Hempyreum’s Weblog


Scienza: Cannabis e la guida
Maggio 15, 2008, 10:18 pm
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Secondo le ricerche di scienziati britannici, una modica quantità di cannabis può effettivamente migliorare le prestazioni di guida. Un gruppo di 20 guidatori tra i 21 e i 40 anni hanno partecipato a una prova di guida simulata. Dieci di essi avevano fumato l’equivalente di circa mezza sigaretta di cannabis. Soggetti sotto cannabis hanno ottenuto un punteggio superiore di quelli sobri nella maggioranza delle prove compresi il tempo di reazione e il numero delle collisioni. Simon Smith Wright, direttore di Burnout ’s Communications, ha detto: “I risultati della nostra indagine mostrano chiaramente che una quantità piccola o moderata di cannabis è effettivamente abbastanza utile a migliorare le prestazioni alla guida.”

(Fonte: Evening News )



GUARIRE CON L’ERBA
Maggio 15, 2008, 8:39 pm
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In un convegno il caso di Giampiero Tiano
In via sperimentale, l’esperimento riguarda per ora il solo British Columbia. La marijuana allevia il dolore e la nausea associati a Aids, sclerosi multipla e altre malattie. Una bustina con trenta grammi di erba essiccata verrà venduta al prezzo di 100 euro

SAN GIOVANNI IN FIORE (Cosenza) Giampiero Tiano, trentuno anni, è socio fondatore dell’Associazione cannabis terapeutica (Act), nata con l’aiuto di Giancarlo Arnao. Epilessia dal 1992 per incidente stradale, Giampiero assumeva barbiturici contro le crisi. Stava male: ricoveri frequenti, episodi critici, fegato a pezzi, niente stimoli sessuali, il pensare confuso e una vita con funzioni ridotte, specie a livello sociale. In testa il suicidio; poi, una lettura sulle proprietà terapeutiche della cannabis. Si informa e sperimenta da solo, fumando per la prima volta lo spinello. Funziona, verifica, prende fiducia e parte per lavoro. A Perugia, lo pescano con una scorta di marijuana e s’inguaia con la giustizia. Senza l’erba, però, è costretto ad andare in ospedale. Perdonato dalla giustizia a patto di mollare la marijuana, la salute si fa precaria: non riesce a lavorare, torna a casa per difficoltà economiche. Intanto, fra rinvii di prassi e scioperi degli avvocati, la causa con l’assicurazione, successiva al sinistro, finisce senza nulla di fatto. Il tempo trascorre, Giampiero viaggia come rappresentante di caffè. Segue la ricetta personale, compra da un pusher, coltiva in stanza della cannabis. I carabinieri lo pedinano, l’accusano di spaccio, gli sequestrano i vasi. Segue un procedimento penale che finisce con un’assoluzione grazie ad alcune dichirazioni mediche conservate e de sibite al giudice. Gli confermano e levano la patente in un tempo solo, per uso sistematico di Thc. Licenziato, è riconosciuto invalido integrale e riceve un avvisao di garanzia per fatti a cui è estraneo. Ieri, a San Giovanni in Fiore, il paese in provincia di Cosenza in cui Giampiero vive, si è tenuto un convegno sugli usi terapeutici della cannabis promosso da Provincia di Cosenza, gruppo consiliare di Rifondazione comunista e Act - che rappresenta una prima vittoria per Giampiero, la cui legittima richiesta per un farmaco prodotto dal ministero della Salute olandese giace all’Asl di Crotone. Salvatore Grasso, cardiologo e presidente dell’associazione, centra la dialettica ideologica fra proibizionisti e progressisti, il cui mancato superamento origina ritardi nella sperimentazione e terapia. Parla di una proposta di legge in parlamento per superare le gravi lacune della normativa vigente sull’importazione di specialità medicinali con derivati della cannabis. Giampaolo Grassi, dell’Istituto sperimentale per le colture industriali, mostra i vantaggi di preparati naturali, rispetto ai sintetici. Andrea Pelliccia, neuropsichiatra della Sapienza di Roma, evidenzia l’uscita dal coma di una paziente di Campobasso curata con Thc di sintesi e le buone risposte del cannabidiolo nella cerebropatia epilettica grave. Angelo Averni, del foro di Roma, rileva dei profili d’incostituzionalità nell’attuale limitazione a otto giorni delle terapie concannabinoidi. Francesco Crestani, rianimatore dell’Asl di Rovigo parla della canapa contro il dolore. Nonostante la storia terapeutica e i risultati evidenti su pazienti farmacoresistenti, la normale applicazione medica della cannabis è però ancora lontana. Soltanto per partito preso.

Fonte: Il Manifesto di Emiliano Morrone



Gli spinelli sono dannosi o innocui? E’ giusto criminalizzare marijuana e hashish?

Ne parliamo con Gian Luigi Gessa, responsabile del gruppo italiano sullo studio delle dipendenze.

I derivati della cannabis sono pericolosi solo per chi ha meno di quindici anni. L’ultima ricerca dell’Eurispes è uno studio Scientificamente indecente Per sapere se marijuana e hashish sono innocui come bere del vino rosso o se invece sono dannosi, e quanto fanno male e a chi, per conoscere quali sono gli effetti dei derivati della cannabis non bisognerebbe rivolgersi né a Fini né a Pannella, e neppure al più brillante degli opinionisti, ma alla gente che queste cose le studia e le sa.

Gian Luigi Gessa è professore di Neuropsicofarmacologia all’università di Cagliari dove dirige il Dipartimento di neuroscienze dedicato a Bernard Brodie, suo maestro nel lungo periodo trascorso nei National Institutes of Health a Bethesda, gotha della più avanzata ricerca americana. E’ lui il responsabile dell’unico gruppo italiano “di eccellenza” sullo studio delle dipendenze: da droghe, da farmaci, da cibo, anche da sesso. Quanto a sostanze stupefacenti Gessa non è né di destra né di sinistra, non lo infiamma la diatriba tra proibizionisti e antiproibizionisti destinata a riaccendersi ora che i politici di governo sembrano decisi a una nuova campagna ideologica contro l’uso delle droghe, di tutte le droghe, a una politica demonizzante del servizio pubblico (dei Sert colpevoli di “ridurre il danno”) e a favore, anche economico naturalmente, delle comunità (in crisi da anni). Un Dipartimento nazionale antidroga è stato allestito presso la presidenza del Consiglio, riunendo le competenze finora distribuite in più ministeri. Buona idea, ma per fare cosa? Più che un progetto, “linea dura contro i tossicodipendenti” sembra uno slogan forse un po’ truce, però intanto la legge va cambiata e anche fumare uno spinello rischia di diventare un reato grave. Una scelta in controtendenza, visto che anche la Gran Bretagna ha appena depenalizzato l’uso delle droghe leggere.Tipo molto fascinoso, Gian Luigi Gessa si direbbe il classico “scienziato pazzo” con vistose bizzarrie non solo caratteriali. A quasi settant’anni, per dire, coltiva l’hobby del surf, ma “in segreto”. Perché, racconta ridendo come un bambino, anni fa l’hanno recuperato al largo di Cagliari e i giornali locali avevano già in prima pagina il suo “coccodrillo”, il mestissimo articolo confezionato per i personaggi illustri e un po’ agé. Quando invece parla di droghe, l’ilarità si traduce in una smorfia a metà tra il disgusto e la rassegnazione. “Se - dice - i politici capissero di che parlano, non ci sarebbero tutti i malintesi che ci sono sulle droghe.

