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Breve storia del proibizionismo - Le origini

Con la legge Fini-Giovanardi abbiamo assistito ad un capitolo chiave della storia attuale del proibizionismo in Italia.
Tutte le sostanze stupefacenti, canapa compresa, sono state equiparate, escludendo l’ idea che esistano differenze tra esse, ed esponendo le generazioni future a maggiori rischi di entrare in contatto con sostanze molto pericolose quali eroina, cocaina e stupefacenti chimici.

Questo perchè la differenza tra consumo e spaccio e’ stata affidata a dei criteri quantomeno originali dove chi detiene fino a 5 grammi di hascisc o marijuana e’ considerato alla stregua di chi trovato in possesso di 2,5 grammi di eroina oppure 7,5 grammi di ecstasy. Da ciò ne consegue che chi lucra su questa situazione sia portato a proporre le sostanze che gli garantiscono un maggior margine di guadagno.

Ma la canapa e’ sempre stata considerata così negativamente?
Cosa ha decretato l’ inizio della lotta alla canapa?

Fino agli inizi del secolo scorso questo problema non esisteva nemmeno.Potevi andare tranquillamente dal farmacista sotto casa a comprare qualche grammo di canapa…tutto ciò accadava negli Stati Uniti ad inizio ‘900.

Per dirla diversamente, la marijuana non era né un argomento giuridico, né una pratica che suscitava particolari clamori sotto il profilo etico.
Anzi, assumeva nell’immaginario collettivo le sembianze di un toccasana.
Si pensi, ad esempio, a quanto affermò il medico personale della regina Vittoria, Sir John Russel Reynold, nel 1890: «Se pura o somministrata con scrupolo, la canapa indiana è una delle medicine più valide che possediamo».

Nel 1930 venne messo a capo del neonato Federal Bureau of Narcotics (la futura DEA) uno dei più’ convinti sostenitori del proibizionismo, Henry Anslinger.
Con la ri-liberalizzazione degli alcolici Anslinger entrò in crisi, la legge a cui aveva dedicato tutto se stesso fu spazzata via.

Nel frattempo la Du Pont, che grazie ai profitti ricavati dalla prima guerra mondiale(basti pensare che forniva all’ esercito americano la metà delle munizioni)investì un grande capitale nella ricerca sull’ estrazione di fibre tessili dal petrolio. Questa riconversione conveniva molto all’ azienda, visto che il processo di produzione di tali fibre è molto simile a quello delle munizioni e degli esplosivi.

Ma Du pont aveva un grandissimo nemico a questo progetto: la canapa. Bisogna tener conto che ara una validissima alternativa al greggio, ciò era ben noto ai chimici della Du Pont, che sapevano benissimo quali fossero le potenzialità di questa pianta, in quanto ne usavano a tonnellate per la produzione di dinamite e tritolo.
Detto questo è d’ obbligo specificare che il più grosso finanziatore della Du Pont era Andrew Mellon, della Mellon Bank di Pittsburgh, che oltretutto era anche ministro delle finanze. Grazie a questo potere diede ad Aslinger, futuro marito di sua nipote, l’ incarico di direttore della FBN, che rimase in carica per ben 31 anni.
Da aggiungere a questa “cordata” c’è anche William Randolph Hearst, proprietario della Hearst Paper Manufactoring Division, ovverosia, proprietario della più estesa catena di quotidiani degli States ed al contempo il maggior produttore di carta ricavata dal legno(non della canapa, capirete perché nella sezione “canapa industriale”)tramite processi petrolchimici. Hearst si impegnò già dal ’16 a screditare la canapa, con servizi di incidenti stradali dove il conducente era stato trovato in possesso di qualche spinello(tralasciando gli ovviamente più numerosi conducenti ubriachi) e parallelamente una campagna razzista contro i messicani, rei di avere occupato 2000 ettari di suoi terreni nel New Mexico.

Da lui nacque tra l’ altro l’ appellativo di marijuana: marijuana era uno slang messicano che corrispondeva all’ americano hemp: canapa. Ovviamente non si poteva far scendere in campo una campagna del terrore contro questa pianta chiamandola con un nome ben noto alla popolazione e che non avrebbe mai fatto paura, bisognava infatti trovare un nome che incutesse timore.

