Hempyreum’s Weblog


Erba? Chiediamola alla polizia.Quella olandese non si scompone.
Maggio 19, 2008, 7:29 pm
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“Vraag een politieagent..”

E’ un’esperienza bizzarra. Ti avvicini a un poliziotto olandese, e gli chiedi dove si può trovare della marijuana. Lui sorridendo ti indica il più vicino coffee shop, dove il menù offre qualunque preparazione a base di canapa indiana, dal dolce chiamato “Torta spaziale” a un’erba locale di nome “Luci del nord”. Nel resto del mondo un episodio del genere non potrebbe accadere: le pene per l’uso della canapa indiana sono severe; ma nel 1976 gli olandesi hanno depenalizzato il possesso di piccole quantità. Cos’è successo da allora? Alcuni dicono che la criminalità è aumentata vertiginosamente, i bambini abbandonano la scuola, e la dipendenza da eroina è molto diffusa; altri sostengono che l’Olanda è un paradiso di pace e amore.
“Ho visto i loro parchi. I loro figli vanno in giro come zombi” dice Lee Brown, direttore dell’Agenzia statunitense per la politica nazionale di controllo delle droghe (United States office for national drug control policy). “L’uso di droghe pesanti (eroina e cocaina) è diminuito notevolmente” ribatte Paul Hager dell’Unione per le libertà civili dell’Indiana. La maggior parte dei commenti sembrano dipendere dalle idee politiche di chi parla. Ma allora qual’è la verità sul grande esperimento olandese sulla canapa indiana?
Dipendenza
“Non c’è stato alcun aumento immediato nell’uso della canapa indiana dopo il 1976″, dice Arjan Sas del Centro di ricerca sulla droga dell’Università di Amsterdam. “La tendenza è stata del tutto analoga a quella riscontrata in altri paesi”. La percentuale di persone che fanno uso regolarmente di canapa indiana o di altre droghe è minore nei Paesi Bassi rispetto a molti paesi europei inclusa la Gran Bretagna. Il numero di tossicodipendenti da droghe pesanti nei Paesi Bassi non è aumentato nel corso dell’ultimo decennio, mentre la loro età media si sta alzando. Le statistiche olandesi, comunque, sono tutt’altro che decisive. La prima indagine sistematica nazionale sull’uso di droga nei Paesi Bassi è stata fatta solo adesso; ci sono stati studi su scala minore, in alcune città, o in particolari gruppi di età, ma confrontarli è un compito tutt’altro che agevole, dal punto di vista statistico.
Ciononostante, Dirk Korf dell’Istituto di criminologia dell’Università di Amsterdam ha utilizzato gli studi minori per stimare che il 3% degli olandesi aveva usato la canapa indiana almeno una volta nel 1970, e che nel 1991 la percentuale era salita al 12%. La previsione per il 1998 è del 14%. La maggior parte di questo aumento, dice Korf, è dovuta al fatto che le percentuali di consumo nell’arco della vita sono cumulative: la gente che aveva fumato almeno una volta nel 1970 è ancora in circolazione, e si somma nel tempo ai consumatori più giovani. E’ più indicativo, dice, confrontare il numero di adolescenti che cominciano a usare la canapa indiana. Nel 1970 le stime dicono che il 20% dei diciottenni ne aveva fatto uso almeno una volta; nel 1980 la percentuale era scesa al 15%. Nel 1987 era arrivata al 18%, una crescita dovuta, secondo Korf, all’aumento del numero dei coffee shop verso la metà degli anni Ottanta. Ora, si dice che circa il 30% dei diciottenni olandesi abbia provato la canapa indiana, sebbene alcuni ricercatori pensino che questa cifra sia sovrastimata, un errore dovuto agli studi svolti ad Amsterdam, una città dove i coffee shop abbondano.
Ma è vero che il numero di persone che provano la canapa indiana è aumentato, da quando essa è stata legalizzata? Parrebbe di sì. Al Centro di ricerca sulla droga, Sas e Peter Cohen hanno diviso gli abitanti di Amsterdam studiati nel 1987, 1990 e 1994 in due gruppi: quelli nati prima del 1958, che avevano più di 18 anni nel 1976, e quelli nati dopo il 1976, per i quali la canapa indiana è sempre stata legale. Solo il 19% dei “vecchi” ha provato la canapa indiana, contro il 38% del gruppo più giovane.
La differenza potrebbe essere in parte fuorviante. I sondaggi olandesi dimostrano che la grande maggioranza delle persone che usano canapa indiana lo fanno quasi esclusivamente dai 20 ai 30 anni. Questa droga è divenuta popolare nei Paesi Bassi verso la metà degli anni Sessanta, quindi troppo tardi per le persone del gruppo più vecchio che avevano oltre trent’anni. Ciononostante i dati suggeriscono che effettivamente la percentuale di persone che ha provato la canapa indiana dopo la depenalizzazione è aumentata.
Ma il dato che conta, dice Sas, è il numero di coloro che continuano a usarla. Ad Amsterdam il 55% delle persone che dicono di aver provato la canapa indiana finiscono poi per fumarla solo una ventina di volte in tutto. Gli altri l’hanno fumata più spesso, ma più di metà non ne ha fatto uso nell’ultimo mese. I dati mostrano, dice Sas, che legalizzare la canapa indiana può rendere più probabile che uno la provi, ma non rende più probabile che continui a usarla.
In ogni caso, non è del tutto sicuro che la prima metà di questa conclusione sia esatta. Korf trova che il grafico del numero di tedeschi che fanno uso di canapa indiana praticamente segue i picchi e i minimi di quello degli olandesi tra il 1970 e il 1990, sebbene la canapa indiana fosse illegale in Germania durante tutto quel periodo.
Inchieste su giovani statunitensi negli anni Settanta e Ottanta hanno rilevato un tasso di diffusione notevolmente maggiore che in Olanda, con un picco del 50% tra gli studenti che frequentavano l’ultimo anno delle superiori nel 1980, nonostante il rigido regime di proibizionismo in atto negli USA.