Una conoscenza scientifica del problema avrebbe un’importanza enorme, e invece le logiche che si seguono sono del tutto diverse: ideologiche, emotive, moraliste. Una volta, i “metadoneti” - favorevoli al metadone per gli eroinomani - erano fascisti. Ora invece sono diventati di sinistra. Ma le sembra una cosa seria?”.A lei sembra serio, e realistico dire: basta con i farmaci sostitutivi, puntiamo invece sul recupero integrale dei drogati nelle comunità, senza più compromessi?”La scienza ha accertato che le tossicodipendenze sono una malattia cronica recidivante del cervello e vanno curate anche con i farmaci. Da scienziato, voglio almeno un paio di cose: che chi pratica il recupero - il prete o il guaritore di turno - sappia di che parla e mi metta in condizioni di misurare quello che fa. Non può venirmi a dire: io ho salvato la persona x, perché il suo è un atto nobilissimo che gli farà magari guadagnare il Paradiso, ma a me interessa il gregge e non solo la pecorella smarrita e redenta. Voglio sapere quanti ne salva, e come lo ha fatto, e che succede quando finalmente li fa uscire dalla comunità.”.Oggi si sente dire, anche da Girolamo Sirchia, ministro della Sanità: le droghe leggere sono pericolosissime quanto quelle pesanti, producono la stessa dipendenza. E’ così? Davvero la marijuana rende schiavi come l’eroina?”La marijuana e l’hashish contengono una molecola dal nome impronunciabile, il tetraidrocannabinolo, corrispettivo della nicotina per il tabacco. Questa molecola in genere procura un senso di euforia e “dispercezioni” molto ben descritte da Baudelaire e tanti altri. Senz’altro agisce sul cervello e ne altera la normale attività, ma non produce danni fisici: l’accanimento con cui da sempre si cerca di dimostrarne la tossicità non ha portato finora a nulla. In altre parole, un fumatore di marijuana che ne abbia fatto uso anche per decenni in modo costante e smetta all’improvviso non avrà pregiudicato la sua salute fisica né presenterà quella che si definisce una sindrome di astinenza. Ma dire questo non basta”.Soprattutto se a fumare erba sono ragazzini. “Direi bambini, visto che a volte cominciano a dieci anni, un segnale grave intanto per i loro genitori appena un po’ distratti. Qui il discorso cambia molto. Nei preadolescenti e negli adolescenti, direi soprattutto sotto i quindici anni, in una fase evolutiva del cervello, le droghe leggere causano seri deficit cognitivi: nell’apprendimento come nei processi della memoria. Fumando a quell’età, non si accumulano crediti - direbbero gli americani - ma discrediti, insomma si perdono treni: se a quindici anni devo studiare matematica non posso fumare marijuana, questo è chiaro. E nello sport è lo stesso, perché le droghe leggere creano più di una difficoltà al controllo motorio, ai movimenti complessi, all’abilità manuale. E c’è ancora qualcos’altro.”.Cosa, professore? “E’ un dato scientificamente certo: chi comincia presto ad assumere droghe leggere, ne rimane agganciato, può diventare un fumatore abituale, da più volte al giorno. Quello che noi chiamiamo un addicted, dal latino addictum che vuol dire appunto schiavo, un individuo il cui pensiero dominante è la droga. Intendiamoci, anche il fumatore di nicotina è un addicted, lui però lo scopre solo quando i tabaccai sono in sciopero.”. E’ giusto allora che i genitori siano molto allarmati? “Molto allarmati? Ma no. In America dicono “Sai, tuo figlio non fuma!”, e il genitore di quel ragazzo si preoccupa, pensa: qui c’è qualcosa che non va. Io dico: nessun grave allarme, solo un po’ di attenzione. E sopra i diciott’anni, non mi preoccuperei più di tanto”. Ma la marijuana e l’hashish non producono comunque una qualche dipendenza psicologica? “Vede, la distinzione apparentemente semplice tra dipendenza fisica e psicologica è una faccenda molto complessa, apre un mondo, per decenni ha intrigato schiere di ricercatori. Quelli che parlano di dipendenza psicologica dicono: si tratta di una dipendenza sine materia, ma noi scienziati diciamo: in realtà non esiste dipendenza se non quella biologica.”.Forse in modo un po’ riduzionistico, non crede? “Nient’affatto: la dipendenza psicologica in realtà non sono che neuroni, famiglie di cellule nervose su cui si accaniscono le droghe, tutte le droghe, dalla marijuana all’eroina, dalla nicotina all’alcol. Ma questi neuroni non sono lì, nel nostro cervello, per aspettare droga. Sono lì come sensori di stimoli fondamentali per la sopravvivenza della specie: a questi neuroni “parlano” gli stimoli amorosi oppure il cibo come il cioccolato oanche la voglia di ammazzare, qualcosa che la nostra coscienza non riconosce. Sono la sede di quella che Freud chiamava libido.”. Che succede ai neuroni stimolati dalle droghe? “Che diventano “maleducati”, abituati beatamente a stimoli artificiali imparano a eccitarsi solo quando vengono frustati dalle sostanze, altrimenti dormono. E allora, anche nel caso delle droghe leggere, può esserci assenza di desiderio (anedonia), mancanza di ogni euforia (disforia), uno stato dell’umore complessivamente depresso.”. Da una ricerca dell’Eurispes, condotta in collaborazione con la comunità di San Patrignano, si ricava che le droghe leggere sono un “ponte di passaggio” per quelle pesanti e, nel 23 per cento dei casi, provocano episodi psicotici. Lei che ne dice? “E’ uno studio scientificamente indecente, questo è il mio commento. Chi fa uso di eroina ha anche fumato erba? Io dico di sì nel 99 per cento dei casi, ma questo che dimostra? E’ come dire che il latte materno porta all’eroina, perché quelli che si bucano sono stati allattati dalla mamma. Solo dieci su mille fumatori “passeranno” alle droghe pesanti, anche perché il mercato nero non aiuta a tenere distinte le sostanze”. E gli episodi psicotici?”Questa storia è proprio una balla. Se con le droghe leggere 23 persone su 100 avessero deliri e allucinazioni, nessuno fumerebbe, non crede? E invece fumano in tanti. La verità è un’altra, è che ci sono casi a rischio: alcuni hanno disturbi gravi, delle psicosi che le droghe leggere “slatentizzano”, fanno affiorare in modo a volte dirompente. Questo è un problema serio, anche per gli adulti ovviamente, ma senza invertire cause ed effetti. Non si diventa schizofrenici con la marijuana, ma alcuni fumatori fanno la brutta scoperta di esserlo”.