Ma torniamo ad Aslinger. Dopo appunto la riliberalizzazione degli alcolici, la sua agenzia perse notevolmente di importanza e di conseguenza vide diminuire costantemente i finanziamenti da parte del governo centrale.
Anslinger ebbe di fronte una difficile missione, dimostrare agli americani che c’ era ancora bisogno di lui, e per farlo si servì di un mezzo con un potere spaventoso: i media.

L’ occasione si presentò quando nell Ottobre del ‘33 un giovane sterminò tutta la famiglia con una scure.
Anslinger rese nota la vicenda alla popolare rivista “American Magazine”(proprietario: William Randolph Hearst) arricchita di particolari: “il ragazzo, e’ conosciuto come un tipo mite, ma quel giorno aveva fumato uno spinello ed era stato trovato in possesso di marijuana”.
All’ epoca la marijuana era utilizzata negli ambienti della musica jazz e da minoranze di origine messicana ma, al resto della popolazione era quasi totalmente sconosciuta e come di ovvia conseguenza i suoi effetti i suoi effetti .
Di qui, in poi forte dell’ ignoranza in materia della maggioranza della gente, Anslinger, portò avanti sui media una serie infinita di storie simili a quella del ragazzo, e fece crescere in poco tempo la leggenda ed il terrore dell’ ERBA ASSASSINA. I suoi collaboratori girarono senza sosta tra radio,giornali e televisioni, tenendosi pero’ lontani dai media più’ selezionati di Washington e New York e dalla comunità’ scientifica e medica; infatti, all’ inizio del mandato il capo del F.B.N. chiese consulenza all American Medical Association e la risposta fu chiarissima : “Non ha senso inserire la marijuana tra gli stupefacenti, non ci sono rapporti negativi sul suo utilizzo, non da dipendenza e viene prescritta da molti dottori perché’ presente nei manuali farmacologici e di medicina generale”.
Nel frattempo vennero girati numerosi film propagandistici allo scopo di far credere alla gente che la marijuana avesse l’ effetto di rendere violento il consumatore, di creare in esso comportamenti estremamente criminali, perfino assassini, mentre invece se un individuo non è delinquente senza aver fumato, non lo sarà mai nemmeno dopo aver fumato. Il più’ noto e’ Reefer Madness(1936) di Louis Gasner.

A questo punto Anslinger fu pronto per il congresso. In aula mostrò le foto dei sanguinosi omicidi collegati alla marijuana a tutti i senatori della commissione, tenendo non solo nascosto, che non esisteva nessun collegamento tra violenza e marijuana, se non che rende più pacifici, ma anche che fu egli stesso a fornire le notizie aigiornali .
D’ accordo con i funzionari del Tesoro, fece in modo che nelle commissioni di Senato e Camera non fossero invitati membri del ministero della sanità’.
Non riuscì, tuttavia, ad evitare che fosse consultato un membro della American Medical Association.
Questi fu ascoltato, ma solo in commissione e non in aula, e la sua relazione fu tutt’ altro che favorevole ad una legge proibizionista sulla canapa. Arrivata la legge in aula per il voto, il deputato repubblicano Snell chiese pubblicamente quale fosse il parere della A.M.A. al riguardo, il deputato Fred Vinson, presente all audizione con il dottore dell’ A.M.A., rispose: “ assolutamente si, l’ American Medical Association e’ favorevole alla legge al cento per cento”.
Venne anche ascoltato un ricercatore, che disse di aver estratto il principio attivo della cannabis(che in realtà verrà isolato negli anni ’60)e di averlo iniettato direttamente nel cervello di dieci cani. Gli vennero fatte due domande: quali fossero stati i risultati dell’ esperimento e il motivo per cui avesse scelto proprio dei cani. Alla prima domanda rispose: mah, 3 sono morti, gli altri hanno riportato delle gravi disfunzioni cerebrali estese anche al resto del corpo; alla seconda invece disse semplicemente: non saprei.
Con queste clamorose bugie e crudeltà si concluse il breve dibattito e si passò alla votazione.