Depenalizzazione
Da allora, dice Korf, non ci sono state differenze rilevabili tra il consumo negli stati degli USA che hanno depenalizzato e quelli proibizionisti, mentre il consumo di canapa indiana è aumentato negli USA e nell’Europa occidentale dal 1990, indipendentemente dalla struttura legale. “Non c’è una connessione causale evidente tra la depenalizzazione olandese e il tasso di crescita dell’uso della canapa indiana”, conclude Korf.
L’anno scorso Robert MacCoun dell’Università della California a Berkeley e Peter Reuter dell’Università del Maryland hanno confrontato le tendenze del consumo di canapa indiana negli USA, in Norvegia (dove è proibito) e nei Paesi Bassi. Anche loro hanno concluso che “la riduzione delle pene ha scarsi effetti sull’uso della droga, perlomeno per quanto riguarda la canapa indiana”.
Se la legge del 1976 ha influenzato solo lievemente il consumo di canapa indiana, qual è stato il suo effetto riguardo al suo obiettivo principale: tenere la gente lontana dalle droghe pesanti? I Paesi Bassi hanno in percentuale meno tossicodipendenti dell’Italia, della Spagna, della Svizzera, della Francia o della Gran Bretagna, e senz’altro meno degli USA. Frits Knaak del Trimbos Institute a Utrecht, l’istituto nazionale olandese per la salute mentale e la dipendenza, dice che il numero di tossicodipendenti da droghe pesanti nel Paese è rimasto invariato da dieci anni, perché molti meno giovani si sono aggiunti alle loro file. Il tossicodipendente olandese medio ha ora 44 anni; e solo lo 0,3% degli adolescenti olandesi aveva provato la cocaina nel 1994, contro l’1,7% negli Stati Uniti.1 Nei Paesi Bassi praticamente tutti i consumatori di droga provano per prima la canapa indiana: molti si accontentano e non vanno oltre.
La dipendenza da canapa indiana e altri problemi sono rari. “Il numero di consumatori di canapa indiana che si rivolgono ai centri di assistenza è basso” dice Knaak. “Nel 1996 ci furono solo 2000 [pazienti] in tutto il paese: solo lo 0,3% dei consumatori di canapa indiana in Olanda”.
Di questi “il 42% ha anche problemi con l’alcol o altre droghe, gli altri di solito hanno solo bisogno di aiuto psicologico per cambiare il proprio stile di vita” dice Sas, e aggiunge che la maggior parte delle persone a cui la canapa indiana provoca problemi di concentrazione o di memoria al lavoro o a scuola applicano certe regole, come non fumare durante la settimana, o comunque limitare il consumo.
Questa autoregolamentazione sembra funzionare. Gli adolescenti olandesi sono tra i migliori nel mondo in matematica e nelle scienze nei test internazionali. Se esistono dei problemi seri provocati dalla legalizzazione della marijuana, i venti e più anni dell’esperimento olandese non ne hanno ancora rivelato la natura.

Fonte: Usi della canapa



“Degenerazioni – Droga, padri e figli nell’Italia di oggi”

Dopo le Mostruose menzogne scritte, dal oramai famoso Claudio Risè il Proibizionismo continua a fare Cultura della Menzogna…..

riporto un articolo della Repubblica.it

Un libro-accusa sulla diffusione della droga nelle scuole

“Ho visto promuovere la cultura dello spinello”

“Io, il collega di chimica e il documentario sull’erba”

Degenerazioni

Il vicedirettore del Messaggero Alessandro Barbano ha pubblicato un saggio sulla diffusione degli stupefacenti fra i giovani. Con una tesi che farà discutere. Le droghe leggere come la marijuana sono un passaggio obbligato verso quelle pesanti. Dal libro “Degenerazioni” (Rubettino editore, 10 euro) pubblichiamo il capitolo sulla diffusione della marijuana nella scuola.