Fonte: Sims (2007)



Utilizzo Terapeutico della Cannabis nella Medicina Araba
Maggio 15, 2008, 5:22 pm
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UTILIZZO TERAPEUTICO DELLA CANNABIS NELLA MEDICINA ARABA
di Indalecio Lozano

Gli scienziati arabi spiegavano le proprietà curative della canapa secondo i principii della teoria degli umori tramandata dai greci. Come è noto, secondo questa teoria ogni erba medicinale possiede un temperamento specifico, determinato dai gradi di calore, umidità, freddo e secchezza. Inoltre, gli arabi accettavano in linea di massima l’opinione di Galeno sul potere riscaldante e rinsecchente del seme di canapa. Ciò nonostante, alcune autorità riverite avevano opinioni divergenti e spiegavano che i semi di canapa sono di natura fredda oppure una miscela di parti calde e fredde.8 Ancora maggiore è il disaccordo nella determinazione dei gradi di calore e secchezza della pianta dal momento che i medici arabi parlano di gradi che vanno dal primo al terzo. Non è però tanto strano visto che non potevano trovare informazioni in materia nelle opere di Galeno o Dioscoride e che il concetto di temperamento e relativi gradi non ammette una valutazione empirica paragonabile a quella dei metodi scientifici odierni.
Le parti della pianta più usate in terapia erano i semi e in minor misura le foglie. La preparazione variava a seconda della malattia, e si usavano l’olio ricavato dai semi e il succo estratto dalle foglie o dai semi verdi.
Veniva poi somministrata per uso topico in forma di pomata, per via nasale, orale, instillata nelle orecchie oppure ingerita in forma liquida o solida. È raro che siano citate le dosi specifiche del trattamento, anche se sembra che fosse usata di solito come semplice medicazione.

1. Trattamento delle infezioni auricolari
Il primo utilizzo terapeutico della canapa documentato nella letteratura araba risale ai secoli VIII-IX, agli anni di Yuhanna b. Masawayh (161-243/777-857), il quale sostiene che l’olio ricavato dal seme di canapa instillato nell’orecchio prosciuga l’“umidità” (rutuba) generata all’interno dell’organo, una proprietà che i medici successivi attribuiranno invece al succo dei semi medesimi. Negli stessi anni di Ibn Masawayh venivano tradotte in arabo le opere di Galeno e Dioscoride, da cui i medici arabi avrebbero imparato l’utilità del succo dei semi della canapa verde nel trattamento dei dolori auricolari causati dall’ostruzione del canale. In conformità a questa tradizione Ishaq b. Sulayman al-Isra’ili (morto dopo il 341/953 ) afferma che l’olio di semi di canapa seda il dolore all’orecchio causato dal “freddo” (bard) e dall’umidità nell’organo, e ci riferisce anche per la prima volta le sue doti fluidificanti per facilitare la liberazione del canale ostruito. Nel XII secolo il botanico di Malaga Ibn al-Baytar (morto nel 1248 ) prescrive l’olio di semi di canapa per curare i “gas” (rih) nell’orecchio. Un secolo dopo un altro andaluso, il poligrafo di Granada Lisan al-din b. al-Jatib (713-776/1313-1374) raccomanderà l’uso di questo olio misto a “galbano” (una resina aromatica giallognola estratta da alcune piante asiatiche della famiglia del sedano e del prezzemolo) per sedare il “dolore rovente” (al-waya al-harr) associato al tinnitus aurium. Verso la fine del XVI secolo Dawud al-Antaki (morto nel 1008/1599) parla del modo in cui le foglie della “canapa anatolica” (al-qinnab al-rumi), come la definisce, uccide i vermi entrati nell’orecchio, aggiungendo che queste foglie hanno proprietà evacuative, e se le si usa per imbottire l’orecchio ogni materia estranea in esso annidata sarà espulsa.

2. Vermicida e vermifugo
Le proprietà vermicide e vermifughe della pianta sono citate per la prima volta nella letteratura medica araba da Abu l-Hasan Isa b. Hakam, più noto come Masih al-Dimasqi (morto dopo il 225/840), il quale spiega che la canapa uccide i vermi (al-didan) che crescono nel corpo. Tra l’XI e il XII secolo l’autore anonimo dell’Umdat al-tabib sostiene che chiunque abbia i vermi nell’ano dovrebbe assumere i semi di canapa visto che i loro gusci si riempiranno di parassiti che saranno quindi espulsi con le feci. Due secoli dopo, il lessicografo Muhammad b. Yaqub al-Firuzabadi (729-817/1329-1415) afferma che i semi della pianta, se ingeriti o spalmati sul ventre sotto forma di unguento, uccideranno gli ascaridi (habb al-qar).

3. Trattamento delle infezioni della pelle
Ibn Masawayh ha anche il merito di essere stato il primo a parlare dell’utilità della canapa nel trattamento delle infezioni della pelle, sostenendo che si rivela utile quando si desidera rimuovere la forfora dalla testa e dalla barba, per il quale scopo consiglia di lavare la parte affetta con il succo ottenuto schiacciando le foglie della pianta. Comunque non era questa l’unica parte della pianta usata per questa terapia, e nel X e XI secolo Ibn Sina (370-428/980-1037) raccomanda allo stesso scopo l’olio dei semi. Tre secoli dopo, al-Firuzabadi sostiene che i semi sono utili per il trattamento della vitiligine (al-bahaq) e della lebbra (al-baras).
Per quanto riguarda la cura delle infezioni della pelle a metà tra la dermatologia e la cosmetica, dovremmo ricordare che al-Razi (251-313/865-925) è stato il primo a consigliare le foglie di canapa come sostituto dell’azadirajt (Melia azadirachta L.) per stimolare la crescita dei capelli. Le foglie dovrebbero essere messe a mollo in acqua prima di venire applicate alla radice dei capelli, come indicato da Yahya Ibn Yazla (morto nel 493/1100).

4. Depurativo
Le prime notizie sulle proprietà depurative della canapa risalgono al summenzionato al-Dimasqi, secondo il quale il succo dei semi di canapa somministrato per via nasale sarebbe un depurativo del cervello. Questo uso è citato anche da Tabit b. Qurra al-Harrani (219-288/834-901), che inserisce la canapa tra i semplici strumenti per la purificazione della porzione superiore del fegato dato che eliminerebbe le eventuali ostruzioni dell’organo. A questo scopo consiglia l’assunzione di semi di canapa con un metical di “ojimiel” (in spagnolo arcaico, indica una medicina con il miele).

5. Diuretico
La prima menzione delle proprietà diuretiche della canapa risale al IX secolo ed è dovuta a Ishaq b. Imran (morto nel 294/907), che anticipa di undici secoli le scoperte della farmacologia moderna. Secondo il già citato Ishaq b. Sulayman, questa proprietà dei semi della canapa sarebbe dovuta al suo potere riscaldante.