Venne così approvata la legge, denominata “marijuana tax act”, volta non a rendere illegale la pianta ed i suoi derivati, ma a tassarne ogni fase di produzione e lavorazione e creare una serie di iter burocratici a contadini farmacisti ecc.. tali da rendere proibitiva la coltivazione della canapa, la lavorazione di essa e ogni fase produttiva di questa pianta. Nello specifico, per poter coltivare canapa, lavorarla, estrarne i molteplici prodotti ricavabili da essa e in generale per ogni attività legata a questa pianta bisognava avere dei permessi specifici, e la parte venditrice doveva pagare una tassa di un dollaro(che non erano assolutamente spiccioli all’ epoca)e compilare decine e decine di moduli ad ogni atto di compravendita. Se anche solo uno degli obblighi dettati da questa legge non veniva rispettata si incorreva in una multa da 2000 dollari o nella reclusione(carcere) o in tutt’ e due, a discrezione del giudice.
Nacque, cosi’, il proibizionismo anti-marijuana arrivato fino ai giorni nostri.

Sara’ la stessa Casa Bianca a riconoscere che si trattava di bugie . La commissione nazionale sulla marijuana, nominata da Nixon anni dopo, stabilirà’ senza ombra di dubbio che la “Marijuana assassina”era una terribile falsità’

Hempyreum weblog team



Oaksterdam University - California
Maggio 4, 2008, 6:10 pm
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SAN FRANCISCO - Si chiama Oaksterdam University ed è la prima università americana dove si insegna come coltivare e commercializzare la marijuana. Questa settimana, un po’ in anticipo sulle istituzioni di alta educazione tradizionali, ha festeggiato i suoi primi 160 laureati. Il deus-ex-machina della Oaksterdam University è Richard Lee, un passato da pusher ad Oakland, una cittadina della Bay Area di San Francisco.

Fattosi accademico, dopo aver appreso che ad Amsterdam c’erano addirittura scuole che insegnavano come trasformare la sua attività in un’impresa commerciale con tutti i crismi, Lee ha fondato la sua università. E non certo per sete di denaro. Al contrario. In fondo lui l’erba la coltivava da oltre un decennio senza essere mai finito nei guai. A spingerlo a trasformarsi in educatore è stato il desiderio di aiutare coloro che soffrono di mali incurabili o di afflizioni che causano disturbi del sistema digerente.

Sì, perché grazie alla Proposizione 215, una legge imposta 12 anni fa da un referendum popolare, in California è possible coltivare legalmente marijuana con l’intento di distribuirla a pazienti muniti di ricetta medica. Così nel corso dell’ultimo decennio nello Stato americano sono fioriti un po’ dappertutto quelli che la gente chiama i Club dell’Erba, i ‘Pot Club’.

Fondati il più delle volte da attivisti che si battono per la legalizzazione della marijuana, i Club oltre ad aiutare migliaia di pazienti che soffrono di malattie che vanno dalle caterratte all’Aids (in quest’ultimo caso l’erba è molto efficace nel restituir loro un minimo di appetito) i sono trasformati anche in un un vero e proprio business.

Cinquecento sono correntemente i ‘Pot Club’ che operano in California e, secondo dati resi noti dall’uffico delle statistiche del governo, generano profitti annuali che si aggirano tra gli 870 milioni e 2 miliardi di dollari. La cifra è ovviamente solo frutto di stime perché, dal momento che operano prevalentemente come club privati, i circoli non sono tenuti a pubblicare i loro bilanci.

Uno dei problemi maggiori, nella battaglia senza fine tra i proprietari dei Club e le autorità federali, è però quello del rispetto dei mandati della 215, che sono abbastanza complessi dal punto di vista normativo, come quando si parla del quantitativo d’erba commerciabile legalmente: le regole prevedono per esempio delle variazioni nel numero di piante che possono essere coltivate a seconda che si tratti di un’azienda individuale, di un club privato o d’una cooperativa.