“Professore – m’hanno chiesto – oggi in palestra proiettiamo un documentario di chimica insieme con la prof. Ti spiace se utilizziamo la prima delle tue ore? Se vuoi, puoi assistere. Lì per lì non ho intuito. E li ho seguiti. La palestra del Liceo classico di Francavilla a mare era gremita. Dalle prime alle quinte sembravano tutti lì. Ho pensato: che cosa mai proietteranno di così trasversale da toccare l’interesse di ragazzi di età tanto diverse? Le prime immagini del filmato hanno esaudito la mia curiosità. Lasciandomi di stucco. Era un documentario sugli effetti benefici della cannabis nella terapia del dolore. Presentata come fosse la scoperta del Dna e proposta a ragazzi di quattordici anni come una sostanza da cui sarebbe derivato il benessere delle generazioni future. Tutto ciò a scuola, durante le ore di lezione. Non volevo crederci. Ma il peggio doveva ancora venire. Poiché, dopo la proiezione, la mia giovane collega di chimica è salita in cattedra a rincarare la dose. E dietro il paravento di un’informazione scientifica, ammiccava a quello che era il reale movente dell’iniziativa. Promuovere la cultura dello spinello, legittimarlo di fronte a degli adolescenti”.

Mentre racconta la sua inattesa avventura, Andrea ha ancora lo stupore di quel giorno. Non riesce a farsi una ragione di ciò che è accaduto. “Anch’io sono giovane – dice -, ma non mi sognerei di proporre ai ragazzi di quindici anni un tema su droga e letteratura negli ultimi due secoli, da Boudelaire a Kerouac. E se pure parlassi con loro degli scrittori dalle vite perdute, certamente eviterei di cadere nella apologia. Invece quei ragazzi hanno assistito a scene in cui si illustravano le tecniche di rullaggio delle canne. L’ho trovata un’azione di cattivo gusto e assolutamente gratuita. Uno studente mi ha detto: Professo’, adesso so come si fa una canna. Prima non ne sapevo nulla!. Complimenti alla scuola. E complimenti alla collega. A cui al termine del pistolotto, in separata sede, ho detto: “Ma ti rendi conto di quello che dici? Il messaggio che dai ai ragazzi deve essere soltanto uno: la droga fa male. Punto”. “Tu non conosci le virtù terapeutiche della cannabis”, mi ha risposto. “No. Ma se anche ce ne fossero, non vedo la necessità di parlarne a ragazzi di 14 anni in assenza di un esperto”.

Ero disgustato. E ho pensato allora di rivolgermi alla preside. Ma ho fatto un buco nell’acqua. Mi ha confessato di non conoscere neanche l’argomento del film. Ma come: lei consente di proiettare qualunque cosa le venga a proporre il rappresentante d’istituto, un diciottenne?

E sulla collega ha aggiunto: “E’ uno spirito un po’ ribelle, bisogna lasciarla fare”. Chiedendomi poi di non alimentare la polemica in classe e di fare silenzio con gli altri docenti. Le ho obbedito solo in parte. Ho intrattenuto i miei studenti su droga e dintorni. Ho spiegato loro che il messaggio permissivista è capzioso. Che l’assunzione di droga è un’anomalia, non la normalità. Gli ho parlato di me, gli ho detto: “Vedete ragazzi, non bevo alcol, non fumo e non mi drogo. Non perché sia salutista, ma semplicemente perché non mi piace e non mi interessa. E nonostante queste mie evidenti lacune, qualche risultato nella vita sono riuscito ad ottenerlo. Il che significa che assumere sostanze stupefacenti non è necessario per rendere a scuola, per stare bene con gli altri, per stringere relazioni.” Mi pare che abbiano recepito il messaggio. Almeno lo spero per loro.”

Il racconto di Andrea non deve stupire. Sono migliaia nella scuola italiana i docenti consumatori di cannabis. Tentati dall’idea che la loro consuetudine con lo sballo, che li accompagna dalla giovinezza, possa legittimarsi nel consenso diffuso attorno a una pratica che essi continuano a ritenere innocua. O, addirittura, benefica. Con tanto di certificazione scientifica. Per cui lo spinello è piacevole, è trendy, e politicamente corretto e, da ultimo, fa bene alla salute…
(19 maggio 2008 )



Cos’hanno imparato sulla cannabis i dottori californiani?
Maggio 19, 2008, 11:53 am
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fonte: comedonchisciotte.org

FRED GARDNER intervista JEFFREY HERGENRATHER
Counterpunch

Sono passati 10 anni da quando i californiani votarono la Proposta 215, che legalizzava la coltivazione e l’uso della cannabis (conosciuta anche come marijuana, o canapa) con l’approvazione di un medico e per uso terapeutico. Con la proposta 215 non fu creato un albo di consumatori perché gli autori non si fidavano del governo, per cui non tennero liste con nominativi di chi ne faceva uso. Negli ultimi dieci d’anni, quindi, in California ebbe luogo questo grande esperimento, ma a nessuna agenzia statale furono inoltrati nominativi né di dottori che approvavano l’uso della cannabis, né di pazienti che con questa si curavano.