6. Antiepilettico
I medici e farmacisti arabi anticiparono di parecchi secoli anche le attuali scoperte riguardanti il potenziale terapeutico della canapa nel trattamento dell’epilessia. Sappiamo che tra il X e l’XI secolo esso è citato da Ali b. al-Abbas al-Mayusi (morto attorno al 400/1010), che per il trattamento di questo morbo consiglia la somministrazione per via nasale del succo estratto dalle foglie. Tuttavia nel Quattrocento al-Basri riporta nel suo Rahat al-arwah un caso (che sostiene di citare dall’al-Mansuri di al-Razi) in cui le foglie di canapa sono introdotte come rimedio pertinente la cura diretta dell’epilessia. Tuttavia, data la natura della fonte che riporta l’episodio, abbiamo motivo di dubitare dell’autenticità dell’attribuzione ad al-Razi.

fonte:



Scienza: L’uso moderato di cannabis non è dannoso per il cervello degli adolescenti
Maggio 15, 2008, 5:06 pm
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Scienza: L’uso moderato di cannabis non è dannoso per il cervello degli adolescenti, secondo uno studio con risonanza magnetica

Ricercatori del Nathan S. Kline Institute for Psychiatric Research e della New York University School of Medicine hanno esaminato i cervelli di 10 individui che erano stati consumatori frequenti di cannabis nell’adolescenza e 10 controlli con Risonanza magnetica avanzata (MRI). Non hanno trovato “evidenze di atrofia cerebrale o di perdita di integrità della sostanza bianca” e hanno concluso che “l’uso frequente di cannabis è difficilmente neurotossico per un normale cervello in sviluppo.”

Gli ex-consumatori di cannabis avevano 18-27 anni e avevano usato cannabis da quotidianamente a 2-3 volte la settimana durante l’adolescenza, ma attualmente non la usavano. Sono stati confrontati a soggetti di simile età e sesso che non avevano mai usato cannabis. Furono fatti esami dell’intero cervello e di aree specifiche che sono più spesso legate a episodi psicotici o alla memoria.
Gli sceinziati osservano che i loro “dati sono preliminari e devono essere replicati cu un maggior numero di soggetti, anche se sono rilevanti per rifiutare l’ipotesi che la cannabis da sola può provocare disturbi psichiatrici come la schizofrenia producendo direttamente una patologia cerebrale.”

L’articolo è disponibile su internet a www.harmreductionjournal.com/content/3/1/17

(Fonte: Delisi LE, Bertisch HC, Brown K, Majcher M, Bappal A, Szulc KU, Ardekani BA. A preliminary DTI study showing no brain structural change associated with adolescent cannabis use. Harm Reduct J 2006;3(1):17 [Pubblicazione elettronica in anticipo rispetto alla stampa])

fonte traduzione: sostanze.info



Italia. Bolzano. Convegno sui farmaci cannabinoidi e la sclerosi multipla
Maggio 15, 2008, 11:02 am
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Avra’ luogo il 30 maggio 2008 a Bolzano il convegno su “Farmaci cannabinoidi e sclerosi multipla”, sponsorizzato dall’Azienda Sanitaria dell’Alto Adige e organizzato dal neurologo Francesco Teatini, il primo medico italiano ad utilizzare il farmaco cannabinoide Sativex.

Il programma:
-Ore 14.00
Saluto alle autorità e ringraziamenti
-Ore 14.30
Meccanismi del dolore neuropatico
Dr P. Bortolotti - Riabilitazione Villa Rosa Pergine TN
-Ore 15.00
Il sistema endocannabinoide e
farmaci cannabinoidi
Dr F. Crestati - Dr S. Casano
-Ore 15.30
Indicazioni all’uso del Sativex
Dr F. Teatini
-Ore 16.00
L’importazione del Sativex: l’esperienza di Bolzano
Dr G.Morandell - Farmacia Ospedale di Bolzano
-Ore 16.30
COFFEE BREAK
-Ore 17.00
Dalla parte dei pazienti - Relazioni
Presidente Associazione SM Alto Adige - Conte C. Mamming
Vice-Presidente Associazione Cannabis Terapeutica - S. Balbo
-Ore 17.45
Discussione
-Ore 18.45
Chiusura dei lavori

Per ulteriori informazioni, QUI il depliant dell’evento.

fonte: aduc.droghe



La cultura del bando della cannabis
Maggio 15, 2008, 10:56 am
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Da Fuoriluogo, di Peter Cohen - 27 aprile 2008

Versione integrale.Il testo originale è on-line sul sito del Cedro: www.cedro-uva.org/lib/cohen.cannabisverbod.en.html
Traduzione dall’inglese di Marina Impallomeni.