Ed e proprio approfittando della violazione di questi mandati che i federali possono intervenire chiudendo i club, sequestrando l’erba e non di rado arrestando anche i proprietari. Di qui l’idea di Lee di istituire un regolare corso di studio, che non solo rilasciasse una laurea in “Scienza agricola della coltivazione della marijuana” ma che ai futuri imprenditori, oltre all’arte di crescere la marijuana, insegnasse anche come interpretare al meglio le leggi che regolano il settore.

Così oltre alle lezioni con l’esperto di orticultura, nelle quali si discute di contenuto percentuale di cannabinolo, di alcalinità dei terreni, di esposizione al sole, di rendimento per acro e variazioni genetiche della pianta, i futuri erbicoltori imparano come mantenersi nei limiti di legge. Casomai sfruttando anche le contraddizioni e le lacune legislative a loro vantaggio. La 215 stabilisce per esempio che un individuo non può superare un certo numero massimo di piante coltivabili, ma quando si tratta di una cooperativa il numero delle piante può essere moltiplicato per il numero dei suoi componenti. Inoltre il numero di piante coltivabili, o il quantitativo di erba distribuibile, varia di contea in contea. Così se a San Francisco le piante che è possibile far crescere sono 12 a persona, a Oakland e Los Angeles sono invece 72. L’imprenditore accorto capirà dove conviene aprire la sua attività.

Gli aspetti legali dell’attività commerciale vengono illustrati da due principi del foro californiano, Chris Conrad e Laurence Lichter, esponenti storici del movimento statunitense per la legalizzazione delle droghe leggere. Il corso di orticoltura viene invece tenuto da Ilia Gvozdenovic, un coltivatore della contea di Marin, ed è tra i più popolari. Secondo Danielle Schumacher, rettrice dell’università, l’ha frequentato di sicuro anche qualche agente della DEA (l’agenzia federale anti-droga) in borghese. Al costo di 200 dollari per corso, i libri incidono per 72 dollari, l’iniziativa della Oaksterdam University sta riscuotendo un notevole successo, tanto che la scuola questo mese aprirà una sede anche a Los Angeles.

fonte: antiproibizionisti.it



Autocoltivazione contro la recessione
Maggio 4, 2008, 6:06 pm
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I 4 milioni di consumatori di marijuana in Italia spendono ogni anno 8 miliardi di euro (16.000 miliardi delle vecchie lire). E l’uso di cannabis è destinato ad aumentare di altre centinaia di migliaia di unità nel breve periodo. La gran parte di questa montagna di miliardi va alle mafie nostrane, una quota alla microcriminalità dello spaccio di strada.

Negli ultimi anni, un numero crescente di consumatori (ormai verso i centomila) si è orientato verso la coltivazione di poche piante per uso personale. Così facendo, realizza tre obiettivi. Sottrae centinaia di milioni alla criminalità organizzata, che col traffico della droga diventa sempre più potente. Produce per le proprie esigenze una marijuana domestica più igienica di quella di strada (che passa per mille mani e non solo) e non adulterata con prodotti estranei, spesso tossici. E, dato che la produzione domestica ha dei costi bassissimi, realizza un risparmio pro-capite di 2.000 euro l’anno.

La maggior parte dei consumatori continua ad acquistare al mercato nero. Il motivo è semplicissimo: ha paura dei rischi. La coltivazione è vistosa e dura mesi. Ogni anno vengono scoperte migliaia di coltivazioni domestiche. Tre su quattro dei fermati vengono arrestati. E poi, nei tribunali, salvo alcune sentenze di assoluzione, la pena media sta tra i sei e gli otto mesi (di più per i recidivi). Se la maggior parte dei consumatori passasse alla coltivazione domestica, tornerebbero nell’economia legale dei normali consumi 6-7 miliardi di euro, non male in un periodo di bassissima crescita.