Per rendermi conto dei risultati senza potermi basare su dati ufficiali, ho perciò effettuato uno studio personale sui dottori appartenenti alla Society of Cannabis Clinicians. La SCC fu fondata dal Dott. Tod Mikuriya nel 2000 per far sì che medici che curavano i loro pazienti con la marijuana potessero condividere i dati a scopo di ricerca (e, purtroppo, reagire alle minacce delle autorità federali e statali). Più di 20 dottori parteciparono alle riunioni trimestrali della SCC, il cui attuale presidente è il dottor Philip A. Denney.

Alcune risposte non sono ancora arrivate, ma sembra che gli specialisti abbiano approvato l’uso della marijuana per più di 140.000 pazienti. “Approvato” è il termine adatto, non “raccomandato”, dato che più del 95 per cento dei pazienti già la usava come medicinale prima ancora di consultare gli specialisti.

Le lettere di autorizzazione dei dottori all’uso della canapa riguarda circa il 40% dei pazienti. Queste furono lasciate presso un’agenzia che emise speciali carte d’identità, per conto delle farmacie specializzate nella fornitura della canapa, con cui i pazienti potessero rifornirsi senza sempre dover presentare la lettera del medico. Facendo un rapido calcolo posso stimare che i californiani che hanno legalmente usato o fornito la canapa a scopo terapeutico sotto la Proposta 215 sono circa 350.000. La ricerca completa sarà pubblicata nell’edizione autunnale di O’Shaughnessy’s, una rivista specializzata che ho prodotto per la SCC. Quanto segue fa parte dell’intervista al dottor Jeffrey Hergenrather, che dal 1999, a Sebastopoli, si occupa dell’uso terapeutico della marijuana.

Quanti sono i pazienti per cui ha approvato l’uso della marijuana nel mese di ottobre 2006?

1.430.

In che percentuale erano i pazienti che già si medicavano con la marijuana prima di consultarsi con lei?

Il 99%.

Quali sono i problemi di salute che presentano? Mi indichi i cinque principali e la percentuale approssimativa (il totale può eccedere il 100%).

Dolore cronico (62%), depressione o altre turbe mentali (30%), problemi intestinali (12%), dipendenza nociva (10%), emicranie (9%) sono i problemi più comuni.

Quali risultati presentano i pazienti e quanto ha funzionato la marijuana nel trattamento dei loro sintomi?

Lo specialista che cura con la cannabis si rende presto conto di due fatti eclatanti. La varietà dei sintomi trattati con successo da questa sostanza è molto ampia; e i pazienti traggono un beneficio dall’uso della canapa che non possono ottenere con qualsiasi altro farmaco.

Le testimonianze che sento ogni giorno da gente con gravi problemi di salute sono al tempo stesso illuminanti e commoventi. Gente affetta da cancro o con l’AIDS mi dice che la marijuana ha salvato loro la vita, ridando loro l’appetito, la facoltà di non vomitare le medicine prese, e la tranquillità mentale. Nessun’altra droga agisce come la canapa nel ridurre o eliminare il dolore senza avere effetti collaterali significativi. Evidentemente lavora su parti del cervello che interessano la memoria a breve termine e centri di dolore, lasciando che i pazienti smettano di soffermarsi sul male che provano. La canapa aiuta nel rilassamento dei muscoli e ha un’azione antinfiammatoria. Con l’uso terapeutico della marijuana, lo stato di pazienti affetti da artrite reumatoide si ristabilizza, con meno picchi e di intensità minore.

Allo stesso modo altre malattie reumatiche diminuiscono di intensità. Per gli spastici non esiste un trattamento più efficace o veloce della marjuana, sempre senza effetti avversi.

I pazienti affetti da emicranie possono ridurre o addirittura omettere l’assunzione di farmaci tradizionali perché i loro mal di capo diventano meno frequenti e meno severi.

Circa la metà di pazienti con gravi problemi di turbe mentali trova il trattamento con la marijuana adeguato anche da solo, mentre altri riducono l’assunzione di farmaci connessi. Secondo me non esiste miglior terapia che quella della canapa per quanto riguarda il trattamento dell’ansia, dei traumi cerebrali e dei traumi dovuti a post-commozione cerebrale, ADD e ADHD (Attention Deficit Disorder e Attention Deficit Hyperactivity Disorder), cioè problemi, infantili e non, legati alla mancanza di attenzione/affetto ed alla iperattività, oltre che per problemi dovuti a comportamenti compulsivi ed ossessivi, e per problemi legati allo stress. Alcuni pazienti affetti da malattie gastro-intestinali come la Malattia di Crohn e pazienti con coliti ulceranti si stabilizzano, di solito stanno meglio e aumentano di peso, mentre la maggior parte può smettere di prendere steroidi ed altri potenti farmaci immunomodulatori.