L’argomento che intendo trattare è la cultura del bando della cannabis. Il mio obiettivo principale non è esplorare come questa cultura sia nata, quanto piuttosto comprendere le ragioni del suo persistere. Il bando, introdotto molto tempo fa – negli anni ’20 del Novecento – come questione marginale durante le consultazioni sull’oppio della Lega delle Nazioni, si è protratto nel corso degli anni attraverso le alterne vicende della cultura e dell’economia.
Il mio intento originale era fornirvi un resoconto dettagliato di quelle vecchie deliberazioni di Ginevra. Ma poi ho deciso che non importano più. Quello che importa è che il bando è ancora in vigore, ed è giusto presumere che raggiunga determinati obiettivi. Perciò mi sforzerò di definirli.
Il mio intento principale non è rispondere a domande sui presunti pericoli connessi al consumo di cannabis. Chiaramente, questi pericoli possono non essere gli stessi in Grecia piuttosto che in Svezia o in Belgio, e possono essere cambiati in molti modi nei singoli paesi o nelle specifiche culture politiche tra il 1936 e il 2007. Tornerò ai presunti pericoli della cannabis tra un momento, per riferire cosa alcuni dei ricercatori che ho consultato in Svezia, Francia e Regno Unito mi hanno riferito su come questi pericoli sono definiti nei loro paesi.
Ma come ho appena detto, descrivere questi pericoli e confutarli non è oggi il mio obiettivo principale. Quello che voglio fare qui è offrire una descrizione generale della funzione primaria del bando sulla cannabis a prescindere dall’area geografica: un bando che viene apparentemente giustificato invocando la versione in voga in un particolare momento dei pericoli rappresentati da questa sostanza.
Con l’espressione “cultura del bando della cannabis” intendo riferirmi a un insieme di teorie sui mali della cannabis. Queste teorie sono date per scontate, non sono sottoposte a test seri per verificarne la validità, vengono tramandate e ripetute nelle varie strutture e nei vari sistemi politici che abbiamo nel mondo, e culminano dappertutto in una qualche forma di imposizione del divieto della cannabis.
In questo processo, tutte queste teorie si mescolano nei modi più diversi, a seconda dei complessi sviluppi storici nei vari sistemi politici. La dissertazione di Tim Boekhout van Solinge, “Dealing with drugs in Europe” ha dimostrato questo in modo convincente per la Svezia, la Francia e l’Olanda.
A Jerome Himmelstein si deve un’altra osservazione affascinante sulla natura di queste teorie sui pericoli della cannabis. Nel suo famoso articolo “From killer-weed to drop-out drug”, egli descrive il breve periodo da quando negli Stati Uniti vige il divieto della cannabis, e discute le argomentazioni usate per giustificarlo. Mentre nei primi anni del bando, gli anni ’30 del Novecento, gli americani accusavano la canapa di causare violenza, stupri e perversioni sessuali, negli anni ’60 essa è stata definita come una delle basi della ribellione culturale di allora. In quell’epoca, la cannabis era identificata come la causa principale di drop-out sociale, la mancanza di entusiasmo per la cultura dominante in America dei consumi. In altre parole, Himmelstein dimostra che nello spazio di pochi decenni, le ragioni scientifiche e sociali addotte per il bando, così come sono state invocate negli Stati Uniti, sono cambiate drammaticamente. [1] Trovo questi cambiamenti interessanti per il modo in cui essi rimandano al mio tema di oggi, la sopravvivenza della cultura del bando.
Spero di convincervi che l’unica cosa che conta per il bando della cannabis è il bando stesso, e la sua sopravvivenza, e non le varie teorie che sulla cannabis vengono sostenute in un particolare momento. Perché il bando fu imposto inizialmente, e chi ne trae beneficio – e come – sono naturalmente questioni significative, sono cose interessanti da sapere. Tra un momento, ad esempio, spiegherò quali vantaggi ne ricava il Dipartimento di polizia di New York. Ma il bando della cannabis – questo il punto che voglio sottolineare oggi – gode di un certo status che lo protegge da valutazioni razionali e funzionali. Esso ha trasceso i confini della ragione, e soddisfa esigenze spirituali di una natura diversa rispetto a quelle per cui è stato creato. Ecco perché penso sia importante presentare qui questa relazione, a una conferenza accademica. Probabilmente qui vi sono persone convinte che una ricerca corretta sul consumo e sulla produzione di cannabis potrebbe ragionevolmente influenzare il modo in cui il divieto della cannabis viene mantenuto, modificato o persino abolito! Desidero cancellare questa illusione, dimostrando che il bando della cannabis ha acquistato un significato sacro che lo pone oltre il confine di ciò che chiamiamo discorso scientifico.
Il mio uso dell’aggettivo “sacro” deriva dall’aggettivo olandese sacraal così come utilizzato dall’antropologo Jojada Verrips, il cui lavoro mostra una certa fascinazione nei confronti dell’origine sacra degli omicidi rituali nell’Olanda degli inizi del XX secolo. Il bisogno di commettere questi omicidi veniva vissuto come un comandamento divino; si credeva che gli omicidi purificassero i responsabili, che li liberassero da forme di contaminazione precedentemente attribuite alle vittime. Secondo Verrips, non solo le persone ma anche le piante possono essere vittime! [2] Perciò mi interessa la natura sacra del bando della cannabis, il suo legame con la “purificazione” e la fede in questo processo, che lo sottrae all’ambito del dibattito ordinario sulle politiche, o sulle questioni scientifiche o economiche. Ma prima consentitemi di passare in rassegna alcuni degli aspetti più banali della proibizione.
L’esempio che vi ho promesso un attimo fa sulle organizzazioni che ricavano un vantaggio dalla cultura del bando della cannabis proviene dalla attuale ricerca di Harry Levine sugli arresti per cannabis nella città di New York. [3] Egli sostiene che la spinta propulsiva dietro il numero sempre più alto di arresti per possesso di cannabis a New York non è il consumo di cannabis o un suo possibile aumento. La forza propulsiva è il locale dipartimento di polizia. Levine conclude dalle innumerevoli interviste condotte che questi arresti comportano alcuni vantaggi determinati. Ne indicherò tre:
1. Il grande aumento delle cifre relative alla produttività della polizia. Quest’ultima ha bisogno di grandi numeri per via del modo in cui è gestita, che richiede statistiche sulla “produzione”.
2. Le opportunità offerte ai funzionari di polizia di lavoro straordinario, un’esigenza molto sentita, con un tipo di lavoro che è relativamente facile e privo di pericoli.
3. Arrestare, scrivere rapporti ufficiali, mettere le persone sotto la custodia della polizia, fare indagini, multare e rilasciare più di trentamila consumatori di cannabis all’anno – per non parlare delle sanzioni pecuniarie irrogate: tutto questo permette di tenere occupato un numero consistente di poliziotti, che possono essere facilmente utilizzati altrove in caso di bisogno. Mettiamola così: permette di tenere un gran numero di poliziotti in stand-by senza lasciarli a girarsi i pollici in modo “improduttivo”. [4]
Ho fatto questo esempio per dimostrare che le agenzie coinvolte nella implementazione del divieto possono ricavare da esso vantaggi significativi; esso svolge una funzione importante. Inoltre, è cresciuta una grossa industria attorno al trattamento coatto dei consumatori di cannabis, e non solo negli Stati Uniti. Ma questo non spiega perché queste agenzie possono ricavare tali enormi benefici dal divieto senza attrarre la minima critica da parte dei politici, e senza essere soggette ad alcun controllo. La spiegazione sta nella cultura del bando stesso, i cui benefici sopra elencati sono solo una conseguenza.