Le famiglie avrebbero un altro vantaggio: i figli non andrebbero a fare acquisti all’ipermercato di strada, dove un certo tipo di spacciatori approfitta del contatto per rifilare ai ragazzi roba tipo eroina o cocaina, magnificandone le qualità e minimizzandone i rischi («ma no, se la sniffi non muori mica, è bbona, il fumo è roba da bambini»), magari a prezzi stracciati o gratis le prime volte. Tre giorni fa a Porta a porta, Fini ha detto che per il problema delle carceri già sovraffollate (50.000 detenuti), si potrebbero depenalizzare alcuni reati minori: «Invece della pena, lavori socialmente utili». Forse nel caso dell’autocoltivazione, si potrebbe ipotizzare invece una piccola multa, in quanto il danno (a chi?) sarebbe difficilmente dimostrabile.
In Belgio, tre anni fa il governo rossoverde depenalizzò la coltivazione di poche piante per uso personale. Poi, le coalizioni di centrodestra hanno confermato questa misura.

di GUIDO BLUMIR fonte: il manifesto 25/4/2008



Roma 3 maggio - Million Marijuana March

Dedicata ad Aldo Bianzino, l’ebanista poco più che quarantenne arrestato per qualche pianta di marijuana che aveva seminato nel suo casale in Umbria e morto il giorno dopo in galera per cause ancora da chiarire. L’ottava volta in Italia della Million marijuana march scende da piazza della Repubblica col suo carico di decibel techno e reggae e migliaia di persone, perlopiù giovani e giovanissimi di diverse città tenuti insieme da tre parole d’ordine condivise, nello stesso momento, da persone simili in altre 237 città di tutto il mondo: fine delle persecuzioni per i consumatori; diritto all’uso terapeutico della Cannabis; diritto a coltivare liberamente una pianta che è parte del patrimonio botanico del pianeta. All’arrivo, qualche ora dopo, alla Bocca della Verità, i promotori contano di superare le 35mila presenze dello scorso anno.
E’ dal ‘99 che l’idea di Dana Beal, reduce del Vietnam, attivo dal ‘66 per la legalizzazione dell’erba e fondatore di Cures not wars (Cure non guerre) è diventata un evento planetario nato per contrastare le retate di massa di consumatori newyorkesi da parte di un «sindaco fascista, Rudolph Giuliani», così lo definiva Beal.
E Roma, un sindaco fascista ce l’ha davvero. E questa è la prima manifestazione dalla sua elezione. Gli accordi per l’occupazione di suolo pubblico, spiegano gli organizzatori, erano già stati presi. «D’ora in poi, probabilmente, si dovrà pagare per avere le autorizzazioni dal Campidoglio e manifestare sarà uno status symbol», spiega Mefisto, il coordinatore italiano dell’evento, 48 anni, romano, postelegrafonico. Ma anche prima di Alemanno, tre leggi proibizioniste a vario titolo (Bossi-Fini, Fini-Giovanardi e Cirielli) hanno incrementato gli arresti di mille al mese. E dopo una serie di sentenze contrastanti, la Cassazione, a sezioni riunite, ha appena vietato la coltivazione domestica anche di una sola pianta. E funzionerà da ulteriore moltiplicatore di galera. Anche per chi adopera marijuana per curare decine di patologie (epilessia, sclerosi, Hiv, glaucoma, Parkinson ecc…): «Può sostituire ben più nocivi farmaci da banco e per questo infastidisce l’industria farmaceutica», spiega Alessandra Viazzi, 36 anni, presidente di Pic, associazione di “pazienti impazienti”. E’ possibile, ma molto costoso e lungo, importare erba in barattolo dall’Olanda con un giro vizioso di carte tra medici di base, farmacie territoriali e ministero. «Se va bene ci mette 3 mesi, ma spesso è così lenta che scade l’autorizzazione». L’ideale sarebbero i “Cannabis social club”, per la coltivazione diretta e la vendita ai soci maggiorenni senza scopo di lucro, come avviene in Belgio, Svizzera, Spagna.
Chi invece il proibizionismo lo ringrazia sono i trafficanti di eroina, tornata in auge con la Fini-Giovanardi, e quelli di coca, mai così popolare. «I pischelli che fanno business preferiscono rischiare con sostanze più redditizie dell’erba», va avanti Mefisto mentre tre maschere di Fini, Giovanardi e Berlsuconi bruciano libri sulla cannabis all’incrocio tra i Fori Imperiali e via Cavour. Ogni riferimento al fascismo è puramente voluto. La parola più diffusa sui da-tse-bao che spiccano dai camion è resistenza, sebbene nella sua accezione psicoattiva. Altri striscioni salutano Albert Hofmann, scienziato, scopritore dell’Lsd, morto a 102 anni quattro giorni fa.
E’ l’abuso di proibizionismo ad uccidere, non le sostanze. Per questo la dedica a Bianzino (l’anno prima fu per Federico Aldrovandi, e prima ancora per Giuseppe Ales), per far marciare una narrazione alternativa a quella sicuritaria e autoritaria dominante: sicuri sì, ma da morire. Prossimo appuntamento il 31 maggio per CanaPisa nella città toscana dove il sindaco Pd appena eletto vuole sgomberare il centro sociale Rebeldia e le 24 associazioni che ospita per fare posto a un parcheggio di bus dal sinistro nome: Cpt. La tradizionale street parade di Bologna, invece, non si farà. Lì c’è da tempo, un Alemanno di “sinistra”.