La vita di persone che prima dipendeva da alcol, oppiacei, anfetamine ed altre droghe assuefacenti è cambiata per il meglio quando sostituirono queste sostanze con la canapa. Pazienti con problemi renali all’ultimo stadio, in dialisi o trapiantate di reni manifestano più serenità e più benessere, e nel mio studio ho riscontrato che anche i problemi di rigetto sono diminuiti.

I diabetici raccontano di livelli degli zuccheri minori e più facili da tenere sotto controllo, cosa ancora da studiare e valutare.

Tipicamente anche il sonno migliora, diventando più profondo e senza problemi di sopore o effetti avversi al risveglio.

Molti pazienti affetti da sclerosi multipla asseriscono che la loro condizione non è peggiorata per anni mentre assumevano cannabis regolarmente. Sclerosi multipla ed altre malattie neurodegenerative, se trattate con la marijuana, beneficiano della riduzione del dolore e di spasmi muscolari, di aumento dell’appetito, di miglioramento dell’umore e di meno problemi di incontinenza. Molti pazienti affetti da epilessia sono trattati con la canapa con o addirittura senza l’uso di farmaci per il controllo delle convulsioni.

Tutti i pazienti con malattie della pelle come psoriasi, lupus, dermatiti erpetiformi ed eczematose riscontrano sollievo e diminuzione del prurito quando usano la canapa regolarmente. Malattie delle vie respiratorie come l’asma, l’apnea durante il sonno, BPCO, ovvero la Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva e la sinusite cronica meritano una citazione a parte, perché io incoraggio l’uso di vapori di canapa o forme ingerite piuttosto che il fumo, ovviamente per ridurre l’irritazione delle vie respiratorie.

Infine, i pazienti obesi o lievemente obesi tendono a perdere peso e a riacquistare autostima. Io ritengo che l’uso della cannabis associato alla psicoterapia funzioni molto bene nello sviluppo del cambiamento comportamentale.

Ha compilato dati demografici o stime per quanto riguarda età, sesso, razza e condizione economica dei suoi pazienti?

Allora, sesso: 62% maschi, 38% femmine. L’età varia tra i 14 e gli 86 anni. L’età media dei maschi è di 45,9 anni con una fascia intermedia di 46 anni. L’età media delle donne è di 47,4 anni con una fascia intermedia di 48 anni. I grafici di distribuzione di sesso ed età sono simili, con l’eccezione che c’è un salto per quanto riguarda i pazienti maschi paragonata alle femmine, che io attribuisco al fatto che i maschi giovani hanno più infortuni sul lavoro, nello sport, hanno più incidenti stradali o problemi dovuti al servizio militare, incluse ferite e stress post-traumatici. La stragrande maggioranza di pazienti di cui mi occupo sono bianchi, o di discendenza indo-europea con l’1% soltanto di afro-americani, il 2% di americani nativi, l’1% delle isole del Pacifico e il 2% di asiatici.

Ha osservato o avuto resoconti di effetti avversi della canapa? Se così ce lo spieghi.

Se c’è una parte negativa all’uso della canapa? Beh, il senso di ebbrezza raramente supera l’ora e tende ad essere meno tollerato dai neofiti rispetto a coloro che già ne fanno uso. In alcuni casi la cannabis induce secchezza delle fauci, arrossamento degli occhi, portamento insicuro, leggero scoordinamento e perdita di memoria a breve termine, tutti sintomi transitori. I resoconti dicono che questi effetti sono insignificanti rispetto a quelli causati dall’uso di farmaci tradizionali.

L’uso della cannabis sta pian piano diventando accettato socialmente, ancorché per molti rimanga inopportuno se non completamente errato assumerla durante il lavoro. Per le persone che svolgono attività con più mansioni come ad esempio piloti, conducenti, vetturini, operatori telefonici, e molti altri professionisti trovano che l’effetto inebriante della canapa sia inappropriato sul posto di lavoro, quindi preferiscono farne uso dopo.

Cosa ha imparato riguardo ai vari tipi di cannabis e ai dosaggi?

La canapa è una pianta complessa, difficilmente classificabile, con un vasto potere farmacologico. I diversi ceppi contengono differenti misture di cannabinoidi e terpeni che danno loro qualità distinte. Alcuni tipi invigoriscono, altri rendono sonnolenti. Molti pazienti, quando trovano il ceppo adatto provano ad ottenerlo con regolarità. Ad ogni modo, a meno che non lo coltivino loro stessi, devono di anno in anno affidarsi a coltivatori e distributori per ottenere quel particolare tipo di canapa che fa al caso loro.