Le teorie in Svezia, Francia e Gran Bretagna

Mentre preparavo questa relazione, ho chiesto a cinque ricercatori europei di spiegare perché l’uso di cannabis è proibito nel loro paese, secondo le più importanti agenzie antidroga. Tutti e cinque hanno risposto. Il primo ricercatore svedese ha detto che il bando è giudicato necessario perché la cannabis sarebbe una droga di passaggio verso altre droghe, perché provocherebbe apatia, e perché potrebbe causare la schizofrenia. Il secondo ricercatore svedese ha detto che la cannabis è una droga di passaggio verso altre droghe, che causa dipendenza, e che provoca psicosi di tutti i tipi.
Uno dei ricercatori britannici ha risposto molto più brevemente. A suo parere si ritiene universalmente che la cannabis possa causare la follia, specialmente per l’attuale diffusione di un tipo di marijuana forte. Nessuno di questi ricercatori ha sostenuto che queste tesi abbiano una qualche validità scientifica.
Il ricercatore francese, che come gli altri ha condotto ricerche sulle droghe per molto tempo, ha risposto che la cannabis è «semplicemente considerata nociva» sotto tutti gli aspetti per le persone, e che è universalmente considerata una droga di passaggio. [5]
Tra le risposte vi sono somiglianze e differenze, e ormai la storia sulla cannabis come fonte di violenza la troviamo solo in Gran Bretagna. È noto che tutte queste teorie – dal punto di vista scientifico – sono false o ampiamente discutibili. L’idea che la cannabis spinga a consumare altre droghe – la teoria che incontriamo dappertutto – in effetti non è più sostenibile, come hanno dimostrato molti studi compresi quelli condotti dal Cedro. Uno degli studi più dettagliati mai dedicati alla questione, che ha usato due grandi campioni casuali della popolazione di Amsterdam, conferma le risultanze di D.B. Kandel secondo cui l’uso di droghe inizia con il tabacco, seguito dall’alcool. [6] Per la minoranza della popolazione di Amsterdam, dai dodici anni di età in su, che passa alla cannabis dopo l’alcool e il tabacco, non può essere dimostrato nessun modello significativo di uso di altre droghe, ad eccezione di una piccola minoranza e, in questa minoranza di casi, generalmente solo per un breve periodo di tempo. [7]
Non voglio qui entrare in ulteriori dettagli riguardo al dibattito sulla cannabis come droga di passaggio ad altre droghe: basti dire che si potrebbe pubblicare un vasto corpus di evidenze epidemiologiche che smentiscono questa teoria. Lo stesso vale per le teorie secondo cui la cannabis provocherebbe comportamenti violenti, follia o apatia: disturbi che – sia detto incidentalmente – nel XVIII e XIX secolo erano tutti attribuiti alla masturbazione. [8] E i potenziali effetti negativi presumibilmente causati da modelli di consumo intensivo e frequente (come il tumore al polmone) sono quasi sempre discussi in relazione a tutti i modelli di consumo. [9]
Forse possiamo ipotizzare conseguenze fisiche o psicologiche per una piccola minoranza di consumatori intensivi di cannabis, ma questo vale per tutte le affermazioni, per quanto stravaganti: simili associazioni possono sempre essere trovate, se partiamo con dei preconcetti, o se prendiamo un campione di persone attentamente selezionate, come quelle che consumano cannabis molto frequentemente, oppure persone ricoverate in reparti psichiatrici, o detenuti. Nel caso della gran parte dei consumatori di cannabis, misurati in campioni casuali, queste ipotesi non trovano conferma.
Se le forze politiche dominanti avessero assunto un atteggiamento diverso verso il consumo di cannabis, si sarebbero potuti stanziare più fondi per le ricerche – e per la loro pubblicazione – che dimostrano questa mancanza di scientificità (ma senza sopravvalutare l’effetto che ciò avrebbe potuto avere). [10]
Chiaramente, c’è qualcosa di strano nel bando della cannabis. Le diverse teorie cui si ricorre per prolungarla indefinitamente non sono sostenibili. Ma cosa sta succedendo veramente? Il secondo ricercatore britannico che ho consultato ha aggiunto che, lasciando da parte i molti diversi problemi relativi alla cannabis, il bando rappresenta anche uno standard morale imposto in nome della società. Esso veicola alla popolazione il messaggio che usare cannabis non è giusto. Sono certo che sia così. Veicola questo messaggio. Ma qualcuno lo ascolta? Alcuni sì, non c’è dubbio. Ma in Olanda, in Portogallo e in Grecia, paesi che sostanzialmente hanno meno consumatori della Gran Bretagna, le persone ricevono lo stesso messaggio. La Gran Bretagna ha più consumatori di cannabis di qualunque altro paese europeo, a parte la Repubblica Ceca, ma anche nei paesi con livelli di consumo molto più bassi le autorità pensano che questo messaggio vada dato. E ciò a prescindere dal fatto che, dopo quasi un secolo di uso di cannabis, nessuno sa se esso sia ascoltato, o se produca l’effetto desiderato. Né vi sono – e questo è molto rivelatore – analisi scientifiche o tentativi seri di spiegare le forti discrepanze nell’uso di cannabis che esistono non solo in Europa ma anche all’interno dei singoli paesi.
Il livello più basso di consumo di cannabis in Europa, circa il 7% della popolazione in Portogallo, e il più alto, il 30% nel Regno Unito, differiscono con un rapporto di uno a quattro. [11] Nessuno sa perché. Nessuno conosce le cause di queste cifre sui consumi, né se esse possano essere influenzate – e se sì, da cosa. Nel caso di un problema ordinario, interrogativi del genere sarebbero una priorità per la ricerca, ma per il consumo di cannabis ciò non avviene. Nessuno vuole sapere perché in Portogallo si fuma canapa così poco, e in Gran Bretagna così tanto. Nessuno vuole sapere perché l’Olanda occupa una posizione intermedia tra il Portogallo e la Gran Bretagna nonostante gli oltre trent’anni di cannabis shops e di libero accesso all’hashish e alla marijuana. In Olanda, per molti anni, chiunque avesse compiuto i sedici anni poteva acquistare marijuana. Successivamente il limite di età è stato portato a diciotto anni. I maggiori di diciotto anni possono tuttora acquistare marijuana in quantità illimitata. In altre parole, una situazione che secondo gli inglesi, e secondo i francesi e gli svedesi, porterebbe al disastro o almeno a livelli di consumo molto alti, semplicemente non produce questi effetti!
Nessuno vuole sapere il motivo. La gente non vuole saperlo perché non è considerato rilevante. Nella cultura del bando della cannabis, non c’è spazio per una argomentazione scientifica. Il teatrino politico di questo divieto non è pensato per un pubblico critico. [12]