fonte : Liberazione.it

Hempyreum weblog team



Introduzione
Maggio 4, 2008, 12:02 am
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La disinformazione,come il sonno della ragione, genera mostri, ma soprattutto causa disperazione.
La disperazione di gente normale che viene perseguitata solo per aver fumato qualche spinello, senza dare fastidio a nessuno e senza aver mai creato problemi,trovandosi catalogata come drogata.
Si,perchè l’ attuale legislazione preme, generalizzando, sulla parola droga, facendo si che il consumatore di canapa, venga posto agli stessi livelli di un consumatore di sostanze pesanti,creando così azioni legali eclatanti ma inadatte.
Nel grande sottobosco delle conseguenze legali inadatte si possono riscontrare “condanne” ,che vanno dall’emarginazione sociale,ai limiti di responsabilità come:
divieto di guidare (ritiro della patente);

  • divieto di lasciare il proprio stato;
  • divieto di ottenere/possedere un porto d’armi;
  • divieto di restare a lavorare e vivere in italia in caso di cittadino extracomunitario.

In altre nazioni come la Spagna, il solo consumo, viene sanzionato con una multa e non con provvedimenti restrittivi .
Per l’informazione pubblica è facile affermare “è stato fermato un automobilista sotto effetto di sostanze stupefacenti”, ma è comodo non specificare quali siano gli stupefacenti in questione, facendo si che l’opinione pubblica consideri comunque l’automobilista in questione un drogato esponendolo di fatto ad un giudizio sommario.
Allo stesso tempo il cittadino non sapendo quale sostanza ne è la responsabile, è portato a pensare che qualsiasi droga possa essere causa di negligenze alla guida.
Questo per dire che non risultano notizie di automobilisti che causano incidenti per uso di cannabis, mentre se ne sentono molte di incidenti causati dall’ uso di cocaina ed ecstacy, sostanze che eccitano il guidatore ,o per uso di eroina che può causare perdita dello stato di coscienza.
Non intendiamo in alcun modo sostenere la legittimità di mettersi al volante sotto l’effetto di qualsivoglia sostanza capace di alterare i nostri riflessi e percezioni, canapa compresa, ma solo mettere in evidenza il calvario, unico per sistematicità e complessità, al quale si deve sottoporre chi viene fermato alla guida dopo aver assunto stupefacenti.
Riterremmo doveroso un distinguo tra le varie sostanze e quindi tra le sanzioni ad esse associate, fermo restando l’assoluta contrarietà a guidare dopo aver assunto sostanze in grado di compromettere il nostro livello di attenzione.
L’ argomento guida è solo un piccolo esempio delle false notizie create dall’ informazione per far credere al pubblico quello che a loro fa comodo.
Il nostro obiettivo è quello di chiarire le idee ai fumatori ma anche a chi non assume sostanze, per sensibilizzare il maggior numero di persone possibili sulle conseguenze che devono subire tanti consumatori e per cercare di far capire ai tanti cittadini non fumatori che, anche se non vengono toccati dalle ingiustizie nei confronti della canapa sono comunque male informati dalla stampa,che la maggior parte delle volte tratta temi come questo da molto lontano,senza approfondire,solo perchè a qualcuno fa comodo così o forse perchè è meglio non far sapere…

Hempyreum Weblog Team