Dato che in California ne è proibita la coltivazione, ai coltivatori sono stati negati gli strumenti necessari per testare i cannabinoidi contenuti nelle loro piante. Questo ha impedito lo sviluppo di ceppi che avrebbero potuto trattare i diversi tipi di malanni. Tuttavia i pazienti stanno educandosi all’uso della canapa come medicinale e come meglio usarla.

Nel corso degli anni passati specializzandomi nella terapia con l’uso della canapa, i benefici sulla salute dei pazienti trattati con la marijuana che ho riscontrato sono stati sostenuti e spiegati dagli ottimi risultati rilevati anche negli altri centri specializzati nel mondo.

Vaya con Dios

La settimana scorsa il grande Freddy Fender è morto di cancro ai polmoni all’età di 69 anni. Nel suo necrologio si legge: “la sua carriera fu interrotta [nel 1960] quando lui e il bassista del suo gruppo furono imprigionati per quasi tre anni a Los Angeles, per possesso di marijuana”. Freddy Fender nacque col nome di Baldemar Huerta, ma prese il cognome Fender in onore della sua chitarra elettrica quando firmò il contratto con l’Imperial Records nel 1959. Scelse “Freddy” perché suonava bene con Fender. Io non smetto mai di ascoltare il suo 33 giri “Best of Freddy Fender”.

Guardate come gli Stati Uniti trattano i loro artisti, il proprio tesoro nazionale! Il fondatore dell’Austin Blues Club, Clifford Antone, morì il maggio scorso. Secondo il suo necrologio pubblicato dal New York Times, fu incarcerato in due occasioni, “una nel 1980 per possesso di marijuana e un’altra dal 2000 al 2002 per lo spaccio di circa 4 kg di marijuana e riciclaggio di denaro. Il Sig. Antone era conosciuto per la sua generosità verso i musicisti. Organizzò una serie di eventi per le vittime dell’uragano Katrina e di recente aiutò nell’allestimento di un alloggio e per le cure del 92enne pianista Pinetop Perkins”.

Paul Armentano di NORML [organizzazione per legalizzare la marijuana sia per uso terapeutico che ricreativo, vedi http://www.norml.org/ ndt] ha analizzato un nuovo dossier del Dipartimento di Giustizia Usa riguardante il 2004 e ne ha derivato che i contribuenti americani sono arrivati a spendere più di un miliardo di dollari all’anno per mandare in prigione chi fa uso di marijuana. Armentano stima che 33.655 prigionieri a livello statle e 10.785 prigionieri federali sono rinchiusi con accuse legate alla marijuana. Il dossier non riportava dati per prigionieri regionali.

A migliaia dietro le sbarre
non vedono le stelle
brillare sulla Terra dei Liberi
Sarebbero a casa
se potessero coltivarsela
Oppure ottenerla dalla farmacia locale

Si può contattare Fred Gardner a: fred@plebesite.com

Fred Gardner intervista Jeffrey Hergenrather
Fonte: http://www.counterpunch.org/
Link: http://www.counterpunch.org/gardner10232006.html
23.10.2006



Cannabis connection
Maggio 19, 2008, 11:30 am
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tratto da : disinformazione.it