Una questione di fiducia

Nell’Italia del XVII secolo, la dottrina cattolica era imbarazzata dai calcoli di Galileo Galilei sui movimenti rotatori del sole e della luna, che lo resero colpevole di un peccato mortale. Nessuno voleva vedere questi calcoli. Galileo sopravvisse solo perché lui e il papa erano vecchie conoscenze. Faccio spesso riferimento al destino di Galileo per illustrare l’importanza della dottrina della fede nella politica sulle droghe, ma non per riferirmi alla fede in generale. La chiesa del XVII secolo non era contraria al progresso scientifico; la scienza diventava un affare aleatorio solo quando questo progresso sembrava minare la base della fede religiosa.
Galileo non era un eretico perché praticava la scienza, ma perché la sua scienza indesiderabile minacciava uno dei dogmi centrali delle autorità religiose del momento, e le autorità secolari che da esse derivavano – ossia, il dogma che la Bibbia fosse basata interamente sulla parola di Dio, e dunque fosse del tutto “vera”. Se quel dogma centrale fosse stato messo in discussione da calcoli contrastanti con il testo biblico, ciò avrebbe minato non solo la fede cristiana, ma anche la stessa istituzione ecclesiastica! E senza la chiesa, le persone non avrebbero avuto la salvezza! Possiamo aggiungere che a quel tempo nessuno sapeva se il credo nella infallibilità della Bibbia fosse il valore centrale su cui riposa l’adesione alla chiesa cattolica. Le persone avrebbero davvero lasciato la chiesa, se si fossero rese conto che la cosmologia di Galileo era più solida di quella della Bibbia e di Roma? Le persone tenderebbero a fare un maggior consumo di cannabis, se questo fosse dipinto dai media come qualcosa che non comporta praticamente nessun rischio per la maggior parte dei consumatori e se non incorresse nella marginalizzazione che inevitabilmente accompagna la sua illegalità? Non possiamo rispondere a queste domande con certezza, ma sulla base di molti anni di esperienza con l’accesso legale alla cannabis in Olanda tendo a pensare di no, in entrambi i casi. Chi usa cannabis impara a farlo da altri consumatori, i quali offrono un certo esempio che si vuole seguire. L’esistenza di persone, al di fuori della loro cerchia, che condannano la cannabis e insistono per il mantenimento della sua proibizione può fare un po’ di differenza, ma non molta. In Svezia, dove il divieto viene fatto strettamente rispettare e ai bambini vengono raccontate enormi assurdità ed esagerazioni sulla cannabis fin dalle scuole elementari, i consumatori di cannabis sono il doppio del Portogallo, dove questa pratica non esiste e i consumatori non sono nemmeno perseguiti penalmente. In Olanda, dove gli adulti possono acquistare tutta la cannabis che vogliono in modo perfettamente legale, le persone che vivono nelle zone rurali hanno livelli di consumo simili a quelli della Svezia, mentre chi vive in città consuma la stessa quantità della Gran Bretagna, anche se in tutta l’Olanda viene dato lo stesso messaggio. A San Francisco ci sono molte più persone (compresi i consumatori di cannabis) che usano cocaina rispetto ad Amsterdam, e almeno il doppio di esse fuma canapa sia a San Francisco che ad Amsterdam. Questo avviene anche se i prezzi sono più bassi ad Amsterdam, [13] i consumatori possono acquistare quantità molto piccole in negozi facilmente accessibili che hanno un vasto assortimento di prodotti, una rete di distribuzione che a San Francisco non esiste. [14]
La cannabis è bandita dappertutto, nonostante i diversi gradi di imposizione del bando. Comunque, non vi è alcun luogo in cui sia stato dimostrato che la proibizione abbia un qualche effetto sul consumo. In paesi grandi, come l’Australia o gli Stati Uniti, o la Gran Bretagna o la Francia, che hanno delle normative piuttosto severe, vasti settori della popolazione ignorano del tutto il divieto. Nelle principali città del Nord America sono poche le persone che non abbiano mai provato la cannabis. Ma sono molte meno quelle che la usano settimanalmente, per non parlare del consumo quotidiano. Che le persone non consumino più frequentemente sembra dipendere non dalla proibizione, ma dal fatto che a loro la cannabis non piace particolarmente, oppure dal fatto che essa è legata a un numero limitato di contesti sociali. Il contesto sociale e fisico che determina se le persone usano cannabis e, se sì, quanta, è descritto in dettaglio nello studio comparativo sui modelli di consumo di cannabis che abbiamo condotto ad Amsterdam, Brema e San Francisco. [15]
La cultura del bando della cannabis censura qualsiasi argomento che dimostri l’irrilevanza del tipo di normativa vigente in quanto modo deviante e indesiderabile di ragionare, un po’ come la cultura della infallibilità della Bibbia – ossia, della chiesa – accusava Galileo di eresia. Proprio laddove Galileo eccelleva – nelle osservazioni dei corpi celesti e nei calcoli che mostravano come i loro movimenti rotatori fossero stranamente incoerenti rispetto alle Sacre Scritture – il suo ragionamento era destinato a rappresentare il rischio più grave per il potere della Chiesa. L’idea che questa argomentazione sui rischi per la Chiesa potesse essere erronea, era impensabile! C’era la certezza che se la Chiesa avesse permesso a Galileo di studiare e insegnare senza restrizioni, l’istituzione della Chiesa, e quindi la salvezza degli esseri umani, sarebbero state intaccate. La cultura del bando della cannabis è sostenuta da una certezza altrettanto dogmatica. Si crede che se lo stato smettesse di far rispettare il divieto, la salute fisica e mentale della popolazione (o dei “deboli”) subirebbe un danno.
Tutto questo significa che la cultura della proibizione della cannabis non è soggetta a osservazioni o dati che dimostrano come essa sia incompatibile con i diritti umani, pericolosa, distruttiva, impossibile da far rispettare, disumana, costosa, criminogena e disfunzionale. Il divieto fu uno sbaglio grossolano concepito a Ginevra verso il 1924. Da allora, attorno ad esso una intera cultura è cresciuta e ha acquistato uno status di semi-santità. Permettetemi di darne una definizione più precisa. La cultura del bando della cannabis rappresenta un modo di pensare il valore degli esseri umani, e in particolare del singolo essere umano, come il centro delle cose, il bene più alto che lo stato deve proteggere. Perciò possiamo dire che la cultura del bando della cannabis riflette un tipo di umanesimo fossilizzato e frainteso. Frainteso perché all’interno della cultura del divieto, i politici perseguono l’aspirazione repressiva e paternalistica a proteggere i cittadini dalle “calamità”. Lo stato è qui l’erede secolare della Chiesa come protettore del nostro benessere spirituale e fisico. E in effetti esso non pone al centro il singolo essere umano, ma solo una pallida ombra dell’individuo. All’interno di questa cultura, gli esseri umani sono visti come creature deboli bisognose di protezione, creature che sarebbero perdute se il divieto della cannabis fosse abolito.
Il bando della cannabis ha acquistato un significato sacro come strumento protettivo e purificatore, e dunque è inconfutabile. Perciò molti politici continuano a sostenerlo, e non hanno niente da guadagnare dal metterlo in discussione. Sollevare la questione delle follie e delle atrocità che vengono commesse nel suo nome è controproducente. Proclamare che il bando della cannabis non può proteggere, e non protegge, i cittadini equivale a quello che sarebbe stato proclamare nella Roma del XVII secolo che la Chiesa era un pagliaccio e che le persone erano mature abbastanza per badare al proprio benessere spirituale. [16]
Finché la cultura del bando della cannabis sarà il simbolo vivente della protezione dei cittadini da parte dello stato, nessuna argomentazione avrà la minima importanza. La cultura del bando è protetta rispetto alle informazioni, è coperta con una armatura concettuale che devia o distorce le argomentazioni ragionate. Perciò a mio avviso il bando esiste non per una ragione sostenibile, ma per il suo significato sacro. [17]

La proibizione della cannabis, un auto-da-fé

Vorrei concludere con alcune osservazioni sulla mancanza di necessità di fornire basi razionali alle regole religiose. Un articolo sul significato del “kosher” apparso su un sito web americano, chiamato “Judaism 101”, cita un rabbino. Questo rabbino avrebbe detto che la cultura del cibo kosher non ha nessuna ragion d’essere, se non per il fatto che le regole sono menzionate nel Vecchio Testamento, la Bibbia ebraica. Un altro rabbino ha osservato anche lui che esse non hanno ragion d’essere, se non per il dovere di obbedire alle leggi divine: “La capacità di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra il bene e il male, tra ciò che è puro e ciò che è immondo, tra il sacro e il profano, è molto importante nel giudaismo. Imporre regole su cosa si può o non si può mangiare infonde quel tipo di autocontrollo, imponendoci di imparare a controllare anche i nostri istinti più basilari, i nostri istinti primari”.
In altre parole, c’è un certo valore intrinseco nella semplice prescrizione e difesa delle regole. Se la provenienza del divieto è, o è ritenuta essere, positiva, non è necessaria nessun’altra ragione per affermare questo valore. In una visione del mondo religiosa (o ideologica), obbedire e proteggere queste regole è indicativo della vera fede, e dunque è richiesto come necessario. La sostanza e le conseguenze della regola non possono essere messe in discussione, poiché questo significherebbe sottomettere la fede stessa alla ragione, e quindi al dubbio. Il dubbio significa la fine della fede.
Nella cultura del bando della cannabis, imporre e far rispettare questo divieto è un segno di fede nell’importanza ma anche nella debolezza dell’uomo moderno, insieme alla fede nella capacità dello stato forte di proteggere esseri umani deboli. E questo rende il bando irrefutabile.

