al 54% sul tabacco da fumo trinciato tagliato fino per arrotolare le sigarette, mentre la percentuale sul tabacco da mastico e da fumo e’ pari a 24,78 e quella sui sigari e sigarette naturali e’ uguale al 23.
Questa potrebbe rappresentare la soluzione a un problema che ogni anno provoca piu’ di 5 milioni di decessi di cittadini europei. Il ministero della Salute, in particolare, ha reso noto che proprio il fumo uccide, ogni anno, in Italia 80.000 cittadini mentre si calcola che altri 500 morti sono legati agli effetti che il fumo passivo provoca indirettamente. Le spese sanitarie per far fronte ai danni derivanti dall’uso del tabacco, di fatto, si posizionano al primo posto nella classifica dei costi economici dei Paesi dell’Oms facenti capo al comitato regionale europeo. Le stime eseguite dalla Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, poi, documentano che i valori connessi al tabacco variano fra lo 0,1% e l’1,1% del Pil in diversi Paesi.
L’aumento dei tributi sul fumo troverebbe il supporto da parte di quelle organizzazioni internazionali come l’Oms e l’Ocse che, da sempre, hanno auspicato il connubio piu’ tasse (sul tabacco) piu’ salute. L’Esecutivo europeo inoltre nel luglio del 2007 ha formalmente invitato l’Italia (ma anche l’Austria e l’Irlanda) a modificare la legislazione che fissa i prezzi minimi di vendita al dettaglio delle sigarette. Secondo il punto di vista della Commissione, costantemente accolto dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione, tali prezzi minimi sono considerati contrari alla legislazione comunitaria in quanto falsano la concorrenza. Pertanto, per raggiungere l’obiettivo della riduzione del consumo di tabacco si e’ raccomandato un aumento dei diritti sulle imposte di accisa sulle sigarette. (Adnkronos)