Sarebbe di interesse universale nella storia dell’umanità scoprire che è stata la coltivazione della canapa a inventare l’agricoltura e di conseguenza la civiltà”.[1] Non sono le speranze di un hippy un po’ attempato in vena di rivincite ma le parole di Carl Sagan, l’astrofisico consulente della NASA, padre del progetto S.E.T.I. (Serch for ExtraTerrestrial Intelligence) e fondatore della Planetary Society.
La forte “attrazione” tra il divulgatore scientifico migliore del mondo[2] e la Cannabis “fumantis” (perdonate la licenza poetica) è risaputa, mentre la cosa poco nota è che nelle parole di Sagan si nasconde una profonda verità: la canapa effettivamente è una delle piante più antiche che l’uomo conosca!
A conferma di ciò vi sono numerose testimonianze archeologiche in ogni angolo della Terra che indicano senza ombra di dubbio come la canapa era conosciuta e coltivata in epoche remotissime: uno per tutti, il ritrovamento a Catal Huyuk, antica Mesopotamia, di manufatti in canapa risalenti, secondo i ricercatori, a circa 8000 anni prima di Cristo.
Non sappiamo con certezza se la canapa è stata la prima o la seconda pianta coltivata dall’uomo e sinceramente non siamo qui a stabilire una graduatoria di anzianità ma semmai per comprendere le vere motivazioni che portarono al suo divieto in moltissimi paesi di tutto il mondo. Una proibizione che di punto in bianco dopo millenni di utilizzo nelle più svariate applicazioni, che vedremo in seguito nel dettaglio, rese illegale una pianta messa a disposizione per noi dalla Natura.
Le motivazioni ufficiali certamente saranno state validissime per mettere al bando una pianta che cresce velocemente senza l’ausilio di prodotti chimici, da cui si produce carta di ottima qualità, tessuti resistentissimi, materiali plastici per l’edilizia, combustibili poco inquinanti, medicinali. Non ci credete? Be’, non ci volevo credere nemmeno io!
I papiri egizi e cinesi che nonostante tutto questo tempo sono giunti integri fino ai nostri giorni, le antichissime mappe cartografiche della Terra, la prima Bibbia di Gutemberg, avevano una sola cosa in comune: la canapa. Per non parlare dei primissimi preparati erboristici che sciamani e curanderos, dalla Siberia al Sud America passando per l’intera Europa, utilizzavano per alleviare le più svariate patologie, e più recentemente almeno la metà dei medicinali usati per tutto l’Ottocento!
Come mai queste informazioni importanti si sono perse negli anni, e perché i media in generale il cui unico servizio è appunto quello di informare hanno sempre taciuto?
Lungi da me l’idea di un controllo globale della stampa da parte di potenti corporazioni, però bisogna ammettere che certamente è una strana coincidenza il recentissimo interesse giornalistico e quello medico-scientifico delle multinazionali chimico-farmaceutiche alla canapa, che ne dite? Fintantoché nessuno aveva in mano, anzi quotato in borsa, il medicinale non se ne parlava, oggi che hanno sintetizzato in laboratorio il principio attivo della cannabis, il THC, e si stanno preparando a venderlo sotto forma di farmaco se ne parla. Non è molto strano?
Oggi sono riemerse dall’oblio le proprietà antibiotiche, antidolorifiche[3] e antiepilettiche della pianta, come pure la sua efficacia contro l’anoressia, la depressione e il glaucoma[4]. Ultimamente sta avendo risultati positivi anche nei malati di sclerosi multipla[5] e nei malati di cancro per sostenere nausea e vomito causati dalla chemioterapia.
Insomma dalla canapa si produce tutto o quasi tutto quello che si può ottenere dal petrolio e dai suoi derivati con la piccola differenza che questi ultimi hanno un costo e un impatto ambientale incalcolabili, mentre la canapa è naturale e i prodotti di scarto si integrano meglio nell’ambiente.
Il punto è allora, come mai abbiamo scelto la strada del petrolio e abbandonato, anzi sbarrato, la strada della canapa? Per meglio comprendere questo punto, che sarà fondamentale ai nostri fini, dobbiamo tornare seppur nella carta indietro di un secolo e mezzo e rivivere per un momento la situazione economica e industriale di allora.
Ci troviamo a Pittsburg (ricordatevi questo nome), negli Stati Uniti e davanti a noi si erge la prima raffineria petrolifera al mondo[6]. L’anno è il 1850.
Saltiamo in avanti di qualche decennio e arriviamo nel 1917 quando la Compagnia Du Pont, della omonima famiglia, grazie a finanziamenti della Mellon Bank entra a far parte delle primissime industrie petrolchimiche. La Du Pont per chi non la conoscesse, è la beneficiaria della maggior parte dei brevetti sulle materie plastiche: nylon, rayon, cellophan, vernici, ecc.
La Mellon Bank di Andrew Mellon è una delle principali banche americane la cui sede principale, guarda caso, è a Pittsburg!
Apro una parentesi per gli amanti del cospirazionismo perché sembra che Andrew Mellon e la famiglia Du Pont facessero parte del Comitato dei Trecento, il gruppo nato per controllare il sistema bancario mondiale[7]. Chiudiamo la parentesi e ritorniamo a Pittsburg.
I soldi forniti dalla Banca di Mellon permisero alla Du Pont di entrare in possesso della General Motor, una delle più grandi case automobilistiche di allora e delle principali tecnologie per la fabbricazione della carta dalla cellulosa del legno.