La cultura del bando della cannabis, dell’alimentazione kosher, della costante affermazione della infallibilità della Bibbia, sono tutti esempi di regole immaginarie basate sulla fede, preservate da una lunga catena di istituzioni e sacerdoti. Questo non avrebbe tanta importanza, se non fosse che la cultura del bando della cannabis, come ogni caccia all’eretico, è accompagnata da una ingiustizia degradante e dal perdurare di pratiche magiche, infantili, contraddittorie e in alcuni casi del tutto folli. Nessun prezzo è troppo alto per far rispettare un divieto, se una cultura lo ha investito di un valore sacro.

Note

Desidero esprimere la mia sincera gratitudine a Job Arnold, Jan van der Tas e Eric van Ree per i loro commenti sulle precedenti versioni di questo testo. Traduzione in inglese di Beverley Jackson.

1. “From Killer Weed to Drop-out Drug: The Changing Ideology of Marihuana,” Contemporary Crises 7 (1983):13-38.
2. Jojada Verrips, 1987: “Slachtoffers van het geloof, drie gevallen van doodslag in Calvinistische kring.” Sociologisch Tijdschrift, 14-3, p. 357-406.
3. The Great Marijuana Arrest Crusade: Racial Bias and The Policing of Marijuana in New York City, 1997-2006 di Harry G. Levine e Deborah P. Small. Rapporto imminente nel 2008 da: Break The Chains, New York City, e The Sociology Department, Queens College, City University of New York.
4. Vedi anche il suo articolo The War on Treyf, in cui egli propone una parodia della polizia descrivendo un immaginario colpo di stato perpetrato da ebrei ortodossi, in cui viene arrestato chiunque non segua l’alimentazione kosher o tenga in casa cibi non kosher. Questa commedia in stile talebano evidentemente intende fare riferimento alla tragedia degli arresti per cannabis.
5. Per una analisi dell’influenza dello stato su cosa è bene per noi, vedi Craig Reinarman 2007: Policing Pleasure, Food, Drugs and the Politics of Ingestion. Gastronomica, Estate 2007
6. Kandel DB. Stages in adolescent involvement in drug use. Science. 1975;190:912-914. Kandel DB. Convergence in prospective longitudinal surveys of drug use in normal populations. In: Kandel DB, ed. Longitudinal Research on Drug Use: Empirical Findings and Methodological Issues. Washington: Hemisphere Publishing; 1978:3-38. Zie ook Golub A., e Johnson, B.D. 2001: “Variation in youthful risk of progression from alcohol/tobacco to marijuana and hard drugs across generations” Am Jrnl of Publ Health, 91(2), pp 225-232.
7. Abbiamo operazionalizzato e quantificato la “ipotesi della droga di passaggio” in otto modi diversi, poi abbiamo cercato di vedere se era possibile trovare i dati corrispondenti a ciascuna operazionalizzazione. Cohen, Peter, & Arjan Sas (1997), Cannabis use, a stepping stone to other drugs? The case of Amsterdam. In: Lorenz Böllinger (1997), Cannabis Science / Cannabis Wissenschaft. From prohibition to human right / Von der Prohibition zum Recht auf Genuß. Frankfurt am Main: Peter Lang Eurpaïscher Verlag der Wissenschaften, pp. 49-82.
8. L’emittente ARTE ha prodotto uno stupefacente documentario televisivo sulla storia culturale della masturbazione, che può essere visto su http://www.arte.tv/de/geschichte-gesellschaft/masturbation/1741268,CmC=1741276.html.
9. Per una definizione e una discussione del concetto di “modello di consumo” vedi la nota 14.
10. Nel 2002 una Commissione del Senato canadese in cui erano rappresentati tutti i partiti ha pubblicato un rapporto sul bando della cannabis contenente una analisi esaustiva e schiacciante di tutte le presunte “ragioni” del bando. “Report of the Senate Commission on illegal drugs”, Settembre 2002. Vedi http://www.parl.gc.ca/37/1/parlbus/commbus/senate/com-e/ille-e/rep-e/summary-e.htm Il rapporto, che è stato attaccato ferocemente dai sindacati di polizia e dagli Stati Uniti, è stato seguito da un inasprimento del bando della cannabis in Canada nel 2006.
11. EMCDDA 2006; Stats06.emcdda.europa.eu
12. Il pubblico, alla mercè di una informazione largamente incoerente e fuorviante fornita da “esperti” con forti pregiudizi che si propongono nei media come una serie di personaggi alternati in un sofisticato teatrino, non riesce a fare ordine nel flusso caotico di informazioni.
13. La marijuana importata costa 4 euro al grammo, mentre la “Nederwiet” di coltivazione domestica costa 7 euro. Vedi Trimbos Institute 2007: THC concentraties in wiet, nederwiet en hasj in Nederlandse coffeeshops (2006-2007). A San Francisco non può essere facilmente acquistata al grammo. La migliore qualità è spesso venduta a once (28,4 grammi) del costo di circa 400 dollari. Oggigiorno si può anche acquistare un ottavo di oncia di marijuana di qualità (circa 3,5 grammi). È molto difficile reperire quantità più piccole, tranne che su un mercato di strada inaffidabile da spacciatori che vendono marijuana di bassa qualità per circa 10 dollari al grammo. (Chris Conrad e Craig Reinarman, varie comunicazioni personali, Dicembre 2007)
14. Peter D.A. Cohen, Hendrien L. Kaal (2001), The irrelevance of drug policy. Patterns and careers of experienced cannabis use in the populations of Amsterdam, San Francisco and Bremen. Amsterdam, CEDRO. Vedi anche Reinarman, Craig, Peter D.A. Cohen, e Hendrien L. Kaal (2004), The Limited Relevance of Drug Policy: Cannabis in Amsterdam and in San Francisco. American Journal of Public Health, 2004; 94:836–842.
15. “In entrambe le città, i consumatori riferiscono una chiara selettività nei tempi, nei luoghi e nelle situazioni che hanno trovato adeguati per l’uso di cannabis. Questa selettività in massima parte è stata trasformata in un modello, è stata organizzata per impedire che l’uso di cannabis interferisca con il normale funzionamento sociale”. Craig Reinarman e Peter Cohen: ”Lineaments of cannabis culture: rules regulating use in Amsterdam and San Francisco” Contemporary Justice Review Vol 10 No 4, Dicembre 2007, pp 407-424.
16. Questo è esattamente ciò che dissero Calvino e Lutero. In risposta a questo incontrarono una strenua opposizione, furono tenuti lontani da Roma e condannati dalla Chiesa cattolica.
17. Una recente analisi di Acevedo, basata su Foucault, definisce la costruzione e la ricorrente ricostruzione del bando della cannabis in termini di una “tecnologia di governance”. Questa tesi non cozza con quella qui suggerita, ma non aiuta a spiegare perché un bando sulla cannabis debba essere servito come veicolo per questa tecnologia. Beatriz Acevedo, 2007: “Creating the cannabis user. A post-structuralist analysis of the reclassification of cannabis in the United Kingdom 2004-2205.” IJDP 18(2007) 177-186.

fonte : fuoriluogo.it

Hempyreum weblog team