Il 1919 fu un anno molto significativo perché succede qualcosa che avrà ripercussioni notevoli nella finanza e nell’industria: inizia il proibizionismo in America. Un periodo abbastanza lungo e oscuro (fino al 1933) in cui fu bandito totalmente l’alcol. Non tutti sanno però che all’epoca il carburante e/o combustibile era basato anche sull’alcol etilico[8] detto etanolo, derivante dalla fermentazione di vegetali e cerali, e sull’alcol metilico o metanolo derivante dalla fermentazione del legno.
Proibendo l’alcol da bere di conseguenza si proibiva anche l’alcol per uso industriale.
Non finiscono le coincidenze perché il ‘33 è l’anno in cui termina il proibizionismo ma anche quello in cui Mitscherlich produce quella sostanza scoperta nel 1825 da Faraday: la benzina[9]!
Ora ipotizzare che il Proibizionismo americano fu inventato per boicottare le “altre benzine” è un po’ forte, però rimane il fatto che effettivamente all’epoca chiunque poteva prodursi in proprio il combustibile…e forse questo poteva dare fastidio a qualcuno.
Risolto il problema dei combustibili, rimaneva quello delle materie plastiche di origine vegetale: miscelando infatti steli di canapa e calce si può ottenere un materiale da costruzione simile al cemento ma molto più elastico e leggero[10]. Questo è un altro gravoso problema per l’impero Du Pont che nel 1937 aveva brevettato un procedimento per la fabbricazione di materiali plastici dal petrolio! Come risolverlo?
Una mano gliela diede la campagna mediatica disinformante del più grande magnate del giornalismo statunitense: William Randolph Hearst. Attraverso i suoi numerosi giornali divulgò notizie false in merito alla cosiddetta Marijuana. Lo stesso termine Marijuana fu una sua invenzione letteraria. Adottò dal dialetto di Sonora, località messicana famosa oggi come ieri per l’esportazione di droghe, una parola allora sconosciuta e la usò come strumento di propaganda terroristica psicologica. Fa certamente più paura avere a che fare con una sostanza che non si conosce rispetto ad una nota.
Menzogne, che rasentavano il razzismo, diffamavano intere popolazioni come i messicani colpevoli secondo Hernst di essere solamente dei pigri fumatori di erba, o che mettevano in relazione le violenze sessuali nei confronti delle donne bianche da parte dei negri all’uso della droga.
L’altra mano fu di un certo Harry Aslinger, il fortunato nipote di Andrew Mellon, quello della banca che nel frattempo è stato eletto anche Segretario del Tesoro, che usò gli articoli diffamanti di Hernst davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America. Aslinger era a capo del Federal Bureau of Narcotics and Dangerous, l’Ufficio Federale Narcotici, e il risultato fu la famosissima Marijuana Act Tax!
La prima legge che proibiva dopo oltre diecimila anni l’uso e la coltivazione della canapa.
Risolto anche questo!
Per la Du Pont, e tutti gli investitori dell’epoca che puntavano esclusivamente sul petrolio, la Marijuana Act Tax fu una vera e propria manna dal cielo: tolse dai piedi una scomoda pianta dai mille usi e lasciò all’oro nero la strada sgombra.
Ma soprattutto chi ne ha beneficiato di più è stata la lungimirante banca Mellon. Lungimirante perché oggi la Mellon Financial Corporation[11] ha capitali in centinaia di aziende e/o multinazionali legate al petrolio e all’energia come la Chevron Texaco, Exxon, Mobil, Occidental Petroleum, Teco Energy, Total Fina, Ford, General Electric, oppure all’ editoria come l’International Paper, The New York Times, Reader’s Digest Association, ecc.
Quindi tornando al discorso iniziale, le motivazioni erano e sono tuttora molto valide!
Tutti felici e contenti…gli industriali, molto meno quelle persone che da anni “combattono” per rivalutare la canapa rendendole finalmente giustizia dopo decenni di proibizionismo. Uno stop che penalizza non solo noi costringendoci ad utilizzare i derivati del petrolio, ma soprattutto la nostra Terra che ne paga le conseguenze in termini ambientali.
Provate ad immaginare cosa sarebbe successo se quel giorno, i magnati della Du Pont e le sorelle del petrolio, supervisionati da mamma Mellon, avessero deciso per lo sviluppo della canapa invece del petrolio. “
All’interno della sala ovale a Pittsburg, li ho visti mentre sorseggiando alcol di ottima qualità in barba al proibizionismo ipotecavano il futuro dell’intero pianeta. La decisione non era certo facile: il grasso e puzzolente petrolio che pochi potevano estrarre oppure la verde e profumata canapa che tutti erano in grado di coltivare?
Il dilemma è stato risolto con un voto plebiscitario: dodici voti su tredici indicavano la canapa!”.
Poi purtroppo è suonata la sveglia…

Marcello Pamio, tratto da Nexus ed. italiana nr. 39 (luglio-agosto 2002)


[1] «The Dragon of Eden, speculation on the Origin of Human Intelligence». Carl Sagan, ed. Paperback 1977
[2] «Scientific American»
[3] Londra, GW Pharmaceuticals
[4] Ministero della Sanità canadese
[5] Trasmissione «Report» del 16 febbraio 2002
[6] «Chimica e mineralogia», società editrice Internazionale
[7] «Le Società segrete e il loro potere nel XX Secolo» di Jan van Helsing, edizioni Andromeda
[8] «Chimica e Mineralogia» 1959 – Materia ed Energia, 1963 edizioni Vallecchi
[9] «Storia della Chimica», 1946 edizioni Chiantore
[10] www.studentibicocca.it
[11]
Osservatorio delle transnazionali www.transnational.org